Jonathan Silvertown: “Esistono 400mila specie di piante: alcune ci sopravviveranno”

L'INTERVISTA. A colloquio con il biologo scozzese sul mondo vegetale e il nostro pianeta. Con uno sguardo agli esseri umani

Jonathan Silvertown

Jonathan Silvertown, un biologo scozzese, brillante divulgatore scientifico, è autore di libri illuminanti e ben scritti sull’evoluzione delle piante. Libri come La vita segreta dei semi, I segreti della durata della vita e l’ultimo, del 2018, A cena con Darwin, tutti usciti con Bollati Boringhieri. Testi che avvicinano al mondo verde, stimolando molta di quella saggistica divulgativa che sta invadendo (piacevolmente) le nostre librerie. L’ultimo libro del biologo, A cena con Darwin, si presenta quasi come un trattato di gastronomia evolutiva, un allettante tour del gusto umano che aiuta a capire le origini delle nostre diete e gli alimenti che sono diventati centrali per noi nel corso dei millenni. Una specie di “prima l’uovo o la gallina” che parte dalla nostra tavola della colazione per farci ragionare sull’origine delle diete e le varietà, con tutte le prime ibridazioni. E non a caso si parte da uova, latte e farina, come se fossero gli ingredienti della più semplice torta casalinga. Tutto ha una storia e un perché: la carne di cui l’uomo si nutre da 3 milioni di anni, le uova create dai dinosauri (già, perché in fondo “gli uccelli sono dinosauri”, ironizza l’autore) e il latte dai mammiferi che non potevano deporle. Silvertown mette anche in guardia dall’abuso che facciamo di fruttosio, che se assunto in quantità eccessive si rivela una vera e propria tossina, capace di favorire il diabete. Un rischio che vede alle porte, così come i danni potenziali da dolci e dessert, un combinato disposto esplosivo di carboidrati e zuccheri di cui tutti, chi più chi meno, siamo vittime.
Il biologo insegna Ecologia evoluzionistica all’Institute of evolutionary biology dell’università di Edimburgo. Si è occupato di analisi delle variazioni biologiche della vegetazione, di storia dei processi evolutivi e di ecologia, specialmente per quanto riguarda i nessi fra flora ed evoluzione in senso più ampio. I suoi libri sono improntati all’incrocio fra dati storici e processi umani. Racconta, ad esempio, come la coltivazione di cereali, il farro o l’orzo, abbia cambiato la nostra vita radicalmente.

In un testo che accompagna lo spettacolo “Botanica”, il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso notava il dissenso che suscita l’ailanto, una delle piante più infestanti che esistano. Deve essere un fenomeno simile a quello che vive chi si sente spossessato del proprio habitat esclusivo. Le piante mostrano in natura ciò che l’uomo conosce per cultura?
Non ho letto quello che ha scritto il professor Mancuso, ma vorrei evitare di fare paralleli fra cultura umana e natura. La ragione per cui alcune piante e animali in tutto il mondo diventano parassiti quando vengono spostati è spesso perché gli umani hanno creato per loro condizioni adatte per farle invadere, ad esempio arando il terreno per l’agricoltura o attraverso gli incendi.

Lo sterminio di massa delle palme da parte del punteruolo rosso ha modificato lo scenario di tanti lungomare e giardini italiani. Tutto questo ci sembra così tragico perché vi abbiamo preso parte e abbiamo potuto raccontarlo? Qual è stato l’evento naturale più importante da sempre e quale potrebbe esserlo?
Se vuole un evento puramente naturale, allora è sicuramente l’origine della vita, che avvenne circa 3,5 miliardi di anni fa. Questa deve essere la risposta di qualsiasi biologo come me.

La maternità surrogata del “cupressus dupreziana” del Sahara algerino, o la riproduzione asessuata di alcune piante in un habitat geograficamente marginale di cui parla nei suoi libri, possono somigliare ad eventi umani?
Ancora una volta, non userei la natura in questo modo, ovvero come modello per spiegare alcune questioni umane.

Fra le altre cose, lei ha creato una sorta di social di catalogazione degli alberi.
Immagino che si stia riferendo a Treezilla (www.treezilla.org/treezilla/map, ndr). Ho iniziato a lavorare a questo progetto cinque anni fa, quando ero alla Open university. Treezilla nasce come una ricca piattaforma civico-scientifica di dati che tenta di mappare tutti gli alberi britannici, coinvolgendo dai bambini in età scolastica agli studenti universitari e, più in generale, chiunque voglia. Gli obiettivi scientifici che offre sono tanti e diversi. Ad esempio, lo studio epidemiologico di nuove malattie degli alberi, ma pure la valutazione degli effetti ecosistemici offerti sempre dagli arbusti, nonché gli effetti dei cambiamenti climatici sulla loro crescita.

In “Mille anni o un giorno appena. I segreti della durata della vita” lei scrive che l’aumento dell’aspettativa di vita ha generato l’emersione di tumori e Alzheimer. I progressi scientifici spesso hanno contrordini e, inoltre, non si accompagnano con una riflessione sulla condizione umana. Quanto sta cambiando o dovrebbe cambiare il rapporto con la morte a livello etico?
Penso che tutti i tipi di tecnologia, medicina inclusa, stiano avanzando più rapidamente rispetto a un’etica pertinente.

Nell’immaginare il futuro siamo tutti proiettati a immaginare la condizione dell’uomo. Desertificazione, scioglimento dei ghiacciai, nulla ci porta a pensare al futuro del verde. Qual è secondo lei la grande differenza in termini di resistenza o fragilità fra l’uomo e le piante?
Gli esseri umani sono solo una specie, mentre esistono ben 400mila specie di piante. Solo a partire da questa base, sono convinto che certe piante sopravviveranno alla nostra specie. Di una cosa sono altrettanto certo: se si estingueranno le piante, ci estingueremo anche noi. Con uno sguardo più lontano si può dire, anche se potrà sembrare una cosa non bella per noi, che il pianeta ci sopravviverà! l

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