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Joachim Radkau: “L’ambientalismo non è un’esplosione di panico ma il nuovo illuminismo”

Dal mensile. È finalmente disponibile in italiano “Storia globale dell’ambiente”, uno dei classici
della disciplina. Abbiamo approfondito alcuni aspetti della sua ricerca con l’autore

di SALVATORE ROMEO

Gli effetti dell’azione dell’uomo sull’ambiente sono ormai sotto gli occhi di tutti. Ma fin dalla preistoria la nostra specie ha modificato la natura per adattarla alle sue esigenze. E lo studio di questa dinamica, la storia ambientale, è un campo di ricerca quanto mai ricco, sebbene nel nostro Paese ancora poco praticato. Uno dei grandi classici della disciplina è finalmente disponibile in italiano: Storia globale dell’ambiente (Leg Edizioni) di Joachim Radkau. Docente all’Università di Bielefeld, per questa sua opera il professor Radkau ha vinto il prestigioso premio della World history association. Con lui La Nuova Ecologia ha approfondito alcuni temi della sua ricerca.

Gli uomini hanno sempre provato a forzare la natura. Nelle società premoderne però sembrava operare un senso del limite, imposto dalla scarsità di risorse e dalla rudimentalità delle tecniche più che da una coscienza ecologica. È così?
Secondo me “forzare la natura” non è l’espressione adatta, preferirei “usare la natura”. Ai primordi dell’ambientalismo c’era l’idea che la gran parte della storia umana fosse una guerra contro la natura e che adesso noi dobbiamo fare “pace con la natura”. Ma io penso che questa concezione sia troppo semplice e abbia ostacolato un approccio creativo alla storia ambientale, aperto a una varietà di scoperte. È vero però che le società premoderne operavano in genere con un senso del limite. Un libro dal titolo I limiti dello sviluppo, come quello del Club di Roma del 1972, non avrebbe fatto tanto scalpore se non dopo anni di euforia per la crescita, perché ancora negli anni della mia infanzia, nella Germania del dopoguerra, quei limiti erano troppo evidenti. Si è iniziato a metterli in discussione con lo sviluppo industriale del XIX secolo ma, almeno in Occidente, sono stati messi da parte non prima del boom degli anni ’50 e ’60 del Novecento.

Nella trasformazione e nella conservazione dell’ambiente hanno operato a lungo due forze diverse: da una parte grandi strutture di potere in cerca di legittimazione, dall’altra comunità locali interessate alla preservazione dei beni comuni. In che modo hanno interagito e da quale delle due l’ambiente ha tratto più benefici?
Sì, la storia ambientale è in gran parte storia del potere. Specialmente le foreste e le risorse idriche sono stati ambiti tipici del potere, elementi di governo. D’altra parte, però, le comunità locali hanno un’enorme importanza nella storia ambientale, molto più di quello che a lungo gli storici hanno creduto. Questa è stata una delle cose che più mi ha sorpreso nella mia ricerca. E non c’è una risposta generale alla domanda su quale dei due fattori abbia apportato maggiori benefici all’ambiente. È ben nota la tesi del biologo Garrett Hardin, La tragedia dei beni comuni (1968), che nel mio libro discuto ampiamente. Di certo la storia dei beni comuni non è sempre una tragedia. Ma nel corso dei miei studi mi sono reso conto sempre di più che anche le istituzioni svolgono un ruolo centrale nella conservazione dei beni comuni.

Il colonialismo ha prodotto catastrofi ambientali e sanitarie ma ha anche sollecitato l’affermazione di un nuovo rapporto degli uomini con la natura. La coscienza ecologica nasce così, come coscienza dell’Occidente. Negli ultimi decenni però si è sviluppato anche un ecologismo del Sud del mondo, in cui il legame con le istanze sociali è più forte. È possibile un’articolazione fra questi punti di vista?
Sì, il colonialismo ha avviato una nuova era della storia ambientale, ma in maniera molto ambigua. Nelle colonie le risorse naturali furono sfruttate molto più spietatamente che nella madrepatria, ma proprio in questo modo si sono acquisite intuizioni fondamentali sull’importanza della protezione dell’ambiente. Un ambientalismo del Sud senz’altro esiste. Per il mio libro ho avuto una lunga conversazione con Vandana Shiva. Per via delle sue esperienze in India, lei si opponeva con forza alla separazione fra protezione dell’ambiente e salvaguardia degli approvvigionamenti alimentari. Ma penso non si debba esagerare il contrasto fra ambientalismo del primo e del terzo mondo, in entrambi i casi è guidato fortemente da interessi umani, non da ultimo per una sana alimentazione.

La svolta della storia ambientale coincide con l’industrializzazione. La crescita diventa mito collettivo, in particolare con l’affermazione del modello americano. Tuttavia, guardando alla storia europea degli ultimi decenni possiamo individuare una tendenza sempre più intensa alla regolamentazione degli impatti. Non può essere l’Europa l’alternativa valida all’“american way of life”?
L’era dell’industrializzazione è stata un grande punto di svolta per la storia ambientale, ma ancora di più lo sono stati gli anni ’50, quando gli Stati Uniti con la loro crescita apparentemente illimitata sono diventati una sorta di utopia concreta, non solo per i Paesi europei. Prima di allora l’imitazione dell’America era stata in qualche modo rallentata dall’orgoglio nazionale e dalle guerre mondiali. Il boom del petrolio e la motorizzazione di massa sono state le forze motrici di questa svolta, che ha provocato una crescita enorme delle emissioni di biossido di carbonio e ha condotto al cambiamento climatico. L’Europa è un’alternativa all’“american way of life”? Che domanda difficile… C’è una “european way of life?”. Come vediamo, nonostante l’Unione Europea, l’Europa non è un modello uniforme di ambientalismo. Ma penso che potrebbe essere un progetto per il futuro.

Lei richiama la paura del cancro come uno dei fattori che più ha favorito la maturazione di una coscienza ecologica di massa. Ancora oggi il movimento ecologista fa appello alla paura di esiti catastrofici nel denunciare il riscaldamento globale. Tuttavia, come lei stesso riconosce, un cambiamento reale è possibile solo se si danno anche prospettive positive e desiderabili. Su quali elementi culturali si può costruire una proposta efficace?
Certo, la paura del cancro è stata una motivazione dominante, in particolare agli esordi dell’ambientalismo moderno, soprattutto nell’allarme sul ddt lanciato da Rachel Carson nel ’62 col suo Primavera silenziosa e nel movimento antinucleare. Il movimento ambientalista è stato essenzialmente un movimento igienista: le sue origini sono più nella tossicologia che nell’ecologia. È importante però guardare non solo agli inizi, ma all’evoluzione del movimento. Appare così chiaro che la sua durevole vitalità non deriva principalmente dalla paura, ma da obiettivi positivi: una vita sana in una natura bella e varia. Anche alle origini del movimento contro il nucleare non c’è stato lo shock provocato da una catastrofe ma un ruolo decisivo lo ha svolto una massa di informazioni riservate. Dal mio punto di vista, l’ambientalismo è un nuovo illuminismo, non un’esplosione di panico.

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Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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