Jared Diamond: “Il mondo si salverà al 51%”

Il professore americano, Pulitzer con “Armi, acciaio e malattie”, ricostruisce le crisi nazionali alla luce delle crisi personali al Festival della Scienza organizzato a Roma da National Geographic: “Il pessimismo è alimentato dalla scarsa consapevolezza globale del momento di crisi, l’ottimismo dal fatto che abbiamo già risolto problemi complessi, come il buco dell’ozono”

 

foto di Jared Diamond al Festival delle Scienze di National Geographic

Prendere coscienza dei problemi, identificarne le cause scatenanti e aggredirle proattivamente, per ridurre gli effetti negativi. Farlo il prima possibile, senza indugiare attorno a false cause di ripiego. Capire in che misura la risoluzione dei problemi può essere supportata dall’azione individuale oppure deve essere coadiuvata da un aiuto esterno. Analizzare le crisi nazionali come se fossero l’analogo, alla grande scala, delle crisi che si verificano nelle vite delle singole persone, attraverso un approccio mutuato dalla psicologia. Questa è l’attuale prospettiva di Jared Diamond, professore di geografia all’Università della California, a Los Angeles, poliedrico intellettuale fautore del “pensiero orizzontale”, ovvero, di quella propensione, che è propria delle menti più cristalline, di aprirsi senza timore verso osservazioni comparative tra processi che generalmente competono ad ambiti diversi, come ad esempio l’evoluzione delle società umane e lo studio della psiche.

Classe 1936, Jared Diamond parla dodici lingue e, tra queste, quella italiana occupa uno dei posti più vicini al suo cuore. Studioso e sperimentatore in materie distinte e talvolta distanti, come la biologia evoluzionistica, la fisiologia, l’ornitologia, l’antropologia, autore di un pugno di libri tra cui però figurano autentici best seller mondiali. Vincitore del Premio Pulitzer per il celeberrimo “Armi, acciaio e malattie – breve storia degli ultimi tredicimila anni” (Einaudi), il Prof. Diamond divide la sua cattedra tra gli States e la Luiss di Roma. Pratica l’italiano da anni e, mentre approccia il pubblico che è venuto ad ascoltarlo nella gremita sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica in occasione del Festival delle Scienze organizzato da National Geographic, sembra quasi compiacersi del suono prodotto dalla sua voce. Ponderando delicatamente la pronuncia delle parole, conferisce pacatamente nella nostra lingua romanza, tanto diversa da quella anglosassone, che gli è propria per nascita.

«Mia moglie Maureen, psicologa, mi parlava a lungo delle riunioni che teneva insieme ai suoi colleghi, alla fine di ogni settimana, per fare il punto della situazione sui pazienti, in cura a causa delle loro crisi personali. Crisi provocate dalla rottura di un rapporto, oppure dalla perdita di una caro. Crisi che ponevano i pazienti a serio rischio di suicidio. Lei e i suoi colleghi discutevano dello stato delle terapie, degli eventuali successi e dei fattori determinanti nel sortire un esito positivo». Dalle conversazioni con sua moglie, Diamond ha tratto ispirazione per il suo ultimo libro, già uscito sul mercato internazionale nella versione in lingua inglese (titolo originale: Upheaval: Turning Points for Nations in Crisis) e in uscita in autunno nell’edizione in italiano. Un libro i cui temi si riversano in anteprima sulla platea dell’Auditorium, come le acque di un fiume farebbero su di un declivio dalla pendenza costante: lente e dirette, incisive e preganti.

«La mia esperienza di vita mi ha portato a vivere in diverse nazioni soggette a crisi profonde, come ad esempio il Cile, negli anni che hanno preceduto e succeduto il colpo di stato del Generale Pinochet. Ho capito come la rinascita di quel paese sia passata innanzitutto attraverso la presa di coscienza del problema – ovvero, la profonda frattura tra i fautori del regime fascista e i ribelli, tra i torturatori e torturati – e l’avvio di un profondo processo di riconciliazione». Una terapia di successo, che fa da contraltare a quella nemmeno intrapresa nel suo paese d’origine, gli Stati Uniti d’America, nei quali la crisi sociale è sostanzialmente ignorata e, di fatto, promossa da atteggiamenti radicalmente antidemocratici assunti dalle stesse istituzioni, come il mancato rilascio di certificati elettorali nei confronti delle minoranze etniche e le dissennate politiche ambientali del presidente Trump.

L’analisi delle crisi nazionali assimilate alle crisi personali porta Diamond dalla dimensione locale a quella globale. I problemi interni alle singole nazioni, molto spesso legate ad azione fallaci e distruttive intraprese da persone inopportunamente definite “leader”, si magnificano all’interno delle reti tracciate dalle relazioni internazionali, sortendo quelle che a suo avviso sono le quattro principali minacce globali: il rischio nucleare, il cambiamento climatico, la gestione non sostenibile delle risorse e l’ineguaglianza sociale. Come sventare tali minacce? Pur lontani da una soluzione – «la salvezza della Terra è al 51%, il collasso al 49», dice, ironicamente ottimista, lo stesso Diamond – il suo pensiero critico oscilla tra un disperato e immobile pessimismo e una costruttiva, benché operosa, speranza.

La visione pessimistica è alimentata dalla constatazione che «non c’è, al momento, consapevolezza globale dello stato di crisi; poi, a differenza delle persone in terapia, la popolazione terrestre non riceverà aiuto da nessuno, non verrà nessun extra-terrestre ad aiutarla; inoltre, non abbiamo un modello da seguire nella ricerca di una soluzione ai nostri problemi; infine, al mondo manca una identità globale condivisa». Volendo essere ottimisti, però, «abbiamo risolto, nel corso della nostra storia, problemi molto complessi, soprattutto quando abbiamo agito in maniera sinergica, attraverso la stipula di trattati sovranazionali, da quelli bilaterali, come tra Israele e Libano, due nazioni che si odiavano profondamente, a quelli globali, come l’accordo di Montreal per la messa al bando delle sostanze che provocavano il famoso buco dell’ozono».

foto dell'Intervista Jared DiamondRiceve molte domande dal pubblico, il Professor Diamond. Alcune glie ne facciamo anche noi, in privato, più tardi in sala stampa. Le ascolta fissandoci negli occhi e risponde in italiano con voce ferma. «Il passato recente mostra quanto i singoli casi, relativi alla vita delle singole persone, possano influenzare enormemente quello che avviene nell’intero mondo. Per esempio, il 20 luglio 1944, se una bomba sotto la scrivania di Hitler avesse ucciso quest’ultimo e non fosse scoppiata a 50 centimetri da lui, Hitler sarebbe morto nel 1944 e probabilmente ci sarebbe stata pace in Europa un anno prima». Per non parlare del deleterio effetto globale innescato dalla follia del singolo uomo, prima ancora del dittatore o, che dir si voglia, leader della Grande Germania.

Dalle parole dell’uomo Diamond, pensatore ancor prima che professore universitario, luminare o “semplice” scienziato generalista, capiamo che la storia dell’uomo è fatta di crisi globali che però nascono dall’azione di piccoli gruppi sociali dalla prospettiva profondamente polarizzata, anch’essa figlia di problematiche irrisolte, che sono legate ad una psiche incapace di vedere oltre la propria dimensione individuale, ancor più che alle cosiddette ideologie, siano esse politiche o religiose. La salvezza del mondo passa da una delle poche regole trasversalmente riconosciute, ovvero, agire localmente, ma pensando globalmente.  

 

Nota: una versione integrale dell’intervista a Jared Diamond sarà pubblicata sul nostro mensile cartaceo