martedì 26 Gennaio 2021

Italia senza strategia

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Il fondale oceanico profondo è un ecosistema fragile e dal recupero lentissimo, popolato da migliaia di specie animali e vegetali ancora sconosciute. Non sarà facile ridurre l’impatto dell’eventuale estrazione mineraria. Ma è proprio quello a cui sta lavorando Angelo Camerlenghi, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale di Trieste. Il ricercatore italiano ha fatto parte della Joint programme initiative for healthy and productive oceans (Jpio), istituita dalla Commissione europea per affrontare argomenti di interesse comune al raggiungimento degli obiettivi della European research area. Attiva dal 2011, la Jpio ha gestito un primo progetto, finanziato dai ministeri della Ricerca di 11 paesi dalla Ue con circa 13 milioni di euro, per lo studio dell’impatto sugli ecosistemi delle attività di deep sea mining. Nella primavera del 2018, dovrebbe partire un secondo progetto. Per stimare al meglio gli impatti ambientali della pratica, spiega Camerlenghi, serve unire le forze e condividere le informazioni necessarie a tracciare delle linee guida per la sostenibilità delle attività sottomarine.
«Il nostro paese non ha ancora una strategia per il settore, al contrario di quasi tutti gli altri Stati coinvolti nell’iniziativa europea. In Italia le questioni legate all’economia del mare potrebbero riguardare ben otto ministeri e forse questa situazione determina il ritardo nello sviluppo delle strategie. Fincantieri sta cominciando a ragionare sulla possibilità di trasferire conoscenze e tecnologie dall’oil & gas al deep sea mining e ha proposto al ministero dello Sviluppo economico di istituire un tavolo dedicato».

Quali altre aziende italiane potrebbero sfruttare le risorse minerarie dei fondali marini?
Per ora vi è l’interesse dell’Eni. Tuttavia, l’assenza di un indirizzo chiaro da parte del governo rende questi interessamenti ancora non realmente concreti.

Ci sono giacimenti di minerali preziosi nel Mediterraneo?
L’unico luogo dove la presenza di solfuri polimetallici è consistente si trova nel Tirreno meridionale, sui versanti del vulcano Palinuro, tra Ustica e il parco del Cilento. Ha una superficie di 35.000 km2 ed è in acque territoriali italiane. Come Jpio vorremmo proporre che questa diventi una zona di test per capire gli impatti ambientali dell’estrazione mineraria in profondità. Finora i tedeschi hanno guidato la partita della ricerca in Europa, ma l’Italia potrebbe portare un valore aggiunto.

Con le conoscenze attuali è possibile una stima preliminare dell’impatto ambientale del “deep sea mining”?
Il fondale marino profondo è un ecosistema ancora virtualmente sconosciuto. Oltre i 200 metri l’attività biologica è come rallentata, perciò il recupero dopo un disturbo richiede molto tempo. Non sappiamo esattamente che cosa possa accadere modificando questi luoghi: di certo non si può dire che dragare parte del fondale non abbia effetti, perché non ci sono le prove. Ma se vogliamo evitare i disastri del passato occorre maggiore ricerca per trovare il modo di minimizzare gli impatti ambientali. In un contesto così delicato come il fondale marino, però, sarà difficile.

Una volta ricavate le informazioni necessarie, valuterete anche l’opzione zero?
Possiamo anche decidere che queste tecniche non vanno sviluppate e restare fermi. Ma credo che oggi non si possa prescindere dallo sviluppo tecnologico. In ogni caso, se i futuri test evidenziassero degli impatti troppo alti, il deep sea mining potrebbe anche essere considerato insostenibile.

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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