venerdì, Ottobre 30, 2020

Italia insicura

esondazione del torrente Baganza (foto di Alessandro Gandolfo)
foto di Alessandro Gandolfo

Negli ultimi dieci anni in Italia sono quasi raddoppiatele aree a rischio idrogeologico, secondo l’Ispra. Se infatti nel 2007 era interessato da forte criticità il10% del territorio, oggi siamo al 19,4%. Considerando solo i residenti nelle aree a pericolosità elevata e molto elevata, la popolazione esposta a rischio frana è salita da992.403 abitanti a 1.247.679. Quella esposta al rischio di un’alluvione ha quasi raggiunto i due milioni di persone. E includendo anche chi vive in zone a pericolosità media e scarsa, si superano i nove milioni di persone. I rischi si moltiplicano anche a causa dei cambiamenti climatici: variano l’intensità e l’andamento delle precipitazioni, aumentano gli episodi di trombe d’aria e le ondate di calore. Sono eventi sotto gli occhi di tutti, se ne sente parlare sempre più, ma manca un’analisi approfondita, per capire come e dove si verificano questi fenomeni e, soprattutto, quali caratteristiche assumeranno in futuro. Nel dossier “Le città alla sfida del clima”, Legambiente ha raccolto molti dati che raccontano un Paese che diventa più fragile. Dal 2010 a oggi, in 126 comuni, 242 eventi meteorologici hanno causato impatti rilevanti: 52 sono stati gli allagamenti e 98 i casi di danni alle infrastrutture dovuti a piogge intense, con 56 giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane(19 giorni a Roma, 15 a Milano, dieci a Genova, sette a Napoli e cinque a Torino). E ancora, ci sono stati otto casi di danni al patrimonio storico, 44 eventi calamitosi tra frane causate da piogge intense e trombe d’aria, a cui se ne devono aggiungere altri 40causati da esondazioni fluviali. Danni materiali e non solo. Tra il 2010 e gli inizi del 2017 si sono registrati in tutta la penisola55 giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo. Il più lungo è stato a gennaio 2017: in una settimana oltre 150.000 case sono rimaste senza luce e riscaldamento a causa delle forti nevicate in Abruzzo. Roma, negli ultimi sette anni, ha registrato 17 episodi di allagamento intenso. Tra le regioni più colpite dalle alluvioni e le trombe d’aria c’è la Sicilia, con più di 25 eventi. Il conteggio delle vittime è impressionante. In base ai dati raccolti dall’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, in Italia, tra il 1967 e il 2016, frane e inondazioni hanno causato 1.785 morti, 62 sono stati i dispersi, 1.971 i feriti e 317.476 le persone evacuate e senzatetto. A queste vittime, nel rapporto sui primi sei mesi dell’anno, si sono aggiunti quattro morti, dieci feriti e 557 evacuati e senzatetto. Ma sono numeri già superati. In agosto a Cortina una donna ha perso la vita mentre si trovava nella sua auto, travolta da una colata di detriti innescata da precipitazioni intense nella zona del Cristallo. In seguito alla frana, in tre punti è stata interrotta la strada e il fango ha invaso case e danneggiato automobili. Altre nove persone sono morte nella notte tra il 9 e il10 settembre scorso a causa dell’alluvione di Livorno.

Cause ed effetti
«Se il cambiamento climatico è provato, è difficile invece stabilire che influenza avrà sul rischio idrogeologico, come varieranno frane e inondazioni sul territorio – spiega Fausto Guzzetti, direttore dell’Irpi-Cnr – Nel caso delle frane, la stabilità dei versanti dipende da diversi fattori, tra cui le precipitazioni, la fusione della neve la temperatura, che sono influenzate dal clima ma anche dalla sismicità, dall’attività vulcanica e dall’antropizzazione». Nel rapporto 2014 dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) dell’Onu si dichiarava che, a livello mondiale, il numero delle persone a rischio inondazione sarebbe aumentato, ma non si è mai affermato lo stesso per le frane. «L’influenza non sarà univoca. Nell’area del Mediterraneo, dove i modelli prevedono un’intensificazione delle precipitazioni – chiarisce Guzzetti– aumenteranno le frane più veloci, le più pericolose per l’uomo, che si manifestano come scivolamenti superficiali, crolli, cadute di massi, colate di detrito, valanghe di roccia. Al contrario, le frane più lente e profonde, che dipendono da lunghe stagioni di pioggia, probabilmente rallenteranno». La valutazione del rischio non può prescindere dai fattori antropici. Secondo il rapporto di Legambiente “Ecosistema Rischio”, il 77% delle amministrazioni comunali intervistate dichiarano la presenza di abitazioni nelle aree golenali, nel 31% dei casi interi quartieri sono stati costruiti in aree a rischio, nel 51% invece ci sono insediamenti industriali. Ad aggravare la situazione, dovuta all’urbanizzazione sregolata della seconda metà del secolo scorso, il 10% dei Comuni ha dichiarato che sono stati costruiti edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio, mentre solo il 4% ha intrapreso interventi di delocalizzazione di abitazioni e l’1% di insediamenti industriali. Da Nord a Sud, nel nostro Paese sono diversi i casi di edifici collocati in aree particolarmente a rischio, che mettono in pericolo la vita di chi vi abita o lavora, a partire dal tribunale di Borgo Berga a Vicenza, stretto nello spazio tra due fiumi, o la Casa dello studente di Reggio Calabria, che sorge all’interno di una fiumara, il cinema multisala di Zumpano, in provincia di Cosenza, edificato su una scarpata con problemi di franosità, vicino al fiume Crati. Sempre in provincia di Cosenza si è edificato abusivamente in un’area a rischio sul torrente Coriglianeto. In provincia di Chieti è stato realizzato il centro commerciale Megalò, a 150 metri dall’argine del fiume Pescara. Il 25 ottobre del 2011 la scuola di Aulla, in provincia di Massa Carrara, è stata colpita, come tutta la cittadina, dall’esondazione del fiume Magra, che ha colto gli abitanti alla sprovvista e provocato due morti. Eppure era un disastro annunciato, visto che il fiume Magra nei decenni era stato pesantemente danneggiato nel suo tratto terminale dall’escavazione di inerti e intorno era avvenuta una cementificazione incontrollata del territorio, che non ha mai tenuto conto della prevenzione del rischio. A conferma di una gestione poco lungimirante del territorio, sono indicativi i dati dell’edizione 2017 del “Rapporto sul consumo di suolo in Italia” curato dall’Ispra. Emerge che la cementificazione, nonostante il calo demografico, cresce ovunque, anche dove non dovrebbe: nelle aree golenali, a ridosso delle coste, in aree a rischio idrogeologico. Nemmeno la minaccia di un terremoto pone un freno alla cementificazione.

Sismicità rimossa
«L’Italia, assieme alla Grecia, detiene purtroppo il primato della pericolosità sismica in Europa – afferma il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Carlo Doglioni – Possiamo attenderci terremoti di magnitudo superiore a 7: ce lo dicono la geologia e la storia sismica. Gli italiani però rifiutano di ricordarsene, se non in quei pochi mesi vicini a un evento catastrofico. L’atteggiamento fatalista domina quello razionale, che dovrebbe indurre a politiche indirizzate alla maggiore comprensione di questi fenomeni e alla loro prevenzione. È evidentemente un problema di crescita culturale e di maturazione della coscienza collettiva». L’Italia è uno dei Paesi a maggiore rischio sismico per la sua particolare posizione geografica, nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica. La sismicità più elevata si concentra nella parte centro-meridionale, lungo la dorsale appenninica, e in particolare in Val di Magra, Mugello, Val Tiberina, Val Nerina, Aquilano, Fucino, Valle del Liri, Beneventano, Irpinia, Calabria, Sicilia e in alcune aree settentrionali, come il Friuli, parte del Veneto e la Liguria occidentale. Solo la Sardegna non risente particolarmente di eventi sismici. Infine, il nostro Paese, con i suoi ottomila chilometri di coste, non può ignorare i rischi che arrivano dal mare. E anche qui le minacce di mareggiate e inondazioni sono aggravate dal consumo di suolo, che cresce man mano che ci si avvicina alla costa.

Rischio acqua alta a Venezia
foto di Alessandro Gandolfo

Erosione fuori controllo
«Aver occupato i luoghi più belli vicino al mare e pensare che, tanto, poi una soluzione si trova, è un male non solo italiano – osserva Giorgio Fontolan, geologo dell’università di Trieste – Uno dei primi interventi di ripascimento della storia è stato fatto negli anni ‘60nella spiaggia di Miami, che da allora necessita di regolare apporto di sabbia. Il ritorno economico, in quel caso, è tale per cui è molto conveniente mantenere viva la spiaggia. Lo stesso accade ormai anche per molte località balneari italiane, come Rimini e Riccione». Sono mancati, in Italia, una pianificazione e un monitoraggio delle coste: a questa carenza cerca ora di rimediare il progetto ministeriale “Ritmare”, la ricerca italiana per il mare, per comprendere quali sono i punti più fragili, più soggetti a erosione, anche rispetto agli scenari di innalzamento del livello del mare da qui al 2100. «I dati disponibili sono difformi, variano da regione a regione, mentre i rilievi in campo andrebbero fatti sistematicamente, per comprendere i cambiamenti in atto – prosegue Fontolan – e per valutare come agire a difesa della costa, se con ripascimenti, con barriere architettoniche, oppure se sia più opportuna la delocalizzazione degli edifici o, in alcuni casi, sia meglio lasciare spazio alle acque, che potrebbero inondare terreni non urbanizzati, come si sta già facendo in Olanda». Sono le coste più basse, in particolare quelle venete ed emiliano-romagnole, a essere più a rischio, in alcuni casi si sta valutandola convenienza del ripascimento, che ha costi molto elevati per la difficoltà di reperire la sabbia. «Gli allagamenti in alto Adriatico sono dovuti alla combinazione fra l’ampia escursione di marea che caratterizza quest’area del Mediterraneo e gli eventi meteorologici – precisa Renata Archetti, docente di Ingegneria all’università di Bologna – su questo influisce poi il fenomeno della subsidenza, cioè l’abbassamento del terreno, dovuto a fattori antropici, principalmente ai prelievi di metano e acqua dal sottosuolo». Tutto questo mette in pericolo le coste e, in base alle previsioni dell’Ipcc, l’innalzamento del livello del mare non farà che peggiorare le cose: è un appuntamento a cui l’Italia non può farsi trovare impreparata.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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