giovedì 21 Gennaio 2021

Italia bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche

immagine di trivelle in Adriatico

L’Italia è tra i Paesi più colpiti da una scarica di arbitrati internazionali nell’ambito del Trattato sulla Carta dell’Energia. È uno dei dati che emergono dal nuovo rapporto di Corporate Europe Observatory e Transnational Institute sugli effetti negativi di questo accordo internazionale in vigore dal 1998 e firmato da 48 Paesi di tutto il mondo, più l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica. Circa una decina di volte l’Italia è stata bersaglio di investitori scontenti delle politiche pubbliche, che tentano di recuperare denaro grazie a speciali clausole contenute nel trattato. Una di queste vicende è particolarmente significativa.
A maggio 2017 la società petrolifera britannica Rockhopper ha intentato una causa contro l’Italia, dopo il rifiuto dello Stato – nel 2016 – di concedere al suo progetto Ombrina Mare il rinnovo della concessione per trivellare in Adriatico. Il no dell’allora governo Renzi, ratificato dal Parlamento con la Legge di stabilità, arrivava per disinnescare il referendum che si sarebbe tenuto in primavera. La mossa del governo per indebolire il fronte referendario, però, ha sortito anche un effetto collaterale: la Rockhopper ha deciso di utilizzare una clausola contenuta nel Trattato sulla Carta dell’Energia per chiedere 350 milioni di euro in compensazioni all’Italia. Il tutto presso un tribunale sovranazionale accessibile solo agli investitori esteri dei Paesi che hanno sottoscritto l’accordo.
La maggior parte di queste cause arbitrali si tengono presso l’Icsid, Centro internazionale per la risoluzione delle controversie investitore-Stato della Banca Mondiale. Le corti sono presiedute da un’élite di pochi arbitri e avvocati commerciali, su cui penderebbero sospetti di conflitto di interessi e scarsa trasparenza. Molti atti processuali non sono pubblici, non esiste possibilità di appello e i governi possono comparire solo nella veste di imputati. Lo strumento è infatti a uso esclusivo delle aziende, che possono chiedere i danni agli Stati per una vasta gamma di atti normativi che ritengano lesivi dei loro profitti. Anche quelli che non si sono ancora materializzati. Rockhopper, infatti, sostiene di aver perso dai 40 ai 50 milioni di dollari già investiti, ma ne chiede all’Italia altri 300 di profitti stimati, che avrebbe recuperato – sostiene – se il Parlamento non avesse vietato nuove autorizzazioni.
La cosa più interessante è che l’Italia ha notificato il suo ritiro dalla Carta dell’Energia nel dicembre 2014, con effetto dal 1 gennaio 2016. Perché allora dovrebbe finire in tribunale per una causa intentata 27 mesi dopo? La risposta è nella cosiddetta “clausola di sopravvivenza” contenuta nel trattato internazionale, che garantisce agli investimenti questa copertura legale per altri vent’anni dopo l’uscita di un Paese. Fino al 2036, quindi, i tribunali arbitrali resteranno una scorciatoia per le imprese che vogliono punire il nostro Paese per averle penalizzate.
Il caso Rockhopper contro Italia è interessante anche per un’altra ragione: l’azienda prende il denaro delle spese processuali – una causa arbitrale costa mediamente 11 milioni di dollari – da un ignoto finanziatore di contenzioso, figura sempre più diffusa nell’ambito delle dispute tra investitori e Stati in seno alla Carta dell’Energia. La possibilità di vincere gli arbitrati è infatti piuttosto alta: nel 61% dei casi passati in giudicato le aziende hanno ottenuto sentenze favorevoli. Questo spiega il ruolo crescente di finanziatori terzi, come i fondi di investimento, che spesso sostengono le spese legali delle imprese in cambio di una quota dei risarcimenti ottenuti a danno degli Stati. Come ha dichiarato il Ceo di Rokhopper, infatti, «il processo non ci costa nulla. Se vinceremo, dovremo dare una parte del denaro al finanziatore». Dover sostenere dispute dai costi milionari, può spingere gli Stati a cedere alle richieste delle imprese, ritirando normative, modificandole o accettando di patteggiare rapidamente.
La facilità con cui si può estrarre profitto dalle casse pubbliche anche in caso di politiche sfavorevoli, ha spinto il numero di ricorsi verso l’alto negli ultimi anni. Oggi se ne contano un totale di 153, il 70% dei quali intentati da imprese che investono nei settori del petrolio, del gas e del carbone. Fatto che rende questo accordo internazionale un potente strumento per attaccare i governi intenzionati a ridurre la povertà energetica o a favorire la transizione alle rinnovabili.

Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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