sabato 6 Marzo 2021

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Italia armata

foto di una pistolaPrima è stata la volta dei porti chiusi a chi scappa da guerre e povertà, poi è arrivata la sparata sul censimento dei rom presenti in Italia. Ora nel mirino del ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini è finito l’articolo 52 del Codice penale, quello che disciplina l’istituto della “legittima difesa”. Al momento di scrivere sono cinque le proposte di legge depositate al Senato: oltre a quella della Lega, due sono di Forza Italia, una di Fratelli d’Italia e un’altra di iniziativa popolare. Anche il M5s starebbe preparando la sua. Tutte al vaglio dalla commissione Giustizia di Palazzo Madama, che innanzitutto dovrà decidere se adottare un testo base fra quelli depositati o se procedere alla stesura di un testo unico.

La discussione ha preso il via il 18 luglio, ma con agosto di mezzo è probabile che l’argomento “padroni a casa nostra” torni di attualità proprio in queste settimane. L’esame in commissione deve comunque terminare entro tre mesi, quindi a metà ottobre. Trascorso questo tempo, anche se non concluso, sarà iscritto d’ufficio all’assemblea. Lo stesso ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, ha annunciato che le prime riforme riguardanti il suo dicastero arriveranno entro l’autunno: «È tempo di eliminare le zone d’ombra che rendono difficile e complicato dimostrare che si è agito per legittima difesa». Il Guardasigilli ha inoltre puntualizzato che si tratta di un tema della giustizia, cioè di sua competenza. Insomma, più che sulla “ricetta” il distinguo fra Lega e Cinque stelle sembra essere sul metodo.

Nell’attesa di capire cosa accadrà in Parlamento, una cosa è certa: mai gli italiani sono stati così armati né così pronti a farlo come ora. Merito anche del lavoro ai fianchi di una lobby nata qualche anno fa su impulso di gruppi di “appassionati”, con l’esplicito sostegno delle aziende armiere. E che utilizzando abilmente i metodi di propaganda della statunitense National rifle association punta a introdurre nel nostro ordinamento un “diritto alle armi”. Un ruolo fondamentale, sia come collettore che come propulsore delle istanze di questi gruppi, lo svolge la fiera delle armi leggere e da caccia “Hit show”, la più grande d’Europa, che da quattro anni si tiene a Vicenza. Un successo sotto tutti i punti di vista, anche come passerella per diversi politici, tanto che nel 2018 si è sdoppiata per raggiungere Marcianise, in provincia di Caserta, sotto il nome di “Hunting show Sud”. Dettaglio non trascurabile: i padiglioni di “Hit show” sono gli unici in Europa in cui vengono esposti tutti i tipi di armi e nei quali è consentito l’accesso ai minori.

Zone d’ombra

Insomma, il “Paese reale” sembra già pronto, armi in mano, per accogliere le nuove norme sulla legittima difesa. La proposta depositata dalla Lega di Salvini in Senato ricalca quella presentata nella scorsa legislatura alla Camera da Nicola Molteni – allora relatore di minoranza, oggi sottosegretario agli Interni – e ripresentata il 23 marzo, a governo non ancora formato: “Si considera che abbia agito per legittima difesa colui che compie un atto per respingere l’ingresso o l’intrusione mediante effrazione o contro la volontà del proprietario o di chi ha la legittima disponibilità dell’immobile, con violenza o minaccia di uso di armi di una o più persone, con violazione di domicilio”. Se il linguaggio giuridico non fosse chiaro, significa licenza di sparare per chi è in possesso di regolare arma, e relativo porto d’armi, a chiunque si introduca con cattive intenzioni in una casa o in un luogo di lavoro. In questi casi non sarebbe più necessario dimostrare la proporzionalità fra la difesa e l’offesa. Nella relazione introduttiva, infatti, si parla di “presunzione di legittima difesa”. Un passaggio cruciale, di fatto presente anche nelle altre proposte di legge, che modifica radicalmente il provvedimento targato Pd approvato dalla Camera a maggio 2017, ma mai arrivato in Senato, quello con la distinzione fra l’eccessiva difesa diurna e la “licenza” notturna che tante critiche e ilarità si è tirata dietro. La proposta leghista interviene inoltre sull’articolo 55, che riguarda l’esclusione della punibilità per eccesso colposo, nonché sulla parte del Codice penale sul furto in abitazione e il furto con strappo, prevedendo l’inasprimento delle pene.

Buon senso alla deriva

«Una proposta inutile e confusa» l’ha definita il presidente degli avvocati penalisti romani, Cesare Placanica. Non sembrano però pensarla così tanti italiani. Secondo il “Rapporto sulla filiera della sicurezza”, realizzato dal Censis e presentato a giugno, nel nostro Paese la voglia di sicurezza fai-da-te è in grande ascesa: il 39% dei cittadini è favorevole a criteri meno rigidi per il possesso di un’arma da fuoco per la difesa personale. Un dato mai registrato prima, in netto aumento rispetto al 26% rilevato nel 2015. I più favorevoli sono le persone meno istruite (il 51% fra chi non supera la licenza media) e quelle over 65 (41%). Una famiglia su tre (31,9%) percepisce la zona in cui vive come a rischio criminalità, percentuale che raggiunge il 50,8% nelle aree metropolitane. Numeri che vanno in direzione contraria rispetto ai dati reali. È sempre il Censis a dire che i reati sono in calo e concentrati prevalentemente nelle grandi città. Nel 2017 ne sono stati denunciati 2.232.552: il 10,2% in meno rispetto al 2016. Gli omicidi sono passati dai 611 del 2008 ai 343 dell’ultimo anno (-43,9%), le rapine da 45.857 a 28.612 (-37,6%), i furti da quasi 1,4 milioni a poco meno di 1,2 (-13,9%).

Ci aiuta a leggere questi dati Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) che ha sede a Brescia, capitale indiscussa dell’industria bellica italiana. «Il Censis segnala che nel 2017, sul totale degli omicidi, quelli compiuti “con armi da fuoco” sono stati 150. Da un’indagine che ho condotto per l’Osservatorio risulta che quelli effettuati con armi legalmente detenute sono più di 40. Questo significa che gli omicidi compiuti con armi a disposizione di legali detentori rappresentano quasi un terzo di tutti gli omicidi compiuti con armi da fuoco, per capirci sono molto di più di quelli compiuti con ogni mezzo per rapine e di poco inferiori alla media di omicidi per mafia. Stando ai dati, se c’è una emergenza è quella delle armi a disposizione dei legali detentori».

A ciascuno il suo Far West

Il sottosegretario Molteni ha provato a rassicurare chi, davanti a questi numeri, ha espresso forti preoccupazioni sui rischi delle nuove norme: «Come ha detto tante volte Matteo (Salvini, ndr), non vogliamo che i cittadini dormano con una pistola sul comodino. Sul comodino ci stanno bene i libri. E non ci sarà nessun Far West, il Far West ce l’abbiamo già». Sarà, ma intanto, nonostante sia evidente il trend di diminuzione dei reati con maggior allarme sociale, il numero degli italiani armati continua a crescere. È ancora il Censis a informarci che nel 2017 si sono contate 1.398.920 licenze per porto d’armi, con un incremento del 20,5% dal 2014 e del 13,8% solo nell’ultimo anno. La crescita più rilevante è stata quella per le licenze per il tiro a volo (585.000: +21,1% in un anno), le più facili da ottenere.

Molto meno prodigo di numeri, invece, è proprio il ministero degli Interni. Anche se tutti gli acquisti di armi devono essere denunciati alle questure, il Viminale non ha mai reso noto il numero di armi legalmente detenute in Italia (dai 10 ai 12 milioni secondo le stime) né rende pubblico il numero complessivo di tutte le licenze rilasciate e in vigore. Oltre a quelle note, e cioè per difesa personale (20.000), per guardie giurate (50.000), uso venatorio (700.000) e sportivo (585.000), c’è anche il nulla osta, di cui, pur essendo la modalità più diffusa, non si conoscono i numeri. Un’opacità inspiegabile. Dovrebbero anche essere forniti i dati specifici per tipologie di armi, perché mentre calano le vendite di fucili da caccia, aumentano quelle di fucili semiautomatici tipo AR-15, i più usati nelle stragi made in Usa. Se l’acquisto di questi fucili è fatto da persone che pur avendo una licenza per uso sportivo non praticano nessuna disciplina, emergerebbe un fenomeno preoccupante per la sicurezza di tutti.

Licenza di uccidere

«Sa qual è il punto centrale della questione? – riprende Giorgio Beretta – Se si estende la norma sulla legittima difesa introducendo la “presunzione di innocenza” per chi difende la proprietà, ma si lasciano inalterate le attuali norme sul possesso di armi, c’è il fortissimo rischio che in Italia si verifichi un’ulteriore corsa ad armarsi». Nonostante nel nostro ordinamento l’autorizzazione alla detenzione di armi sia da considerarsi eccezionale, spiega l’esperto a Nuova Ecologia, la normativa che la regolamenta è invece sostanzialmente permissiva, fino ad arrivare al paradosso che sia più facile prendere una licenza per armi che la patente di guida. «Oggi a qualunque cittadino maggiorenne e incensurato, esente da malattie nervose e psichiche, non alcolista o tossicomane che dimostri di saper maneggiare le armi può essere rilasciata, su richiesta alle questure, la licenza per detenere armi, cioè il nulla osta, la licenza per uso venatorio e quella per uso sportivo – puntualizza Beretta – Non è necessario sottoporsi ad esami psicologici e neanche clinico-tossicologici che permettano di verificare lo stato di salute della persona. E pensare che queste licenze hanno una validità di sei anni, durante i quali le condizioni di vita e di salute di una persona possono cambiare».

Un caso su tutti. Il 12 dicembre 2014 Luca Traini (nella foto in questa pagina) risulta in possesso dei requisiti per ottenere il porto d’armi per uso sportivo. Un medico ha certificato “l’assenza di disturbi mentali, di personalità o comportamentali”. Passano 18 giorni da quando chiede la licenza a quando gli viene concessa. Lo scorso 3 febbraio lo stesso Traini, militante della Lega e dichiaratamente fascista, afferra la sua semiautomatica regolarmente detenuta, la carica con proiettili regolarmente acquistati, sale in macchina e passa le successive due ore a sparare contro ogni nero incontra per le strade di Macerata. Tre anni prima era idoneo ad avere un’arma, oggi è detenuto in carcere per il ferimento di sei persone, con due avvocati intenti a dimostrare la sua infermità mentale.

Onore alle armi

Il vicepremier Luigi Di Maio, capo politico del M5s, ha dichiarato in più di un’occasione di essere d’accordo sulla necessità di rafforzare l’istituto della legittima difesa, eliminando le «zone d’ombra» citate dal suo collega di governo e di partito Bonafede. Ha però anche affermato pubblicamente che il governo non darà il via a nessuna liberalizzazione nella vendita delle armi né nel rilascio delle licenze. Non sembra pensarla alla stessa maniera il suo alleato Matteo Salvini, che ha addirittura siglato un accordo in campagna elettorale con le associazioni impegnate a tutelare i cittadini in possesso di armi da fuoco: “Sul mio onore mi impegno a coinvolgere e consultare il Comitato Direttiva 447 e le altre associazioni di comparto ogni qualvolta siano in discussione provvedimenti che possano influire sul diritto di praticare attività sportiva con armi e/o venatoria, o comunque quello più generale a detenere e utilizzare legittimamente a qualsiasi titolo armi, richiedendone la convocazione presso gli organi legislativi o amministrativi in ogni caso si renda opportuno udirne direttamente il parere”. Il Comitato D-477 rappresenta in Italia la Firearms united, la Confederazione europea dei possessori di pistole. Collabora con Assoarmieri, Conarmi e Anpam, che promuove la manifestazione “Hit show”, dov’è stato siglato l’accordo con Salvini, come con altri dodici candidati alle scorse elezioni (8 della Lega, due a testa Forza Italia e Fratelli d’Italia). Si tratta delle più importanti sigle dei fabbricanti italiani di armi. Stiamo insomma parlando del braccio operativo di una lobby molto potente in un settore che vale lo 0,7% del Pil, dove come esportatori nel mondo siamo secondi solo agli Stati Uniti.

Più ancora che alla legittima difesa, il Comitato è interessato al recepimento delle modifiche introdotte dalla direttiva europea 477, da cui ha preso il nome. La riforma – scritta nel 2015 dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo, consumata con kalashnikov provenienti dal giro legale dei poligoni francesi – ha come obiettivo limitare la circolazione delle armi e ridurre la disponibilità dei caricatori. A seconda di come sarà recepita si potrebbero aprire, o chiudere, importanti occasioni di mercato. Per questo il Comitato segue ogni passaggio della riforma, al momento di scrivere ancora ferma in Parlamento. Pronto a ricordare al ministro dell’Interno l’impegno assunto al punto 4 del contratto sottoscritto pubblicamente nel febbraio scorso, in cui si fa esplicito riferimento al modo in cui il governo avrebbe dovuto recepire la direttiva. C’è un mercato, quello delle armi, che non aspetta.

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