Italia al veleno: in 13 dei 41 Sin la bonifica è ferma

Negli altri procede troppo lentamente.Eppure la ricerca scientifica offre nuove soluzioni per il ripristino ambientale di ex petrolchimici, acciaierie, fabbriche chimiche, di amianto e cave Intervista a Giuseppe Vadalà / Sentieri mortali / Intervista a Pietro Comba /Gela, eredità ingombrante / Valle del Sacco: 18 anni di veleni

bonifica dei Sin

Ex fabbriche di materiali chimici o amianto, cave, acciaierie, discariche abusive e petrolchimici che per decenni hanno riversato nell’ambiente circostante sostanze tossiche o cancerogene. È l’Italia dei 41 Siti di interesse nazionale per le bonifiche (Sin), una porzione del nostro Paese grande quanto 1.600 campi da calcio, poco più di 116.000 ettari, fortemente contaminata e da bonificare. Ogni sito è diverso per territorio, popolazione e causa dell’inquinamento, ma c’è un dato che li accomuna tutti o quasi: il forte ritardo nella bonifica. Infatti a fine 2018, si legge sul sito del ministero dell’Ambiente, in ben 13 Sin su 41 la bonifica dei terreni non era neanche iniziata. E negli altri non va affatto meglio, con percentuali di risanamento che non raggiungono il 50% dell’area contaminata, a eccezione della Val Basento in Basilicata (88%) ed Emarese in Valle D’Aosta (68%, per le falde acquifere).
«Le cause del ritardo sono diverse – spiega a Nuova Ecologia Luciana Distaso, dirigente della divisione Bonifiche e risanamento del ministero dell’Ambiente – Le bonifiche oggi si fanno su istanza di parte, dunque è il responsabile della contaminazione a presentare e a pagare il progetto. Non possiamo imporlo noi a meno di non procedere in danno. Servirebbe una normativa più adeguata». A questo si aggiungono anche problemi organizzativi. «Al momento le procedure di bonifica avviate sono più di 1.500, ma nella struttura che le segue sono solo in 25 – precisa la Distaso – Basta un problema su una singola area per rallentare tutta la bonifica».
Il mancato ripristino ambientale appare ancora più grave se si considera l’anno di riconoscimento come siti di interesse nazionale. Ben 13 Sin furono definiti tali nel 1998 e fra questi ci sono anche Taranto, Gela e Porto Marghera. A distanza di ventuno anni in nessuno di questi sono state concluse le operazioni di ripristino ambientale e bonifica. Va inoltre chiarito che i Siti di interesse nazionale non comprendono tutte le aree contaminate d’Italia. A questi bisogna infatti aggiungere circa 30.000 Siti di interesse regionale (Sir). «Dal punto di vista ambientale e sanitario, i Sir non sono meno impegnativi dei Sin – ha dichiarato Fabio Pascarella dell’Ispra durante la presentazione del V rapporto “Sentieri” – Per il 45% dei Sir l’iter di bonifica si è concluso, per il restante 55% è ancora in corso. Molto resta da fare anche per conoscere la perimetrazione e i proprietari o gli affittuari dei siti, per capire chi è l’eventuale responsabile della contaminazione. Stiamo creando un’applicazione per tutte le agenzie regionali per lo scambio di informazioni. Il Sistema nazionale di protezione ambientale dà una prospettiva che però richiede capacità di collaborazione fra enti diversi».
Fra le cause di grave inquinamento c’è anche lo smaltimento illegale di rifiuti, per il quale l’Italia è stata condannata dall’Unione Europea nel 2014. «Ad oggi stiamo seguendo 80 discariche che fanno parte della procedura di infrazione per la quale finora abbiamo pagato 256 milioni di euro di sanzioni – ha detto il maggiore dei Carabinieri Aldo Papotto, membro dello staff del commissario straordinario per la bonifica delle discariche abusive (leggi l’intervista al generale Giuseppe Vadalà a pagina 14) – La maggior parte riguarda rifiuti solidi urbani, ma non mancano quelli industriali».
Quello dei siti contaminati non è un problema soltanto italiano, ma europeo e mondiale. Si stima che nel solo Vecchio continente le aree fortemente inquinate siano circa 342.000, delle quali appena il 15% bonificate. Uno degli aspetti più problematici è l’esportazione di materiali e tecnologie inquinanti. «Il problema di come le tecnologie vengono utilizzate ed esportate è globale – spiega Francesca Racioppi, direttrice del Centro europeo salute e ambiente dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) – Uno dei compiti dell’Oms e delle convenzioni internazionali è introdurre una regolamentazione per impedire che alcuni materiali o pratiche industriali vengano esportate senza un consenso informato. Il problema ha a che fare anche con lo sviluppo tumultuoso di particolari settori, come quello delle batterie e dei rifiuti elettronici. Ci sono Paesi che importano questo tipo di rifiuti ma non necessariamente hanno la tecnologia e la capacità per affrontarne uno smaltimento corretto».
Un ruolo importante nei processi di ripristino ambientale è svolto dalla ricerca scientifica, che oggi offre soluzioni migliori rispetto al passato. «Negli ultimi dieci anni il “portafoglio tecnologico” in grado di risanare le matrici contaminate si è notevolmente arricchito», racconta il professor Marco Petrangeli Papini, direttore del master di Caratterizzazione e tecnologie per la bonifica dei siti inquinati dell’università “La Sapienza” di Roma. Le soluzioni sono tante e diverse fra loro: dagli elettrodi che scaldano il terreno, al momento in uso a Gela, agli additivi ad acqua, fino alla biologia molecolare che utilizza microrganismi per degradare le sostanze inquinanti. Ma, ancora una volta, è il cortocircuito fra le norme e le soluzioni tecnologiche a rallentare il passo. «La tecnica ci permette di creare soluzioni più dinamiche e specifiche per ogni sito, ma alcuni aspetti normativi vanno necessariamente rivisti – riprende Papini – In particolare andrebbero aggiornati gli allegati tecnici della legge 152/2006, che non sempre facilitano l’uso di nuove tecnologie o delle conoscenze acquisite durante lo stesso iter di bonifica. Nel 2015, presso il ministero dell’Ambiente, ci fu un lavoro di revisione di questi allegati, che però non sono mai stati emanati. In definitiva è necessario riportare la normativa al passo con le innovazioni tecnologiche».
Il tempo trascorso senza progressi nel risanamento ambientale e nella tutela della salute nei siti Sin e Sir rende sempre più evidente la necessità di cambiare approccio al problema. «I procedimenti sono troppo lunghi e complessi, mentre gli strumenti tecnologici consentono di ottenere sviluppi rilevanti – sostiene Andrea Minutolo, coordinatore dell’ufficio scientifico di Legambiente – Servono investimenti e soprattutto una programmazione delle bonifiche. Bisogna individuare delle priorità in base alla gravità delle situazioni e in questo i dati epidemiologici del rapporto “Sentieri” potrebbero essere di grande aiuto perché non è possibile gestire 41 Sin contemporaneamente per poi avere quasi tutte le bonifiche ferme».l