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In Italia riparte il treno dell’accoglienza, ora servono nuovi binari

Certamente il decreto legge “in materia di immigrazione”, appena approvato dal governo, sgombra il campo dallo sconquasso distruttivo che l’allora ministro Salvini aveva portato nel sistema di accoglienza con i due decreti del 4/10/2018 (n.113) e del 14/6/2019 (n.53). Le motivazioni sono esplicite: “porre rimedio ad alcuni aspetti funzionali che avevano generato difficoltà applicative” come recita la relazione illustrativa, insieme al recepimento delle osservazioni del Presidente della Repubblica e la necessità di tener conto dei principi costituzionali ed internazionali vigenti.
La scelta politica di non abrogare ma di modificare i decreti Salvini è una buona chiave per capire i passi avanti e i confini che il nuovo decreto non riesce a valicare.
I punti forti ci sono e sono stati già ampiamente citati dai media: ripristino della protezione umanitaria, con altro nome, divieto di respingimento là dove sono negati i diritti umani o sussistono condizioni di consolidato inserimento sociale, ampliamento dei titoli per trasformare il permesso di soggiorno in permesso di lavoro, restituzione della centralità dell’accoglienza diffusa restituendo all’ex-SPRAR, ora Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), il ruolo di “caposaldo” dell’accoglienza di tutti gli immigrati (richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale, di protezione speciale, minori non accompagnati, titolari di permessi di soggiorno per cure mediche, per calamità, vittime di tratta, di violenza domestica, di sfruttamento lavorativo), ripristino del diritto alla registrazione anagrafica, che comporta anche l’accesso alle cure sanitarie (questione non irrilevante in epoca di Covid).
Insomma il sistema di accoglienza italiano è rimesso sui binari da cui era stato fatto deragliare e riavvia una politica di integrazione. Ma non cambiano alcuni impianti “culturali” di fondo, che sono indice di un “vizio” culturale ed etico che tocca noi come tutta l’Europa. L’alleggerimento delle misure contro le ONG per il soccorso in mare, invece della radicale cancellazione, è figlio di quella cultura che ha permesso di parlare di “taxi del mare” e che oggi, evidentemente, i 5S non vogliono disconoscere.
Il raggiungimento della cittadinanza continua ad essere un percorso ad ostacoli, non solo la riduzione a tre anni è del tutto insufficiente, ma soprattutto non è prevista nessuna moratoria per chi ha presentato domanda nell’era dei decreti Salvini.
Infine, la vera carta che aveva reso proficuo per i territori il sistema SPRAR, ovvero l’avviamento al lavoro (che in tante aree marginali del paese aveva significato risorse e opportunità nuove di sviluppo anche per i nativi italiani) continua ad essere un’opzione secondaria, non solo perché i richiedenti asilo ne sono esclusi (anche se accolti nel SAI), ma perché il fulcro della politica migratoria continua ad essere innestato nel Ministero dell’Interno, invece che nel Ministero del lavoro, come sarebbe logico (e che la proposta di legge di iniziativa popolare presentata da Ero Straniero richiedeva).

E ora? Nell’immediato ci sono miglioramenti da apportare in Parlamento (a cominciare dagli ostacoli alla cittadinanza). Sul medio periodo è ora di ripensare globalmente l’impianto delle politiche di accoglienza e integrazione: nuova legge organica sul governo dell’immigrazione, riforma della cittadinanza, rifondazione delle politiche europee, a cominciare dalla riforma di Dublino e dagli interventi di soccorso nel Mediterraneo, blocco delle politiche di supporto alla Guardia costiera libica.
Uno scenario che ci auguriamo possa essere discusso e rilanciato nella prossima assemblea della campagna #Ioaccolgo, il prossimo 30 e 31 ottobre.

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