#IoAccolgo, Italia in piazza per l’accoglienza

Manifestazioni in tante città d’Italia per la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Anche Legambiente tra le associazioni che hanno firmato l’appello per chiedere al governo di abrogare i Decreti Sicurezza e gli accordi con la Libia Firma l’appello

Immagini di manifestanti per l'accoglienza a Roma

Era il 3 ottobre del 2013 il giorno in cui, al largo delle coste di Lampedusa, il naufragio di un’imbarcazione carica di migranti provenienti dalla Libia provocò la morte di 368 persone. Quella tragedia commesse l’Italia e l’Europa. Ma a sei anni di distanza sembra che nulla sia concretamente cambiato, come dimostrano le oltre 950 persone che tra il primo dicembre del 2018 e il 18 settembre del 2019 hanno perso la vita tentando la traversata del Mediterraneo e che sono quasi 19mila quelle scomparse dal 2014 a oggi. Per reagire a questo silenzio oggi, in occasione della Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, decine di realtà associative, tra cui Legambiente, tornano in piazza.  

In vista delle manifestazioni in programma in tutta Italia oggi, è stato firmato un appello (sui social network l’hashtag è #IoAccolgo) indirizzato al parlamento e al governo per l’abrogazione dei Decreti Sicurezza e Sicurezza bis e per l’annullamento degli accordi con la Libia “in quanto violano i principi affermati dalla nostra Costituzione e dalle Convenzioni internazionali, producono conseguenze negative sull’intera società italiana e ledono la nostra stessa umanità”.

Sono quattro i punti chiave dell’appello. La prima richiesta è la reintroduzione della protezione umanitaria. “Il d.l. n. 113/18 ha abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che era rilasciato in presenza di seri motivi di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali. Di conseguenza, decine di migliaia di persone che pure avrebbero diritto all’asilo ai sensi dell’art. 10 della Costituzione o che si trovano in condizioni di estrema vulnerabilità per gravi motivi di carattere umanitario, vivono oggi nel nostro Paese senza poter ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno, condannate così all’emarginazione e allo sfruttamento. Tra questi, anche molti cittadini stranieri che avevano già trovato un inserimento lavorativo e che, in seguito alla perdita del permesso di soggiorno, non possono più essere impiegati regolarmente. Per questi motivi riteniamo necessario e urgente reintrodurre la protezione umanitaria”.

Il secondo è l’abrogazione della norma riguardante la residenza dei richiedenti asilo. “In base a un’interpretazione restrittiva del decreto Sicurezza, nella maggior parte dei Comuni italiani i richiedenti asilo non vengono più iscritti all’anagrafe – prosegue l’appello -. L’impossibilità di ottenere la residenza determina enormi problemi nell’inserimento lavorativo e nell’accesso ai servizi, contribuendo a ostacolare l’inclusione sociale dei richiedenti asilo e il raggiungimento dell’autonomia. Per superare tali problemi, è a nostro avviso fondamentale abrogare la norma del decreto Sicurezza riguardante l’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo”.

Nel terzo punto le associazioni che hanno firmato l’appello chiedono di ristabilire un sistema nazionale di accoglienza che promuova l’inclusione sociale di richiedenti asilo e titolari di protezione. “In seguito all’entrata in vigore del d.l. n. 113/18, i richiedenti asilo non possono più essere inseriti nel sistema di accoglienza gestito dai Comuni (ex-SPRAR), ma possono essere accolti unicamente nei CAS, strutture prefettizie spesso di grandi dimensioni e prive di servizi fondamentali come i corsi di italiano, l’orientamento lavorativo e la mediazione interculturale. Viene così ostacolata l’inclusione sociale delle persone accolte e la loro positiva interazione con i territori”. Dall’entrata in vigore del decreto, inoltre, migliaia di titolari di protezione umanitaria sono stati costretti a lasciare i centri d’accoglienza e abbandonati per strada – prosegue l’appello – Il progressivo smantellamento del sistema di accoglienza ha infine comportato la perdita del posto di lavoro per migliaia di operatori e operatrici, senza un’adeguata copertura e accompagnamento degli ammortizzatori sociali. Per questi motivi riteniamo fondamentale reintrodurre il diritto all’inserimento nello SPRAR dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria  e, in attesa del rilancio dello SPRAR quale sistema unico di accoglienza, prevedere che i CAS rispettino standard analoghi a quelli SPRAR, con azioni per l’inclusione sociale, la formazione e l’inserimento lavorativo delle persone accolte”.

Il quarto punto rimanda alla richiesta di abrogare le norme riguardanti i divieti per le navi impegnate nei salvataggi. “Il decreto Sicurezza bis ha introdotto una serie di norme finalizzate a impedire l’arrivo in Italia delle navi che trasportano cittadini stranieri soccorsi in mare – si specifica nell’appello -. Tali norme hanno comportato gravi violazioni del diritto internazionale, che impone agli Stati di indicare alla nave che abbia soccorso dei naufraghi un porto sicuro dove farli sbarcare nel più breve tempo possibile. In attuazione del d.l. n. 53/19, uomini, donne e bambini, già provati dalle violenze subite in Libia, sono stati trattenuti per settimane sulle navi soccorritrici, in condizioni inaccettabili. Inoltre, come affermato dallo stesso Presidente della Repubblica, le pesantissime sanzioni previste per le navi che violino il divieto d’ingresso in acque territoriali, risultano assolutamente sproporzionate.  Il risultato complessivo del decreto Sicurezza-bis, ostacolando l’operato delle navi umanitarie e scoraggiando le navi commerciali dall’intervenire nei salvataggi, è di aumentare le morti in mare. Per questi motivi riteniamo imprescindibile ed urgente abrogare le norme del decreto Sicurezza-bis che prevedono divieti e sanzioni nei confronti delle navi impegnate nei salvataggi”.

L’auspicio delle associazioni firmatarie è che il Governo “annulli immediatamente gli accordi con il Governo libico e che, fatti salvi gli interventi di natura umanitaria, non vengano rifinanziati quelli di supporto alle autorità libiche nella gestione e controllo dei flussi migratori. I migranti intercettati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica e riportati forzatamente in Libia vengono infatti sistematicamente rinchiusi nei centri di detenzione, in condizioni disumane, e sono sottoposti a torture, stupri e violenze. Rinviare persone bisognose di protezione verso un Paese non sicuro, come dichiarato anche dall’UNHCR e dalla Commissione europea, viola la nostra Costituzione e il diritto internazionale ed è contrario ai valori fondamentali di umanità”.