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“Perché i vuoti possano diventare pieni serve una grande idea politica”. L’intervista a Vito Teti

Restanza e disperanza, pandemia, nostalgia, futuro. A colloquio con il grande antropologo calabrese

Vito Teti

Dal mensile di settembre. Una partitura   musicale, una poesia, un documentario. È tutto questo “Il Paese interiore”, il film di Luca Calvetta che narra la Calabria con le parole dell’antropologo Vito Teti attraverso la voce di Ascanio Celestini. Un film libero, senza budget, che si può trovare online (link in fondo all’articolo) ed è accessibile a tutti. Un viaggio in un mondo scomparso che ritorna, nelle macerie vive che hanno tanto da insegnare. L’uscita del film è stato un modo di avvicinare e incontrare Teti, che ha scelto di tornare a insegnare nella sua Calabria e ad abitare la casa dov’è nato, a San Nicola da Crissa (Vv), seguendo il filo di quello che lui chiama la “restanza”.
«Per me la restanza è molto legata a un’idea di mobilità e di erranza, di sentirmi in esilio da fermo, spaesato. Non è qualcosa di statico, apatico. Abitare i luoghi con consapevolezza, viverli e cambiarli in meglio, rendendoli più accoglienti e aperti. La storia lunga della Calabria è fatta di grande emigrazione e di grandi svuotamenti: io sono nato in un paese di cinquemila abitanti, oggi ne rimangono solo mille. Questa è la situazione generale delle aree interne dell’Italia, dagli Appennini alle Alpi. Il rischio è che questi paesi diventino dei musei vuoti che nessuno vuole più visitare».

Si fa un gran parlare della cesura imposta dal Coronavirus: c’è davvero un ritorno dalle grandi città alle aree interne?
La restanza riassume il partire e il rimanere: così come c’era mio padre che era partito per il Canada, così mia madre rimaneva nel paese ad aspettarlo. I termini sono inseparabili, si compenetrano e si comprendono solo insieme. Negli ultimi tempi c’è stato più un desiderio di restare che di andare, si è superato il mito della città. Con la pandemia c’è un numero maggiore di persone che torna o vorrebbe tornare ma lo smartworking calato in un paese vuoto non fa altro che riproporre un modello urbanocentrico. E soprattutto, chi verrebbe a lavorare in un paese vuoto? Di che cosa vivrebbe? I paesi sono vuoti anche perché non hanno più i servizi, gli ospedali, le scuole. Ho paura che davanti a questa immagine edulcorata e retorica del tornare si possa consumare l’ennesima beffa nei confronti dei paesi e del Sud. “Ripopolare” è un termine complicato: non si ripopola nell’arco di due anni un luogo che si è spopolato in cento anni, in un Paese dove c’è una crisi demografica altissima. Si dovrebbero prima di tutto ricreare delle comunità che mettano insieme quelli che sono rimasti con quelli che ritornano e quelli che arrivano, gli immigrati. E assieme costruire modelli, pratiche economiche sociali e culturali per riabilitare i luoghi in maniera diversa dal passato, per renderli di nuovo centrali. Si ribalta il vecchio paradigma: non partire dal centro ma ripartire dai margini, dalle periferie, dai luoghi apparentemente vuoti. Perché i vuoti possano diventare pieni serve una grande idea politica, un progetto. Se si ristruttura un vecchio palazzo in un paese abbandonato e poi non verrà usato e la via rimane vuota abbiamo creato una nuova rovina, una rovina moderna. Bisogna partire non dai bisogni di chi vuole fare affari, ma da quelli delle persone, rispondendo alla vocazione economica ed emotiva di un luogo.

Parla spesso nei suoi libri di nostalgia. Per essere contemporanei e prevedere il futuro c’è bisogno di pensare il passato e riconquistarlo?
La nostalgia come sentimento collettivo potrebbe significare restare ancorati a potenzialità inespresse da recuperare. Ad esempio, oggi in Calabria il 55% dell’acqua va sprecata, poi abbiamo quella gestita dai grandi acquedotti che non è potabile e la compriamo in bottiglia. Certi sistemi di approvvigionamento del passato forse potrebbero essere più adeguati di quelli imposti dalla modernità. Bisognerebbe rifare dei piccoli acquedotti gestiti a livello comunale, con l’acqua che tu vedi, conosci e controlli e arriva facilmente nelle case, anziché le mega opere. Il passato ha molto da insegnare, soprattutto in un tempo in cui il progresso è considerato inarrestabile, l’imprevisto e la catastrofe negati. C’è un vecchio detto calabrese che dice: Alla scordata si rende la pizzata, il danno che hai fatto ti verrà restituito quando te ne sarai scordato. Questo è molto vero rispetto al rischio sismico che sappiamo alto in Calabria. Perché non difendiamo il paesaggio? Perché non costruiamo in maniera da difenderlo saggiamente secondo le normative? Quando il terremoto verrà, avremo meno devastazioni, meno morti… In Calabria abbiamo centinaia di riti che ricordano i flagelli, le alluvioni, i terremoti, ma sono manifestazioni rituali, nel senso più brutto del termine, perché non ti consegnano un memento, una memoria attiva: non ti ricordano veramente che quello che è accaduto potrebbe succedere di nuovo. È quello che racconto con l’esempio di Cavallerizzo, un paesino calabrese che pur essendo sorto in una zona in cui c’era già una frana è riuscito a conviverci per secoli. E poi, improvvisamente, la morte di questo paese viene “chiamata” (il 7 marzo 2005 una nuova frana ha costretto la popolazione a spostarsi, nda). A Cavallerizzo c’è sempre stata la leggenda di San Giorgio in lotta contro il drago, che simboleggia il sottoterra, il pericolo. È l’animale che annuncia. Eppure qui hanno continuato a tagliare i boschi, a seppellire i corsi d’acqua, a costruire con il cemento armato sulla frana.

Sta accadendo lo stesso con la pandemia?
Abbiamo ripetuto per mesi dai balconi, dai giornali, dai social che “niente sarà più come prima”. A me pare che purtroppo sarà peggio di prima. L’innevato deserto canadese che si incendia o la Germania alluvionata, con centinaia di morti, gli scienziati che ci dicono che non sono fatti occasionali ma eventi che dovrebbero farci riflettere. E invece si continua a essere colti dalla grande “cecità” di cui parla Amitav Gosh, per cui il problema dominante diviene il chiudere o aprire le discoteche, o la mascherina sì o no. Mi sembrano questioni legittime, che non colgono però la dimensione catastrofica, da “fine del mondo”, di quello che è successo. Quella spinta iniziale al cambiamento non è stata raccolta, non è stata ascoltata la visione profetica del Papa, al di là che uno creda o meno (l’omelia di Pasqua 2020 in una piazza San Pietro vuota, nda). Ma anche quegli insegnamenti che venivano dal passato sono inascoltati. Come quell’altro detto di mia nonna e mia madre: U peju è arrede, il peggio è indietro, un detto che significa che il peggio in realtà è avanti, potrebbe accadere. Tutta questa saggezza popolare aveva la consapevolezza del limite: non si potevano superare certi limiti della finitudine, della malattia, della morte. Oggi, per l’ennesima volta, si parla di incidente: superato si torna alla normalità, anche se ormai non si sa quale sia la normalità. È chiaro dal modo in cui ci salutiamo e abbracciamo, in cui comunichiamo, dalla percezione che abbiamo del corpo, della salute, della morte, delle feste: nulla sarà come prima. Lo stiamo rimuovendo al punto che si tornerà a un “prima” a cui non è utile tornare poiché è esattamente quel “prima” che ci ha portati nel baratro. Non bisogna tornare al mondo di prima, ma immaginare il mondo di domani.

Lei parla di nostalgia del futuro e la sua ricetta è fatta di “responsabilità, saggezza, prudenza, etica del futuro come limitazione del rischio e ridimensionamento dell’imprevedibile”. Chiudiamo questa intervista con ottimismo?
Non sono ottimista ma non posso dire che il mondo sia già finito perché non è vero. Tra la disperazione e la speranza, scelgo la “disperanza”. Una speranza dolorosa, dolente. Questa mia visione può sembrare consolatoria ma è una sorta di buon auspicio per le nuove generazioni. Continuiamo a dire “non superiamo il limite, non sprechiamo, recuperiamo quello che c’è da recuperare”. Essendomi definito “rivoluzionario” in gioventù, adesso posso dire che il problema non è rivoluzionare il mondo ma conservarlo. La vera rivoluzione sta nel curare, custodire. Nell’imprevedibilità del domani un atteggiamento possibile è quello delle “piccole utopie quotidiane”: amare gli altri, andare a visitare gli ammalati, non lo dico evangelicamente, parlare con gli anziani, dialogare con i defunti per scongiurare la morte, sprecare meno, consumare meno cibo. Tutto questo forse non salverà il mondo ma tante piccole utopie quotidiane individuali potrebbero contribuire a fondare nuove comunità, nuovi modi di stare assieme. Per poter dire che abbiamo fatto tutto quello che era nelle nostre possibilità.

Clicca qui per vedere “Il Paese Interiore”

L’identikit

Vito Teti è professore ordinario di Antropologia culturale dell’Unical, dove ha fondato e dirige il Centro di iniziative e ricerche “Antropologie e letterature del Mediterraneo”. Tra le sue pubblicazioni: “Il senso dei luoghi”, “Maledetto Sud”, “Terra inquieta”, “Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni”, “Prevedere l’imprevedibile”.

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Elisabetta Galgani
Elisabetta Galgani è una giornalista professionista, da anni si occupa di ambiente, cultura e questioni di genere. Dal 2003 è redattrice alla rivista e al quotidiano online de La Nuova Ecologia. Ha collaborato tra gli altri con Left-Avvenimenti e Paese sera e come autrice a Raitre e Raisat ragazzi. Presidente dell’associazione culturale Marmorata169, si occupa di comunicazione culturale e, per passione, di cinema.

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