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‘La montagna abbia anche spazi liberi da infrastrutture’. L’intervista a Umberto Martini

Serve un nuovo equilibrio fra ecologia, economia e società. “Va posto un freno alla ricerca continua di nuove aree dove portare lo sci di massa”

Il futuro del turismo invernale sulle Alpi, per Umberto Martini, docente di Economia e marketing territoriale all’Università di Trento, passa per la ricerca di un nuovo equilibrio fra ecologia, economia e società.

In che direzione dovrebbe andare il turismo invernale sulle Alpi?
Credo sia fondamentale non forzare la mano per mantenere un’offerta e un’organizzazione che hanno fatto il loro tempo. Da cinquant’anni il modello centrato sulla pratica dello sci da discesa ha permesso il successo di alcune stazioni sciistiche, non solo in Italia. Adesso serve un rinnovamento, da realizzare tenendo conto del paradigma della sostenibilità. Dal punto di vista ecologico, i problemi sono noti. Ma vanno considerate le dimensioni economica e sociale: molte località montane dipendono dalla doppia stagione turistica, estiva e invernale. Eliminare lo sci di massa avrebbe un impatto notevole e porterebbe allo spopolamento di alcune valli.

Come trovare un nuovo equilibrio?
Prima di tutto, data la situazione climatica, bisogna smettere di insistere sui comprensori a bassa quota: si rischia di fare un danno ambientale ed economico, con opere infrastrutturali costose che richiedono consumi ingenti di acqua ed energia per l’innevamento artificiale. E va posto un freno alla ricerca continua di nuove aree dove portare lo sci di massa. La montagna deve avere anche una dimensione libera da infrastrutture, lasciata alla wilderness. Invece sappiamo che la tendenza è puntare sull’ampliamento, perché ci sono interessi molto forti.

I grandi comprensori sciistici esistenti sono sufficienti a soddisfare la domanda?
Sì, infatti la vera questione è: perché continuare a ingrandire? La necessità di fare ampliamenti risponde forse a esigenze di investire in attività più vicine al settore dell’edilizia? Verrebbe da chiedersi se investiamo perché c’è bisogno di nuove piste oppure perché il modello di business sta in piedi a condizione che le società degli impianti possano gestire anche attività che non hanno a che fare direttamente con il trasporto delle persone, ma con la costruzione. Questo non lo dico in senso critico, è questione di modello di business. Resto convinto che, a un certo punto, si debba applicare il paradigma del limite.

Il turismo di massa legato allo sci ha sempre più bisogno di fondi pubblici.
In alcune valli in Svizzera e in Austria gli impianti di risalita sono considerati infrastrutture a uso pubblico, un volano di sviluppo, con un effetto moltiplicatore nell’economia del territorio. È l’argomento che anche in Italia viene portato a giustificazione del sostegno dato alle società che gestiscono gli impianti di risalita e le strutture annesse, cioè le piste e i sistemi di innevamento. Se l’investimento pubblico ha realmente un effetto moltiplicativo, allora è giustificato. Ma non si può dare per scontato che sia così. Quando, di fronte a società che generano perdite continue e consistenti, interviene il pubblico, si risponde a logiche di salvataggio, lontane dal generare un moltiplicatore di ricchezza. Userei questa discriminante per ragionare sull’utilità di investire denaro pubblico sugli impianti di risalita.

Leggi anche:
Il circo bianco tra in rosso e danni alle montagne

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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