martedì 25 Gennaio 2022

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La montagna è luogo di libertà. Intervista a Paolo Cognetti

I suoi romanzi sono spesso ambientati nei boschi e nei parchi. A colloquio con l’autore de “La felicità del lupo”

Fontana Fredda è un villaggio incastonato tra le Alpi valdostane. Un luogo lento, ruvido, genuino come la gente che lo popola. Da qui Milano dista solo un paio d’ore d’auto, eppure sembra di stare su un altro pianeta. È in questo rifugio immaginario che lo scrittore Paolo Cognetti ha ambientato il suo ultimo romanzo, La felicità del lupo (Einaudi). Al centro della storia c’è Fausto, che a un certo punto della sua vita decide di staccarsi dalla metropoli, da un lavoro e da una relazione andati a male, per rimettere ordine alle cose in quegli stessi boschi in cui era cresciuto da bambino.

Quanto le assomiglia Fausto e quanto sono suoi i luoghi di questo romanzo?

Fausto è uno scrittore che si sente fallito, e in questo per fortuna siamo differenti (ride, ndr). I luoghi in cui ritrova se stesso sono però i miei luoghi. Fontana Fredda è il villaggio dove mi trasferisco da Milano (Estoul, in Val d’Ayas, a quota 1.800 metri, ndr) per buona parte dell’anno, come fa lui. Il nome l’ho preso da quello della fonte da cui prendo l’acqua che uso a casa. Fausto mi assomiglia tanto, più che nelle vicende personali nel modo in cui sente la montagna, nel fatto che la percepisce come il luogo della sua felicità, nella nostalgia che prova quando non è lì. Da ormai diversi romanzi la montagna è al centro della sua scrittura.

Come ha maturato questo passaggio narrativo dalla metropoli, penso alla New York di “Sofia si veste sempre di nero”, alla foresta?

La scrittura segue la vita, va dietro alle cose che succedono alle persone. Tra i 20 e i 30 anni c’è stato il tempo di un mio grande amore per New York, una città che non smette mai di trasformarsi e a cui rimango molto affezionato. Poi dai 30 anni è arrivata la stagione della montagna. Sono andato a viverci e da allora è diventato un luogo molto importante per me. Quindi è naturale che la mia scrittura rifletta questo cambiamento. Sono cambiate anche un po’ le mie letture. Oggi mi interessa moltissimo leggere di bosco, di animali, di clima.

E nel romanzo, attraverso Fausto, lei torna nei luoghi della sua formazione “montanara”.

Sì, ho dei forti ricordi della mia infanzia legati alla montagna. Sin da quando sono nato la mia famiglia mi portava in Valle d’Aosta per trascorrerci luglio e agosto. Tutte le mie estati dagli 0 ai 20 anni sono state così. Un luogo profondamente diverso da Milano, soprattutto per un bambino. La Milano degli anni Ottanta era un po’ più sporca e cattiva di adesso, per cui sono cresciuto in casa, allevato davanti alla televisione e, per fortuna, tra i libri. D’estate provavo la libertà degli spazi aperti, abitavamo in una vecchia casa con prati e boschi a perdita d’occhio. Mia madre, che era una donna nata e cresciuta in campagna, era molto più tranquilla a lasciarmi andar fuori quando eravamo là. La montagna si è così incastonata nei miei ricordi e nella mia formazione come luogo di libertà. Era anche un posto di grande intimità con mio padre, che invece in città non c’era quasi mai perché si dedicava molto al suo lavoro. Quando arrivava in montagna, anche se solo per due settimane di ferie, stavamo insieme e andavamo anche sul ghiacciaio. Le cose che impari da bambino poi le tieni per sempre. A me è rimasto questo.

In tempi di pandemia molti italiani sono tornati nei propri paesi di origine, alcuni poi hanno deciso di rimanerci. Oltre che al Sud e nelle isole, c’è stato anche un ritorno alla montagna. Lei come osserva questa fase?

Non so se sarà una trasformazione duratura, lo spero. Nelle Alpi in cui vivo io durante i vari lockdown ho visto persone che, più che tornare nei luoghi di origine, sono tornate nelle seconde case. Persone spesso con bambini che hanno fatto questa scelta perché stare chiusi con due tre figli a lavorare in un appartamento piccolo in città come Milano era molto pesante. Alcune famiglie si sono così trasferite su. E c’è stato un dato bello e significativo, ovvero l’aumento delle iscrizioni nelle scuole. Dieci bambini in più in un paese di mille abitanti sono tanti. Sono persone che hanno deciso quantomeno di fare un anno di esperimento. Non so se poi rimarranno, io mi auguro di sì perché la montagna ha molto bisogno di essere abitata da gente giovane, che qui vuole costruire il proprio futuro, un lavoro, una famiglia.

Con la Cop26 di Glasgow la crisi climatica è stata al centro del dibattito globale. Dalla montagna come ha osservato lo scorrere degli annunci?

Sono molto perplesso. Mi sembra che quello che è uscito dalla Cop26 di Glasgow sia stato il tentativo di tenere insieme, in maniera un po’ disperata, un’idea di crescita e di sviluppo economico uguale a quella che c’è sempre stata, e quindi di un’umanità che non si ferma, di un’economia che va avanti, di produzione e di consumi che devono continuare a crescere. Tutto ciò viene sempre visto come un dato positivo, come se per qualche “miracolo” trasformando le fonti di energia questa crescita infinita dell’umanità possa diventare davvero sostenibile. Io non ci credo, e mi sento supportato dagli studiosi che leggo. Per fare qualche nome di italiani, ho letto recentemente saggi di Mercalli, Mancuso, Odifreddi. Tutti ripetono che il cambiamento climatico è la diretta conseguenza non tanto del carbone ma del fatto che l’umanità cresce sia demograficamente che economicamente senza un limite, mentre la Terra ha risorse limitate. Questo per me, e non solo per me, è il punto della questione, ma non viene discusso, rimane ai margini del problema. Che cosa significa, poi, che la riforestazione partirà dal 2070? Sappiamo che la deforestazione è dovuta in massima parte al consumo di carne, il 70% delle terre coltivate del pianeta in questo momento sono dedicate a coltivare mangimi per gli animali che poi mangiamo. Allora come si fa a dire che ci sarà la riforestazione dal 2070 ma non dire, in contemporanea, che non dobbiamo più mangiare carne e che dobbiamo ridurre drasticamente i nostri consumi? Questo discorso è così impopolare che non lo fa nessuno.

Trent’anni fa con la legge 394/91 venivano istituite in Italia le aree naturali protette nazionali e regionali. In tempi in cui si parla molto di transizione energetica e meno di ambiente, c’è il rischio che queste riserve vengano dimenticate, che rappresentino gli ultimi fortini di tutela della biodiversità dove custodire “La felicità del lupo”?

Certo che c’è il rischio. Abito in una valle dove c’è una zona Sic (sito di interesse comunitario, ndr) per la tutela dei suoi ecosistemi. Eppure qui, ancora oggi, si cerca di progettare un impianto di risalita con una pista da sci. Anche l’impatto sul paesaggio delle cosiddette rinnovabili non viene mai discusso a sufficienza. L’idea di riempire le montagne e le campagne di pale eoliche e pannelli fotovoltaici non mi piace mica tanto. Così come non mi piace la grande truffa delle micro centrali idroelettriche per incanalare i torrenti e per la cui realizzazione sono stati erogati contributi. Ma da questi torrenti di energia se ne ricava pochissima. Sono preoccupato per i nostri parchi e per i nostri paesaggi.

Identikit

Paolo Cognetti è nato a Milano nel 1978. Tra i suoi libri “Sofia si veste sempre di nero” (minimumfax, 2012), “Il ragazzo selvatico” (Terre di mezzo, 2013) e “Senza mai arrivare in cima” (Einaudi, 2018). Nel 2021 ha curato “L’Antonia” su Antonia Pozzi (Ponte alle Grazie). Con “Le otto montagne” (Einaudi 2016), tradotto in oltre 40 Paesi e dal quale è stato tratto un film di prossima uscita, ha vinto il Premio Strega, il Prix Médicis étranger e il Grand Prize del Banff. “La felicità del lupo” (Einaudi, 2021) l’ultimo lavoro.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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