L’intervista a Carlo Borgomeo: “Il terzo settore è indispensabile per ricostruire coesione sociale”

È un poderoso soggetto di cambiamento. Quello di cui abbiamo bisogno, soprattutto nel Mezzogiorno. Dove i fondi devono essere destinati a chi ha esperienza sul territorio

18/04/2020 Roma, emergenza coronavirus, distribuzione di pasti per persone indigenti nella chiesa di Sant’Eustachio

Dal mensile di maggio – Da sempre attento alle esperienze e alle problematiche del Terzo settore, il professor Carlo Borgomeo, da oltre dieci anni presidente della Fondazione con il Sud, è uno dei più importanti studiosi della “questione meridionale”. Grazie al suo ruolo, scava alle radici di un problema che accompagna il nostro Paese dalla sua nascita, individuando i tanti errori commessi in passato e proponendo soluzioni di qualità.

È opinione di molti che nella crisi che stiamo vivendo, se vogliamo evitare il tracollo, in particolare di chi già vive in condizioni di fragilità, bisogna dimostrare coraggio e adottare soluzioni straordinarie. Lei, come presidente della Fondazione con il Sud, ha fatto una proposta molto coraggiosa e concreta. La può spiegare ai nostri lettori?
Penso, in effetti, che le dimensioni della crisi impongano interventi che possono apparire, almeno secondo gli schemi abituali, dirompenti. Bisogna evitare che la risposta alla crisi si esaurisca nella immissione di ingenti risorse finanziare per combattere la povertà ed evitare il tracollo del nostro sistema produttivo. Interventi sacrosanti, assolutamente necessari e anche urgenti. Ma bisogna pensare anche ad altri interventi, che guardino in modo più complessivo al post. Fra questi penso alla “sopravvivenza” del Terzo settore, che nella crisi sta dimostrando la sua straordinaria importanza e che dopo la crisi può diventare un elemento portante per la ripresa. Come sostengo da tempo, senza rafforzare il sociale, la dimensione comunitaria, un complessivo clima di fiducia, non c’è sviluppo, soprattutto al Sud. E allora ho chiesto al ministro Provenzano (titolare del dicastero per il Sud e la coesione territoriale, ndr) di dirottare con procedure straordinarie ingenti risorse dei fondi strutturali su un intervento che punti a garantire la sopravvivenza e il rafforzamento dei soggetti del Terzo settore, non chiedendo loro di predisporre progetti ma semplicemente una documentazione che certifichi la loro esperienza e il loro radicamento sul territorio. D’altra parte, come tutti sappiamo, al Sud il Terzo settore può contare su flussi di donazioni private molto inferiori a quelli del Centro Nord.

Come Fondazione con il Sud avete dato disponibilità a fare voi stessi, gratuitamente, il lavoro di istruttoria indispensabile, se la proposta dovesse andare in porto, a destinare i finanziamenti alle realtà più serie e radicate nel territorio. Quali criteri muoverebbero le vostre scelte?
I criteri dovrà dettarli il governo, trattandosi di risorse pubbliche. Noi suggeriamo che proprio la logica dell’intervento non dovrebbe premiare, in questo caso, la capacità progettuale ma l’esperienza dei diversi soggetti, nella convinzione che rafforzare un soggetto di Terzo settore significa, automaticamente, rafforzare l’offerta di servizi sui territori e favorire la coesione sociale. Abbiamo una consolidata esperienza di questi interventi al Sud e con la gestione del Fondo per il contrasto alla povertà educativa abbiamo dimostrato di poter trattare anche grandi volumi, con un buon livello di efficienza.

Sul “Mattino” ha scritto che alla Fondazione stanno arrivando tantissime segnalazioni da parte di associazioni e cooperative che denunciano situazioni insostenibili. Si tratta di organizzazioni che si occupano di minori, donne vittime di violenza, disabili, detenuti, senza fissa dimora, migranti, anziani non autosufficienti… C’è una storia legata a una di queste realtà che ritiene emblematica? Difficile individuarne una. Ovviamente le più dure sono quelle riferite all’emergenza alimentare, ma anche quelle connesse alle norme per la sicurezza: non poter svolgere attività di accompagnamento e di ascolto e pagare le conseguenze della coabitazione forzata, come per le donne vittime di violenza. Ma nel racconto di tanti operatori ho visto confermata una grande generosità e una grande capacità innovativa. Anche in questa fase ho conferma che il Terzo settore non è solo un’area di persone generose e altruiste, ma un poderoso soggetto di cambiamento.

Per la Fondazione sostenere il Terzo settore ha una motivazione di emergenza, ne abbiamo appena parlato, e una di prospettiva. Che cosa rischiamo a medio e a lungo termine? L’impoverimento, e in qualche caso la scomparsa, di tante esperienze di lavoro nel sociale. Come dice il sociologo Aldo Bonomi: la fine della comunità di cura. Che è invece indispensabile per la ripresa, come ci ricorda la storia della ricostruzione postbellica, in cui il Terzo settore – anche se allora non si chiamava così – fu decisivo per ricostruire il tessuto sociale e il clima di fiducia che salvò l’Italia.

Il mancato utilizzo di risorse destinate dall’Europa all’Italia è storia antica. Lo hanno denunciato ancora una volta le Fondazioni di comunità, rivolgendo una petizione pubblica al ministro Provenzano, a sostegno della sua proposta. Perché queste risorse restano ferme?
A mio avviso per la complicazione delle procedure, ma anche per una motivazione più di fondo. Nei fondi strutturali vince la logica dell’offerta: una volta decisi gli obiettivi a Bruxelles, “a cascata” a livello nazionale e poi regionale vengono definiti sub obiettivi, che spesso non corrispondono alla domanda effettiva di soggetti e territori. D’altra parte, a ben vedere, è singolare che la misura dell’efficacia nella spesa dei fondi è solo quantitativa: si giudica quanto si spende, molto meno, o quasi mai, come si spende. E purtroppo i prossimi sei anni della programmazione non saranno diversi, a mio avviso. A meno che, come pare, non vengano rimossi vincoli e tecnicismi per far fronte alla crisi.

Nelle scorse settimane ha dichiarato che il reddito di cittadinanza andrebbe esteso e non considerato come strumento di avviamento al lavoro. È un’opzione davvero percorribile? E non teme che qualcuno la dipinga come un nostalgico dell’assistenzialismo verso il Sud Italia?
Penso che dichiarare esplicitamente il carattere assistenziale di un intervento non sia un male. Se vi sono, come vi sono, emergenze alimentari e povertà insostenibili, bisogna vergognarsi di non fare nulla. Non temere interventi assistenziali. Il male è consentire che interventi che hanno altri obiettivi vengano gestiti e attuati in una logica assistenziale e clientelare. Su questo versante abbiamo fatto un errore con il reddito di cittadinanza che era, e resta, un intervento giusto. Ma nel timore di essere accusati, ingiustamente, di assistenzialismo da chi parlava di “giovani in poltrona” si è fatta confusione fra assistenza e politiche attive del lavoro. Penso che bisogna far crescere i trasferimenti di risorse verso una platea di soggetti che la crisi ha drammaticamente aumentato. O utilizzando il reddito di cittadinanza, depurato dai condizionamenti e dai vincoli connessi alla ricerca del lavoro, o con altre misure, come il Reddito di cittadinanza per l’emergenza (Rem) proposto dal Forum diseguaglianze e diversità. Il criterio giusto è scegliere la strada più rapida.

Perché ritiene che il Mezzogiorno, nonostante sia meno colpito rispetto ad altri parti del Paese, pagherà il prezzo più alto di questa crisi sanitaria?
Perché ha un sistema produttivo e istituzionale più fragile. Anche per questo insisto sulla necessità di rafforzare il Terzo settore. Faccio mie le parole utilizzate nel 1952 da Giorgio Ceriani Sebregondi: “Per lo sviluppo, ripartire dal sociale, soprattutto al Sud”. 

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