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Intervista a Gianni Minà, un detective della verità

Politici, attori, registi, sportivi, musicisti. Empatico con tutti e capace di cogliere la storia nella vita dei singoli. A colloquio con un grande giornalista

Un gigante fra i grandissimi della politica, del cinema, dello sport, della musica. E non solo. Gianni Minà, nella sua lunga carriera da giornalista e documentarista, ha intervistato, incontrato e frequentato da amico sincero donne e uomini che hanno segnato la vita di almeno un paio di generazioni: Fidel Castro, Gabriel Garcìa Marquez, Rigoberta Menchù, i Beatles, Sergio Leone, Muhammed Ali, Diego Armando Maradona, Aleida Guevara, Pietro Mennea, Massimo Troisi… L’elenco è infinito ma spiega solo in parte la grandezza del giornalismo di Minà, empatico con tutti e capace di cogliere la grande storia che nasce nella vita dei singoli per poi svilupparsi in quella dei popoli. Accostarsi alle gesta di Gianni Minà suscita in noi ammirazione, affetto e anche un pizzico di invidia per la bravura di cui è dotato e per la fortuna di aver potuto raccontare un mondo in cui ci si batteva con amore e coraggio contro le ingiustizie e per i propri ideali, in ogni settore della società, non solo nella politica.
“Andando in giro ti rendi conto di quant’è varia la voce del mondo. Per questo, documentarista è una parola che mi è sempre piaciuta – scrive nel suo libro autobiografico Storia di un boxeur latino – Per me un giornalista è un detective della diversità. La registra, la testimonia, ne porta indietro le prove, e così, semplicemente, scredita l’idiozia di qualsiasi integralismo e di qualsiasi razzismo”. E se l’ambiente non era al centro dell’agenda politica del Novecento non è stato per distrazione di chi lo raccontava, rassicura a Nuova Ecologia. D’altronde, temi bollenti non mancavano: la guerra fredda o le dittature latinoamericane con i desaparecidos.
Nell’Argentina dei militari, Minà non mise piedi per anni. L’anno prima dei Mondiali di calcio del 1978, durante la conferenza stampa di presentazione della manifestazione pose all’ammiraglio Lacoste una domanda sulle persone che scomparivano da Buenos Aires. Racconta che fu spinto a farla da un insegnamento del giornalista e scrittore argentino Osvaldo Soriano: “È sempre meglio sbagliarsi con le dittature, che avere ragione tacendo”.

Il suo ultimo libro è “Maradona: ‘Non sarò mai un uomo comune’”, edito da Minimum fax. Che insegnamento ci ha lasciato la vicenda umana del campione argentino?
Che siamo tutti un po’ Maradona: cadiamo, ci rialziamo, ci perdiamo, ci ritroviamo. Maradona è un po’ la nostra vita.

Gianni Minà con Diego Armando Maradona
Gianni Minà con Diego Armando Maradona

Con lui ha avuto un lungo rapporto d’amicizia. Questo le ha permesso di far conoscere le sue sfaccettature e le sue visioni del mondo e della politica. Perché c’è sempre meno vicinanza umana tra giornalisti e personaggi pubblici?
Penso ci sia lo zampino delle nuove tecnologie: oggi ci si affida più alla mediazione di un messaggio scritto piuttosto che a una telefonata. Chi riceve un invito a un’intervista, di conseguenza, non può farsi un giudizio di chi gli sta chiedendo di raccontare una cosa così intima come la propria vita. Io non sono un luddista, penso solo che bisogna usare i mezzi che la tecnologia ci mette a disposizione. Non essere usati.

In “Storia di un boxeur latino” racconta il rapporto con i suoi colleghi. Enzo Biagi aspettò due giorni prima di inviare un articolo al “Corriere della Sera” con le rivelazioni che Garcia Marquez vi fece sulla Colombia di Julio Cesar Turbay. Biagi pensava che lo scoop fosse il suo e le diede il tempo di raccontarlo al Tg della Rai. Come nasceva il rispetto tra colleghi di testate diverse?
Intanto eravamo di meno, ma non era una questione di quantità. Era una questione di etica, di regole non scritte, di classe. Mi ricordo che quando ci si presentava alla riunione di redazione, bisognava andare in giacca e cravatta… Non era però una mera questione di forma, ma di rispetto per quello che facevamo. Il nostro lavoro era considerato un servizio alla collettività.

I temi ambientali, dalla crisi climatica alla perdita di biodiversità, stanno finalmente conquistando spazio nei grandi network. Ingenti danni sono stati causati alla Terra soprattutto nella seconda metà del Novecento: i giornalisti della sua generazione hanno sottovalutato quello che stava accadendo?
No, non bisogna accollare un peso a chi non ce l’ha. Questi temi sono sempre stati politici. All’epoca queste problematiche erano assenti dalla nostra agenda, esistevano tematiche più “urgenti”: la guerra fredda, le dittature latinoamericane da raccontare, i desaparecidos ad esempio, per cui i temi più bollenti erano altri… Piuttosto non mi so spiegare perché gli Indios Aymara, o altre tribù che stanno lanciando allarmi da almeno tre decenni, sono stati inascoltati o uccisi, e non hanno avuto la dignità di due righe in cronaca. Chico Mendes diceva provocatoriamente che “l’ambientalismo senza lotta al capitalismo è giardinaggio”…

La prima conferenza mondiale sull’ambiente fu il Summit della Terra di Rio de Janeiro, nel 1992. Che effetto le fa il negazionismo climatico di Jair Bolsonaro e la sua volontà di disporre liberamente delle risorse dell’Amazzonia? Lo stesso Bolsonaro ha avuto un approccio negazionista anche sul Covid e oggi il Brasile soffre terribilmente la pandemia.
Il Brasile ora è una tomba a cielo aperto, grazie a questo presidente. Ma è lo stesso Brasile che ha istituito il Forum sociale mondiale di Porto Alegre, dove sono nate le alternative ecologiche legate al buen vivir, lettera morta fino ad oggi. Avevo proposto all’epoca un documentario su questo importante appuntamento, ma non interessò a nessuno. Ho scritto anche due libri sull’argomento: Un mondo migliore è possibile e Il continente desaparecido è ricomparso. Evidentemente una certa sensibilità su queste tematiche doveva ancora emergere. Chi avrà l’umiltà di ripartire dalle cose dette dagli umili della Terra, troverà la soluzione per migliorare il mondo. Il riscatto viene sempre dagli ultimi, non da chi detiene il potere.

Minà con Gabo, Leone, Muhammad Ali e De Niro
Gianni Minà con Gabriel García Márquez, Sergio Leone, Muhammad Ali e Robert De Niro

Durante questa emergenza sanitaria sembra mancare, non solo in Italia, una guida autorevole e carismatica. Perché in questo secolo non emergono personalità con una forte leadership?
A me non sono mai piaciuti gli uomini forti al comando. Sembra che il nostro Paese non ne possa fare a meno ma ne abbiamo avuti fin troppi. Diciamo che un po’ con le nuove tecnologie, un po’ con l’indebolimento dei partiti e delle ideologie, si sta perdendo il polso del Paese. Ad oggi la politica è completamente scollata dalla gente.

Sport, cinema, musica, politica. Lei ha incontrato, conosciuto e raccontato tanti personaggi dal grande fascino. Quali qualità umane li accomunavano?
Una certa visione della vita.

Ha scritto che ha cominciato a tifare Torino con la rabbia di un pacifista, che è stato un modo di protestare contro l’ingiustizia, la violenza e la sfortuna. Nella sua carriera ha avuto un legame con sportivi come Muhammad Ali e Pietro Mennea: il primo combatteva per i diritti dei neri mentre il secondo, “nero dentro” come si definì lui stesso, rivendicava il suo essere del Sud. Nello sport di oggi sembra esserci spazio solo per eroi di plastica in cerca di sparring partner. Come riconosceremo i futuri Ali e Mennea?
Non li faranno nascere: lo sport ha bisogno di eroi di carta da spremere e da buttare, carne da sport per fare guadagni facili in nome del consumismo. Avanti un altro, e via così.

 

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Francesco Loiacono
Direttore La Nuova Ecologia. Giornalista ambientale autore di inchieste su dissesto idrogeologico, inquinamento industriale, bonifiche e amianto. Email: direttore@lanuovaecologia.it Twitter: @francloia

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