Innovazione in serra

Con un risparmio di acqua che sfiora il 90%, Sfera Agricola, in Maremma, ha un impianto “di precisione” che si pone come alternativa ai metodi di coltura tradizionali

sFERA AGRICOLA

di DANIELA SESTITO E MARCO CARLONE

Nelle campagne di Gavorrano, in provincia di Grosseto, è operativa da poco più di due anni Sfera Agricola, una maxi serra hi-tech da 13 ettari, nonché il più grande impianto idroponico d’Italia. Con un risparmio di acqua che sfiora il 90% rispetto alla coltivazione tradizionale, questa start up coltiva pomodori, insalate ed erbe aromatiche per la grande distribuzione, proponendosi come un’alternativa sostenibile ai tradizionali metodi di coltura.
«Nel 2050 saremo quasi 10 miliardi, e non avremo acqua e suolo in quantità tali da poter soddisfare la richiesta alimentare. Avremo bisogno del doppio delle risorse e ne avremo solo la metà. Teniamo la tecnologia in tasca, la usiamo per mandare messaggi ma non per controllare lo stato della produzione nei campi». A parlare è Luigi Galimberti, fondatore e amministratore delegato di Sfera Agricola. Partendo da un approccio responsabile nel processo produttivo, Galimberti ha ideato una serra “di precisione”, per produrre di più con meno, in un ambiente controllato e con modalità sostenibili. Il tutto con personale specializzato. Agronomi, ingegneri energetici, biologi, ma anche esperti amministrativi, finanziari e in controllo di gestioni: un team referenziato per portare nell’agricoltura le tecniche di management, rispondere alle esigenze dell’ambiente e analizzare big data e trend.
Il punto di forza della serra è però l’uso accorto delle risorse idriche. Per produrre una pianta di pomodoro qui è necessario un solo litro d’acqua, contro i 75 del campo aperto. Inoltre l’acqua utilizzata da Sfera Agricola è quella piovana, immagazzinata in vasche. «Una volta raccolta, sciogliamo nell’acqua i nutrienti – azoto, potassio e fosforo – in quantità minime indispensabili alle coltivazioni. Il ciclo è chiuso, rimane tutto in serra: l’acqua utilizzata viene infatti recuperata, sterilizzata e rimessa in circolo. È priva di metalli pesanti – spiega Galimberti – così riusciamo anche a produrre ortaggi nichel free».
Costruita nella Maremma grossetana, la struttura si fa forte di una posizione geografica strategica. Oltre a essere vicina ai mercati di destinazione – Lazio, Lombardia e Toscana – e dunque ai luoghi di consumo, la serra è posizionata in modo da rimanere sempre in luce, non c’è insomma bisogno di ricorrere a quella artificiale. Persino il cippato – legno ridotto in scaglie – utilizzato nelle caldaie per mantenere costante la temperatura viene recuperato dai boschi limitrofi o dalle potature dei campi vicini. Ma non solo. Per evitare che le piante si ammalino, la serra è situata lontano dai grandi assemblamenti agricoli. «La pressione dei patogeni qui è particolarmente bassa, e questo ci consente di ridurre l’uso di pesticidi a vantaggio della lotta biologica. Non otterremmo lo stesso risultato se fossimo in un grande distretto, dove la pressione patogena è altissima. Così facciamo crescere varietà di pomodoro antiche, specie delicate che in campo aperto non resistono più». In serra vengono inoculati muffe e batteri buoni, e per ogni insetto nocivo viene selezionato un predatore specifico da agronomi specializzati. Come in una sala operatoria, gli addetti utilizzano un protocollo di igiene e profilassi per scongiurare la propagazione delle malattie. I controlli si svolgono due volte al giorno e, in caso di malattia, la pianta viene messa in quarantena, analizzata o espiantata, mentre il prodotto va in distruzione.
A oggi Sfera Agricola conta oltre 230 dipendenti, con un fatturato di 3,5 milioni nel 2018, destinato a superare gli 8 milioni alla fine dell’anno in corso. Nonostante gli alti costi di produzione – cinque volte maggiori rispetto a un normale agricoltore – i prodotti dell’azienda, grazie all’economia di scala, finiscono per costare al consumatore quanto un pomodoro biologico. «L’obiettivo è quello di estenderci conquistando il mercato con la qualità più che con la quantità, e dimostrando – conclude Galimberti – che quel che fa bene all’ambiente ha ripercussioni positive anche sul conto economico dell’azienda». l