“Ingiustizie sociali e degrado ambientale sono frutto di scelte politiche ben precise. Da scardinare”

INTERVISTA A FABRIZIO BARCA. L'economista è fra i promotori del Forum Disuguaglianze Diversità. Un luogo in cui provare a connettere sensibilità e istanze diverse per ottenere un "impatto sistemico". E colmare il vuoto lasciato dalla crisi dei partiti tradizionali

economista Fabrizio Barca

Sembra un dato inevitabile, quello delle profonde disuguaglianze diffuse in Italia e nel resto dell’Occidente. Colpiscono in particolare le donne, i giovani, le periferie, le aree rurali, si accumulano e penalizzano lo sviluppo di grandi fette della popolazione. Ma ingiustizie e degrado ambientale sono frutto di scelte politiche ben precise. L’aumento delle disuguaglianze non è il risultato di cambiamenti fuori dal nostro controllo: è da questa constatazione che nasce il Forum Disuguaglianze Diversità. La Nuova Ecologia ne ha parlato con Fabrizio Barca, statistico ed economista, una delle anime del Forum.

Qual è l’idea alla base del Forum?
Siamo convinti che l’intreccio fra ingiustizie sociali e ambientali possa essere affrontato solo unendo le conoscenze degli esperti con quelle maturate sul campo dalle organizzazioni di cittadinanza attiva come Legambiente. Purtroppo si è perso molto tempo. Negli ultimi trent’anni abbiamo lasciato che alcuni processi, come il rinnovamento tecnologico e la globalizzazione, avanzassero in una maniera non governata. A partire dagli anni Ottanta si è diffuso il convincimento che non ci fosse alternativa al mercato, alle scelte delle grandi imprese, in qualche modo rinunciando a quell’intelligenza collettiva che dovrebbe essere lo Stato.

Che ruolo possono avere le associazioni per l’inversione di questo processo?
La crisi dei partiti, tradizionalmente cuore delle democrazie, ha causato la perdita di un luogo di incontro tra individui, anche diversi per pensiero, sensibilità, ceto sociale, provenienza territoriale. Contemporaneamente, però, è cresciuto il mondo delle organizzazioni di cittadinanza attiva. In Italia sono molto presenti e riescono ad attrarre chi, specie tra i giovani, esprime una voglia di militanza, che appunto si è persa nei partiti. Realtà come Caritas, Legambiente, Action Aid, sono soggetti che portano avanti iniziative notevoli, ma settorialmente definite e circoscritte. Il Forum cerca di mettere insieme le varie istanze, di riconnettere i linguaggi, per ottenere un impatto sistemico.

Il dialogo tra chi si occupa di tutela dell’ambiente e chi di sociale è possibile?
Sul tema della connessione tra giustizia sociale e ambientale abbiamo fatto passi interessanti. Ci siamo detti con sincerità che la giustizia ambientale, indispensabile per i nostri nipoti, può avvenire oggi a danno dei ceti deboli, di chi perde il lavoro se chiude una fabbrica o degli abitanti delle aree rurali, che devono fare chilometri in auto e sono colpiti dal caro carburante. Per evitare di creare tensioni, bisogna imparare appunto a riconnettersi, prima nel linguaggio e poi nei fatti, solo così possiamo vincere due volte.

Quando si parla di disuguaglianza, non ci si riferisce solo al reddito e alla ricchezza economica, ma anche a grandezze più difficilmente misurabili, come l’accesso ai servizi…
In realtà si può misurare più di quanto si pensi. Ho passato nelle aree interne buona parte degli ultimi cinque anni, cercando di quantificare le difficoltà di chi ci vive, il difficile accesso ai servizi. Il solo fatto di misurare il disagio degli abitanti, di riconoscerlo, fa accendere in loro una luce. Va riconosciuto che fanno un servizio alla collettività, per la manutenzione del territorio, la previsione dei rischi idrogeologici. Poi si possono osservare le mappe della disuguaglianza nelle città. A Roma ci sono aree senza centri di socializzazione, senza negozi, senza una biblioteca: questa carenza di patrimonio comune è misurabile e, una volta individuata, aiuta a capire come agire.

Le disuguaglianze tra centro e periferia, tra città e aree rurali, sono frutto di un’impostazione che non considera i bisogni di chi sta in luoghi marginali…
Sì, il problema è che questa impostazione nasce da due tesi ben precise, che hanno dominato nell’ultimo trentennio. Primo: l’intervento pubblico deve essere uguale per tutti. Suona bene, ma è male, perché siamo tutti diversi. Leggi, regole, criteri identici hanno prodotto una disattenzione sistematica e voluta ai luoghi. C’è una mancanza di ascolto da parte delle amministrazioni, arroccate negli uffici, disattente, che non vanno nei territori, comunicano solo con la burocrazia. Secondo: di fronte alla complessità del mondo contemporaneo, lo Stato non è più in grado di prendere decisioni e deve affidarsi a soggetti più potenti, con più mezzi, cioè le imprese private. Questa rinuncia al governo del territorio è stata teorizzata dalla Banca Mondiale nel 2008, quando ha dichiarato che le città e i territori si devono adeguare alle esigenze delle imprese. Le imprese sono fondamentali, ma non è loro compito prendere decisioni che riguardano la società. Il loro scopo resta massimizzare il profitto. Invece ci ritroviamo ad avere territori modificati per un’intenzionale rinuncia all’esercizio della funzione pubblica.

Come valuta l’introduzione del reddito di cittadinanza? È una misura che contribuirà a ridurre le disuguaglianze?
Condivido le parole di Cristiano Gori, portavoce dell’Alleanza contro la povertà: l’ottima notizia è che sono aumentate le risorse finanziarie ed è cresciuto l’importo da erogare a chi è al di sotto della soglia della povertà. Ma è peggiorata la qualità del provvedimento, perché se ne è travisato il senso. Doveva servire per ridare dignità alle persone, perché nessuno deve trovarsi in condizione di miseria, invece è stato presentato come uno strumento per dare lavoro. Si sta riconfermando così la vecchia e mortificante affermazione neoliberale per cui, se trasferisci soldi a un povero, li sperpererà: è ciò che si diceva negli Stati Uniti trent’anni fa per demolire le politiche di contrasto alla povertà. Il provvedimento dovrebbe invece restituire potere alle persone, consentendo loro di usare le proprie risorse nei modi che ritengono più appropriati. Una delle forze del provvedimento precedente, il cosiddetto reddito di inclusione, era dato dall’accompagnamento: chi riceve un trasferimento di denaro deve avere un punto di riferimento, perché è una persona con relazioni sociali deboli, deve essere affiancata dalle strutture sociali dei Comuni, non dai centri per l’impiego.

Alla vigilia delle elezioni europee, che cosa pensa del ruolo dell’Unione di fronte alle disuguaglianze crescenti?
Credo che gli Stati debbano smetterla di scaricare colpe su Bruxelles. Vede, nell’Ue il distacco tra centro e periferia è avvenuto Stato per Stato. La percezione della distanza dell’Europa è l’esito della modestia delle classi dirigenti nazionali, non è insito nell’Unione. L’errore è stato aumentare il ruolo del Consiglio europeo, luogo di incontro degli Stati. Il Parlamento, quando è libero di muoversi, approva provvedimenti importanti, come la condanna di Orbán e delle sue politiche liberticide. L’Europa ha mancato l’obiettivo di una crescita inclusiva e sostenibile perché si è concentrata solo sugli squilibri di bilancio e ha costruito su questo il semestre europeo. Bisogna invece mettere al centro gli obiettivi della giustizia sociale e ambientale. Serve un’inversione a U delle politiche pubbliche. Intanto, queste elezioni rifletteranno la rabbia, il risentimento, le angosce di milioni di persone e daranno luogo a un Parlamento complesso.l

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.