sabato 28 Novembre 2020

Indonesia, le foreste in ostaggio del commercio internazionale dell’olio di palma

deforestazione olio di palma foto di Mighty Earth

di ANDREA POGGIO e ANNALISA D’ORSI

Philip Jacobson, giovane giornalista statunitense del noto sito ambientalista indipendente Mongabay, è stato espulso dall’Indonesia il 31 gennaio, 45 giorni dopo che le autorità lo avevano arrestato nella città di Palangkaraya (isola del Borneo) per non aver rispettato le condizioni del suo visto d’ingresso. Jacobson, recentemente insignito con il “Fetisov Journalism Award” per un reportage investigativo sul più vasto progetto mondiale di piantagione di palma da olio che si vorrebbe realizzare nell’isola della Nuova Guinea, è stato probabilmente arrestato per aver partecipato a un travagliato incontro fra il parlamento del Kalimantan centrale e un’importante organizzazione autoctona indonesiana, l’Alleanza dei popoli indigeni dell’arcipelago (Aman). Le foreste indigene stanno rivendicando da anni diritti di proprietà sulla foresta per difendersi dalle compagnie che commerciano legname e producono olio di palma o cellulosa. Come spiega persino un rapporto della Banca Mondiale (“Investing in People”) dello scorso dicembre, l’esproprio della terra inizia col fuoco: “ Gli incendi sono considerati l’opzione più economica tra i metodi per preparare la terra a essere coltivata o per rivendicare terre in aree contese, dove la proprietà terriera è incerta e debole la sua tutela”. 

Senza fine 

Da gennaio a settembre 2019, in Indonesia sono andati in fumo ben 620.201 ettari tra foresta e terreni, più del doppio rispetto alla media degli anni precedenti: si tratta degli incendi più grave dalla “crisi del fuoco” del 2015, quando andarono bruciati 2,5 milioni di ettari in un solo anno. A settembre 2019 si sono registrate oltre 900.000 patologie respiratorie, dodici aeroporti nazionali hanno dovuto arrestare le operazioni e centinaia di scuole in Indonesia, Malesia e Singapore sono state obbligate a chiudere per alcuni giorni. “Complessivamente – valuta la Banca Mondiale nel suo rapporto – i danni totali e le perdite economiche nelle otto province colpite, nel periodo fra giugno e ottobre 2019, sono stati stimati in 5,2 miliardi di dollari americani, equivalenti allo 0,5% del Pil”. Inoltre, “quest’anno, il 44% delle aree bruciate si trovava nelle torbiere dove (…) gli incendi sono più difficili da domare (…) e rilasciano una foschia densa e importanti emissioni di carbonio”. Proprio a causa delle torbiere, nel 2019, le emissioni di carbonio prodotte dagli incendi in Indonesia sono state quasi il doppio rispetto a quelle generate dagli incendi nell’Amazzonia brasiliana.

Chi tocca muore

Certo, le condizioni climatiche erano avverse e la stagione secca si è prolungata. Tuttavia il rapporto della Banca Mondiale sottolinea che, dal 1997, l’innesco degli incendi è quasi sempre doloso. I grandi produttori di olio di palma accusano i piccoli agricoltori tagliati fuori dal sistema delle certificazioni. Ma il Jakarta Post, principale giornale indonesiano in lingua inglese, riferisce di inchieste della polizia che talvolta giungono ai mandanti: assoldare un piromane costa appena 30 centesimi di euro al giorno! In Indonesia testimoniare il conflitto per la terra fra le grandi piantagioni e la popolazione locale può essere molto pericoloso. Lo scorso ottobre i giornalisti indipendenti indonesiani Maraden Sianipar e Maratua Siregar sono stati trovati morti in una piantagione di palma da olio gestita dalla società Pt Sei Alih Berombang (Sab), la cui concessione è stata posta sotto sequestro per aver illegalmente distrutto 750 ettari di foresta nel nord dell’isola di Sumatra. Pare che nei giorni precedenti Maraden Sianipar e Maratua Siregar avessero accompagnato un gruppo locale che intendeva raccogliere i frutti sul terreno conteso della piantagione, probabilmente per proteggerli o per mediare il conflitto con le guardie ingaggiate dalla compagnia. Sollecitata dall’opinione pubblica, questa volta la polizia ha arrestato alcuni responsabili e uno dei titolari dell’azienda, accusato di aver pagato agli assassini una somma di circa 3.000 dollari.

Inganni certificati 

Il rapporto “Burning down the house. How Unilever and other global brands continue to fuel Indonesia’s fires” di Greenpeace, diffuso lo scorso Novembre, ha dimostrato che note multinazionali, del settore alimentare come Unilever, Mondelez, Nestlé e Procter & Gamble, così come le principali compagnie che commerciano olio di palma, inclusi Cargilll, Gar, Musim Mas e Wilmar, continuano ad acquistare olio di palma da produttori direttamente associati agli incendi in Indonesia. Unilever, ad esempio, si è rifornita da produttori ritenuti responsabili della distruzione di un’area di circa 180.000 ettari fra il 2015 e il 2018, mentre venti dei suoi fornitori sono sotto indagine a seguito degli incendi di quest’anno. Anche Wilmar, il più grande venditore al mondo di olio di palma, si è rifornito da produttori responsabili di aver dato fuoco a un’area di oltre 140.000 ettari dal 2015 al 2018 e di aver provocato almeno ottomila focolai nel 2019. Paradossalmente queste multinazionali sono membri e anche parte del consiglio direttivo della Roundtable on sustainable palm oil (Rspo), un’organizzazione che dovrebbe certificare la sostenibilità dell’olio di palma e in particolare l’assenza di deforestazione. Del resto, più di due terzi dei produttori implicati negli incendi sarebbero a loro volta membri della Rspo. Insomma, il fallimento della certificazione è decisamente evidente. 

Un pieno di deforestazione

Il contributo italiano alla deforestazione dei tropici è ampio e variegato. E’ determinato dalle nostre importazioni di legname, soia, carni, pellame, cellulosa, caffè e cacao provenienti dalle aree deforestate. Né possiamo dimenticare le 1,67 milioni di tonnellate di olio di palma e derivati (+14% rispetto al 2018) che arrivano nel nostro Paese dalle piantagioni del Sudest asiatico (dati Argus gennaio- novembre 2019). Ma il principale importatore di olio di palma non è, come si potrebbe pensare, qualche azienda dolciaria ma la nostra società petrolifera di Stato, Eni, che con la messa in operazione della bioraffineria di Gela nell’ultimo anno ha ulteriormente incrementato il consumo di olio di palma. Nel 60% dei casi, l’olio di palma è infatti destinato a essere miscelato nel gasolio dei motori diesel, italiani ed europei. E se i cittadini si sforzano sempre più di scegliere prodotti alimentari e cosmetici senza olio di palma, volenti o nolenti si trovano poi a utilizzare l’olio di palma nei carburanti, ne sovvenzionano anzi l’aggiunta pagando un costo supplementare di circa l’1% sul prezzo di ogni pieno di benzina o diesel. è stato il Gse, società a controllo pubblico che censisce ogni anno i consumi di energia, a calcolare esattamente quanto e come: una famiglia italiana media, proprietaria di un’utilitaria che percorre 1000 chilometri all’anno, acquistando 1500 euro di carburante paga circa 16 euro supplementari. in pratica, a ogni pieno, si distrugge un po’ più di foresta tropicale nel Sudest asiatico. 

Basta sussidi 

Nel 2019 la Commissione europea ha stabilito di porre gradualmente fine a sussidi a biocarburanti come l’olio di palma, in quanto stanno determinando un’ulteriore espansione delle aree agricole a danno di foreste, sone umide e torbiere, tutte aree ad alto stoccaggio di anidride carbonica. In Italia Legambiente ha intrapreso un’importante campagna affinché anche il nostro paese, come Norvegia,Francia e Olanda, anticipi la fine deisussidi di mercato ai biocarburanti da olio di pal ma. Utilizzarlo come combustibile è insostenibile e ambientalmente dannoso. Per dare un ordine di grandezza. é stato calcolato che ogni suo litro briuciato comporta l’emissione in atmosfera del triplo di anidride carbonica rispetto a un litro di gasolio fossile. Nel frattempo, il governo indonesiano ha deciso di compensare col mercato interno la mancata crescita che subirà l’esportazione di olio di palma e sta rapidamente aumentando la porzione di biodiesel contenuta per legge nel diesel convenzionale. Il paese mira a produrre, entro il 2024, ben 5 milioni e mezzo di tonnellate di biodiesel! Si prevedono collaborazioni con diverse compagnie petrolifere. Un primo accordo fra l’azienda di stato Pertamina ed Eni per la realizzazione di una bioraffineria in Indonesia e la produzione di ulteriore biodiesel in Italia sarebbe recentemente saltato in quanto Petamina non è disposta ad accettare gli standard di sostenibilità richiesti dall’Unione europea. 

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Redazionehttps://www.lanuovaecologia.it
Nata nel 1979. è la voce storica dell'informazione ambientale in Italia. Vedi qui la voce sulla Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/La_Nuova_Ecologia

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