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Incubo Pfas

Fratta-Gorzone in Veneto

La Miteni spa, già nel 1990, sapeva dell’inquinamento del suolo e dell’acqua nel proprio stabilimento e non l’ha mai comunicato agli enti competenti. È quanto emerge da una relazione dei carabinieri del Nucleo operativo ecologico (Noe) di Treviso, resa pubblica lo scorso giugno, ultimo tassello della vicenda Pfas in Veneto. «Siamo stati i primi a sollevare il problema della contaminazione delle falde acquifere nel 2014, quando le istituzioni minimizzavano e noi venivamo accusati di procurato allarme – afferma Gigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto – Oggi viene finalmente a galla quanto dicevamo dall’inizio. Chiediamo che chi ha inquinato paghi, facendo valere la legge sugli ecoreati. E che queste sostanze vengano rimosse dall’ambiente, con limite zero per le acque». Saranno le indagini, aperte dalla procura di Vicenza, a fare chiarezza.
I Pfas sono composti chimici, sostanze perfluoroalchiliche, ormai diffuse ovunque. Vengono usate per rendere resistenti ai grassi e impermeabili all’acqua tessuti, pelli, carta, contenitori per alimenti, schiume antincendio, detergenti per la casa, creme, pesticidi, insetticidi, il fondo antiaderente per la cottura dei cibi (Teflon). Sono così presenti nella nostra vita quotidiana che ci sono entrati nel sangue, perché ormai ciascuno di noi ne ha assorbito un certo quantitativo. Si trovano anche ai Poli e non c’è scampo neanche per le popolazioni Inuit del Canada. In Italia l’unica azienda produttrice è la Miteni spa di Trissino, in provincia di Vicenza, finita sul banco degli accusati: per quarant’anni i Pfas hanno contaminato un’area di 150.000 chilometri quadrati in 79 comuni fra Verona, Vicenza e Padova, con una popolazione di oltre 350mila persone.
A svelare l’inquinamento, nel 2013, è stato uno studio realizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche per il ministero dell’Ambiente. Risultò che le acque superficiali del bacino del Fratta-Gorzone, a sud dell’autostrada Milano-Venezia, avevano concentrazioni di Pfas (per la maggior parte Pfoa) molto alte e che l’inquinamento aveva interessato l’acqua potabile. Solo allora si avviò il procedimento di bonifica del sito. A oggi, secondo la relazione del Noe, la possibile sorgente di inquinamento è individuata in alcuni rifiuti industriali contenenti Pfas interrati lungo l’argine del torrente Poscola, che scorre adiacente allo stabilimento.
Nel 2014 l’Istituto superiore di sanità ha fissato i limiti di Pfas per le acque potabili: 300 nanogrammi per litro per i Pfos, 500 per il Pfoa e 500 per gli altri composti a catena corta. I primi due sono a catena lunga, con otto atomi di carbonio, considerati più inquinanti e ora non più prodotti dalla Miteni. Per queste sostanze negli Stati Uniti sono stati stabiliti limiti inferiori, di 400 nanogrammi per litro per i Pfoa e 200 per i Pfos. Ma c’è chi punta il dito anche sui nuovi composti, come Pfba e Pfbs: duecento scienziati hanno sottoscritto nel 2015 la dichiarazione di Madrid, affermando che anch’essi si comportano come interferenti endocrini, con conseguenze negative per la salute. Per questi composti il limite inizialmente stabilito dall’Istituto superiore della sanità è stato alzato a 500 nanogrammi per litro ciascuno.
In Veneto, per rispettare i nuovi parametri, i gestori degli acquedotti dell’area hanno installato filtri a carboni attivi. «È un sistema molto costoso – fa notare Piergiorgio Boscagin del circolo Legambiente Perla Blu di Cologna Veneta – perché i filtri devono essere cambiati ogni quattro mesi al prezzo di circa 600.000 euro all’anno e con il caldo la loro efficacia diminuisce. Inoltre, in questa zona tante famiglie e aziende agricole utilizzano pozzi privati, molti dei quali altamente inquinati da Pfas». La Regione Veneto ha emesso un’ordinanza che impone il rispetto degli stessi limiti previsti per gli acquedotti, con la conseguenza che l’utilizzo di molti pozzi privati è stato vietato. Per esempio nel comune di Sarego, in provincia di Vicenza, il 73% è risultato oltre i limiti stabiliti e dichiarato inutilizzabile. «Tanti pozzi, però, non sono stati dichiarati, per evitare di dover pagare multe e accollarsi i costi dei filtri. Si continua a usare l’acqua così com’è», aggiunge Boscagin.
Siamo in un territorio a forte vocazione agricola, dove diversi prodotti potrebbero risultare contaminati, in particolare le uova, il pesce, la carne, non solo per l’uso dell’acqua, ma anche per i fanghi di depurazione impiegati per fertilizzare il terreno. A breve la Regione Veneto dovrebbe rendere noti i risultati di uno studio sulla presenza di Pfas nei cibi. «Quando abbiamo iniziato a parlare di questo problema, con il primo convegno del febbraio 2014 – prosegue Boscagin – siamo stati attaccati prima di tutto dagli agricoltori. Eppure, già in quell’occasione, lo stesso direttore dell’Arpav di Vicenza confermava l’allarme. Posso comprendere le ragioni economiche, ma non è certo colpa degli ambientalisti se il nostro territorio è stato contaminato e, in coscienza, non si può chiudere gli occhi, bisogna affrontare la questione e chiedere che i responsabili paghino». Legambiente Veneto, assieme al coordinamento di associazioni, gruppi e cittadini “Acqua libera dai Pfas”, continua a organizzare momenti informativi e di sensibilizzazione proprio per far conoscere l’entità del problema.
Tutto inizia nel 1965, quando nasce a Trissino l’azienda Rimar, che sta per “Ricerche Marzotto”, per produrre sostanze perfluorate che rendano impermeabili all’acqua e all’olio i tessuti e i prodotti in cuoio. Nel 1988 Enichem e Mitsubishi acquisiscono l’azienda e la ribattezzano Miteni. Nel febbraio 2009 l’International bei coincierge chemical investors group, Icig, la rileva interamente. Dagli accertamenti del Noe di Treviso, nel 1990, 1996, 2004, 2008 e 2009 sono state realizzate, per conto dell’azienda, indagini finalizzate a valutare lo stato di inquinamento del sito e a fornire possibili soluzioni per il confinamento della contaminazione rilevata. «La Miteni, che aveva l’obbligo giuridico di comunicare agli enti competenti le risultanze emerse – si legge nel documento del Noe – sino ad oggi non ha mai trasmesso le citate indagini. Non è chiaro il motivo per cui non lo abbia fatto. Sicuramente, se ciò fosse avvenuto, la ditta avrebbe dovuto sostenere un’ingente spesa per la rimozione e lo smaltimento del terreno contaminato, oltre alla necessità di smantellare parte dell’impianto produttivo».
Non solo Pfas: dal 1990 al 2009, infatti, è stata rilevata una contaminazione del suolo e della falda da composti della famiglia benzotrifluoruri, in sigla Btf. «Questi nuovi dati ci devono far riflettere sulla presenza in acqua e in ambiente di inquinanti emergenti, per cui va trovata una soluzione», osserva Gigi Lazzaro. Scrive ancora il Noe: «La condotta omissiva del gestore, iniziata nel 1990 e proseguita fino a oggi, ha comportato che l’inquinamento da Pfas, e forse anche da altre sostanze non indagate, come verosimilmente i Btf, si propagasse nella falda a chilometri di distanza, provocando il deterioramento dell’ambiente, dell’ecosistema, nonché probabili ricadute sulla salute della popolazione residente, che per anni potrebbe aver assunto inconsapevolmente acqua contaminata». Oggi, sottolineano sempre i carabinieri, la sorgente dell’inquinamento non è stata ancora rimossa ed è a contatto, o quasi, a seconda dei regimi idrogeologici, con la falda. Inoltre, dall’avvio della bonifica nel 2013, è stata rinvenuta solo una minima parte dei rifiuti interrati, quelli presenti lungo il torrente Poscola. Accuse pesanti, da cui l’azienda si difende scaricando la colpa sulle gestioni precedenti e affermando di non essere stata a conoscenza degli studi citati dal Noe.
«Ma quella dei Pfas è solo la punta di un iceberg in una gestione catastrofica della risorsa idrica di questo territorio», denuncia Piergiorgio Boscagin, passeggiando lungo ciò che resta del fiume Fratta-Gorzone, uno dei più inquinati d’Italia. A monte di Cologna Veneta, infatti, si trovano anche le aziende del distretto vicentino della concia di Arzignano. Il fiume, che prima di arrivare qui si chiama Togna, per decenni ha ricevuto gli scarichi delle concerie. All’inizio arrivavano direttamente, senza essere depurati, con conseguenze pesanti sull’ecosistema, per l’immissione di cloruri, solfati, metalli pesanti, cromo. Oggi a Cologna Veneta si immettono i reflui di cinque depuratori: quello di Trissino, con gli scarichi della Miteni, Arzignano, Montecchio, Montebello e Lonigo, attraverso l’unico grande collettore Arica, che avrebbe dovuto evitare la contaminazione della falda da cui si preleva acqua potabile, spostando i reflui a valle della presa dell’acquedotto. «Oltre al danno, la beffa – commenta Boscagin – vista l’ampiezza dell’inquinamento della falda da Pfas».
Il liquido che esce dal grande tubo Arica con gli scarichi dei depuratori ed entra nel Fratta è nero. Non sono i Pfas a colorarlo, perché queste sostanze sono invisibili. Quel liquido scuro si mescola con la poca acqua del fiume e, alcuni metri più a valle, viene diluito grazie a un apporto costante di 6 metri cubi al secondo di acqua dal canale di irrigazione Leb, che deriva dall’Adige. «Nel 2007, durante i lavori di manutenzione del canale, quell’apporto è venuto a mancare e il fiume si è colorato di rosso. Abbiamo presentato un esposto, senza alcun risultato», conclude Boscagin. «Neanche di fronte alla siccità di quest’anno il quantitativo di acqua da immettere nel Fratta è stato ridotto, troppo importante è il ruolo di “vivificazione”». Anche perché il fiume, con tutto ciò che porta con sé, confluisce nel Brenta e arriva fino in Adriatico.l

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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