lunedì 27 Settembre 2021

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Al via i mondiali di sci a Cortina. Il circo bianco tra impianti in rosso e danni alle montagne

Dal Terminillo alle Dolomiti, numerosi progetti di impianti sciistici minacciano le montagne. Con i Mondiali di questo mese, e le Olimpiadi “Milano Cortina 2026”, si tenta di sostenere un turismo in calo. Mentre cresce quello sostenibile

Dal mensile di febbraio – Collegare e allargare i comprensori sciistici, puntare sui grandi eventi e insistere sullo sci di massa: si guarda ancora in questa direzione, per il futuro della montagna d’inverno. Nel Lazio il 2021 si è aperto con il via libera all’ampliamento del complesso del Terminillo, in una zona del Reatino che rientra nella rete Natura 2000, fra i 1.500 e i 1.900 metri di altitudine. Per la giunta regionale, il progetto servirà al “rilancio dell’area colpita dal sisma, per contrastare disoccupazione e spopolamento”. Negli stessi giorni, la Provincia di Trento ha annunciato un collegamento funiviario fra San Martino di Castrozza e il Passo Rolle. Proprio per il Passo Rolle un imprenditore del luogo, Lorenzo Delladio, titolare de La Sportiva, anni fa aveva proposto di puntare su quella fetta di visitatori che ricerca un ambiente integro, senza impianti, per il trekking, l’arrampicata, lo scialpinismo, le passeggiate con le ciaspole. Non se n’è fatto nulla. Si calcola che siano 400mila le persone il cui destino dipende dallo sci da discesa in Italia, fra i posti di lavoro diretti, quelli stagionali e l’indotto. Si stima un fatturato tra i 10 e i 12 miliardi di euro, per circa 1.500 impianti e 6.700 chilometri di piste. Di questi, ben 1.200 rientrano nei dodici comprensori presenti sulle Dolomiti, in Veneto, Trentino e Alto Adige. Ma non tutte le società impiantistiche sono in attivo, anzi il settore, sempre più, necessita di iniezioni di denaro pubblico per sostenere costi di gestione molto alti. Solo per l’innevamento artificiale, secondo le stime dell’Associazione nazionale dei gestori degli impianti (Anef), si spendono circa 100 milioni di euro all’anno. Andrebbero anche tenuti in conto i costi ambientali, dati dall’ingente consumo di acqua e di energia per produrre la neve e dalla necessità di realizzare, accanto alle piste, bacini artificiali. Nell’inverno della pandemia in tanti hanno sottolineato che la montagna può offrire altro, oltre allo sci di massa. È un messaggio che Legambiente porta avanti da tempo, in particolare con il dossier “Nevediversa”, in uscita a marzo. La diversificazione dell’offerta turistica, in realtà, è già iniziata: molte stazioni sciistiche lavorano sull’innovazione e su pratiche che integrano lo sci da discesa. La difficoltà è riuscire a immaginare e costruire un’offerta davvero alternativa, sostenibile dal punto di vista sociale ed economico, nelle valli dove non ci sono impianti e dove spesso la popolazione locale insegue il miraggio del grande comprensorio sciistico.

Rilancio olimpico

Oggi anche Cortina, la “perla delle Dolomiti”, sembra aver bisogno di un rilancio. Secondo l’Istat, i residenti sono 5.736, in calo rispetto al 2011, quando erano 5.890. Dall’8 al 21 febbraio, con i Mondiali di sci, inizia la fase in cui, confidano molti, la cittadina tornerà a brillare nel panorama internazionale, per illuminarsi ancor di più in occasione delle Olimpiadi “Milano Cortina 2026”. Si guarda al passato, quando le gare iridate del 1956 portarono al boom degli anni successivi. Eppure, nel panorama scintillante, non mancano le ombre. E non sono dovute solamente alla pandemia, che ha rallentato i lavori, in vista dei Mondali. «Queste manifestazioni possono essere una grande opportunità per la montagna, ma il concetto di sostenibilità sembra vacillare quando si osserva come gli interventi realizzati agiscano in modo irreversibile sul territorio, modificando sia il paesaggio che l’ambiente, unicamente per una tipologia ristretta di turismo: quello invernale», commenta Renato Frigo, presidente del Cai Veneto. Sono stati fatti lavori di ampliamento delle vecchie piste, realizzate opere di raccordo e un nuovo “arrivo” a Rumerlo, in un’area interessata da frane. Lì si è scelto di allestire le tribune perché il panorama è più spettacolare rispetto a quello del vecchio arrivo. Una nuova pista solo per l’allenamento degli atleti, poi, è sorta ai piedi delle Cinque Torri, nei pressi del favoloso laghetto di Bai de Dones, sito Natura 2000. Fra le opere annunciate e non completate in tempo per i Mondiali c’è la cabinovia fra Pocol e le Cinque Torri, che arriverebbe proprio a Bai de Dones: un impianto di quattro chilometri, quasi senza dislivello. Durante i lavori per la sua costruzione, nella primavera del 2020, una ruspa è affondata quasi del tutto nei terreni torbosi ed è stato necessario rivalutare il percorso. Questo è il primo tassello del faraonico progetto “Carosello delle Dolomiti”, che metterebbe in comunicazione con impianti a fune Cortina con Arabba e la Marmolada, Alleghe e il comprensorio del Civetta, toccando le vette più note delle Dolomiti ma attraversando anche alcune aree patrimonio Unesco. Queste infrastrutture vengono definite utili per aumentare l’attrattiva del territorio, in vista delle Olimpiadi, e sono giustificate anche come mezzi per la mobilità sostenibile, cosa che appare poco praticabile. L’investimento stimato è di 100 milioni di euro, di cui metà sarebbero privati, metà pubblici, cioè della Regione.

Conto a cinque cerchi

Anche la Valtellina, con Milano, sarà protagonista dei Giochi invernali. E neanche qui si perde l’occasione per progettare una grande ski area fra Santa Caterina, Bormio e Livigno: si annuncia un investimento da 100 milioni di euro per dieci nuovi impianti e 115 km di piste, che si dovrebbero aggiungere ai 200 già esistenti. Va ricordato che il dossier di candidatura di Milano Cortina è risultato vincente perché mette al centro la sostenibilità. Si legge: “Il gran numero di infrastrutture sportive, di trasporto e di accoglienza esistenti permetterà di ridurre il consumo di suolo e di mantenere un approccio economicamente responsabile verso l’organizzazione dei Giochi, con un budget contenuto”. Da anni Legambiente Lombardia si batte per la tutela delle aree dove si progettano gli impianti. Nel 2019 si è pronunciata anche la Corte di Cassazione, dando ragione agli ambientalisti, che affermano: “Oggi i riflettori su quel territorio restano accesi. Non vogliamo che le Olimpiadi diventino un nuovo treno di finanziamenti a supporto di procedure amministrative disinvolte né che a pagare il prezzo siano le aree naturali dell’Alta Valtellina”.

Cortina Milano 2026 – Un osservatorio vigila sugli sprechi

Nella legge di bilancio 2020 c’è lo stanziamento di 1 miliardo di euro per le infrastrutture nei luoghi in cui si terranno le Olimpiadi “Milano Cortina”: sono opere stradali e ferroviarie già previste in Lombardia, a cui vanno 473 milioni, Veneto (325 milioni), Trentino (120 milioni) e Alto Adige (82 milioni). Si tratta di un primo passo: ne serviranno molti altri per portare a termine un progetto ambizioso e indispensabile per migliorare la mobilità nei territori montani, sempre più fragili nel contesto della crisi climatica. Legambiente ha lanciato un osservatorio per vigilare sull’utilizzo dei fondi pubblici e sulle procedure autorizzative delle opere legate alle Olimpiadi. «Denunceremo eventuali sperperi e scempi ambientali e chiederemo di puntare realmente sulla sostenibilità e sul futuro delle Alpi – annuncia Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia e referente per l’osservatorio – La forza dell’associazione sta nella presenza diffusa dei circoli, con tanti attivisti che rappresentano le nostre antenne sul territorio e che ne conoscono le esigenze concrete».

Gli ecomostri lasciati da Torino 2006
L’intervento di Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente

Le incombenti Olimpiadi “Milano Cortina” riportano alla mente “Torino 2006” e con esse le delusioni di noi ambientalisti che non riuscimmo a mutare le rigide scelte intraprese. L’occasione olimpica ha migliorato il look della città di Torino, ma sulle montagne piemontesi ha lasciato in eredità almeno un paio di veri e propri ecomostri. Gli impianti per il bob, costati 110 milioni di euro, e il salto, costati 34,3 milioni, mai utilizzati dopo i Giochi, potevano essere risparmiati, come avevamo chiesto proponendo di gareggiare nelle strutture preesistenti della vicina Albertville. A poco servono le considerazioni postume dell’ex sindaco Castellani sulla problematicità degli impianti. Allora non c’è stato l’ardire o la volontà di compiere una scelta innovativa. Chissà se ora, vent’anni dopo e a un po’ di decimi di grado in più di temperatura, si troverà il buon senso di riutilizzare l’impianto di bob di Cesana per le Olimpiadi 2026.

Leggi anche:
‘La montagna abbia anche spazi liberi da infrastrutture’. L’intervista a Umberto Martini

 

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Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche a Trieste, come giornalista si occupa di ambiente, e in particolare di fiumi, da oltre dieci anni. Si dedica al racconto del territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto attraverso la scrittura, la fotografia e l'audiovisivo. Ha pubblicato diversi libri per Ediciclo/Nuovadimensione, tra cui "Radici liquide. Un viaggio inchiesta lungo gli ultimi torrenti alpini", 2018, finalista al Premio Mario Rigoni Stern.

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