Incentivi, sostegno all’auto purché pulita

Interrogazione parlamentare ai ministri delle Finanze, Trasporti, Sviluppo e Ambiente per non regalare sussidi ai concessionari per vendere diesel vecchi e inquinanti. Una politica industriale lungimirante accompagna, invece, la crescita della mobilità del futuro

L'immagine di una colonnina di ricarica di un'auto elettrica

Oggi Rossella Muroni e altri deputati (Lorenzo Fioramonti, Paolo Lattanzio e Erasmo Palazzotto) hanno presentato interrogazione urgente ai ministri delle Finanze, Trasporti, Sviluppo e Ambiente per richiedere un impegno di governo serio sui trasporti delle persone e non un puro regalo alle concessionarie d’auto in crisi di vendite dei modelli più vecchi e inquinanti. La distinzione è fondamentale: già nel così detto “decreto rilancio” (legge 17 luglio 2020, n. 77) a luglio era stato introdotto dal parlamento un “bonus” di 750 o 1.500 euro ai concessionari auto per ogni vendita di autovettura nuova, purché “euro6” con emissioni dichiarate inferiori a 110 grammi di CO2. Ben 15 grammi in più del limite fissato in Europa per le emissioni medie delle nuove auto vendute. In pratica il “bonus” annulla la multa che la cosa produttrice dovrebbe pagare se supera le emissioni previste. Un inutile dispetto al clima, all’ambiente e all’Europa per premiare alcuni modelli di auto, tipicamente i Suv diesel di recente produzione che tutte le case auto pubblicizzano in questi giorni. Si possono e si devono incentivare solo veicoli che inquinano meno dell’obbligo, abbiamo già troppi sussidi ambientalmente dannosi (quasi 20 miliardi all’anno!).

Non è con i dispetti che si avviano politiche industriali lungimiranti. La rivoluzione in corso nel mondo della mobilità e dei trasporti impone una visione di governo lungimirante e coerente, uno stato “imprenditore” per riprendere un tema caro all’economista Mariana Mazzucato, già consulente del governo inglese sui temi dell’innovazione. Non “mance” o “regali ai concessionari”, ma politiche industriali: che fine hanno fatto i soldi che il governo deve stazionare per avviare i prestiti della Bei (Banca Europea degli investimenti) sugli impianti italiani della nuova “economia circolare” delle batterie elettriche: per esempio l’impianto Seri in fase di ultimazione nel casertano che dovrebbe impiegare i lavoratori ex Whirlpool? Senza batterie non si faranno auto nel prossimo futuro. Ora che l’Europa spende e ci lascia spendere soldi per la ripresa è determinante capire come: se il miliardo di euro per l’automotive finirà ad incentivare gli ultimi diesel europei, sprecheremmo l’unica occasione per dare un ruolo futuro all’industria nazionale. Se invece lo usassimo per gettare le basi di una politica coerente che sappia coniugare sostegno all’innovazione e accesso alla mobilità sostenibile per tutti i cittadini, allora la partita per l’Italia è tutta ancora da giocare.

La mobilità del futuro non sarà solo elettrica e tantomeno non sarà fatta solo da auto elettriche. Sarà anche composta di mezzi elettrici (dal monopattino al camion e persino il treno) connessi, sempre più automatici, sempre più disponibili alla richiesta di chi ne ha necessità, accessibili acquistando un biglietto, prenotando un viaggio, noleggiando il servizio a minuti, ore, giorni o anni.

L’investimento pubblico deve saper coordinare politiche territoriali, rendere disponibili nuove infrastrutture (strade, sensori e energie rinnovabili), amministrare lo spazio pubblico (strade, ponti, regole) investendo con oculatezza ingenti risorse pubbliche e private. Il cittadino mobile dovrà essere aiutato (incentivato) a cambiare stili di mobilità, garantendo a tutti la libertà di muoversi a costi contenuti. Oggi abbiamo più automobili che patenti, ma le crisi (sanitarie ed economiche) limitano gli spostamenti delle merci e delle persone (-20% circa). In futuro, probabilmente, potremo spostarci di più e meglio (senza inquinare) con meno auto, perché anche i veicoli elettrici, costeranno di più all’acquisto e meno all’uso. E allora, invece di “bonus” ai negozi di automobili, meglio offrire abbonamenti scontati a autobus, taxi, mezzi in sharing, noleggi. Perché per esempio, paghiamo Iva 22% per il car sharing e l’acquisto di una bici da città, mentre “solo” il 10% sui biglietti del treno o sulla ricevuta di un taxi?

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