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Incendi, Aspromonte ferito

Tra luglio e agosto sono andati in fumo oltre 7.000 ettari nel Parco nazionale.Le responsabilità di chi ha voltato le spalle alla montagna, l’ombra delle cosche. E l’ostinata vogliadi continuare a fare ecoturismo

Dal mensile di ottobre. Voltando le spalle allo Stretto di Messina, Scilla osserva quasi incurante la sua montagna che va a fuoco. Dalla spiaggia di via Marina e dalle schiere di ristoranti sull’acqua del borgo di Chianalea, le colonne di fumo che nelle settimane scorse spuntavano tra le pendici tirreniche dell’Aspromonte si accomodavano nel paesaggio da cartolina. Eppure, risalendo la costa in auto, basta percorrere poche decine di chilometri per osservare da vicino quelle chiazze di nero che dal bagnasciuga appaiono così lontane. Tra luglio e agosto, per settimane, le fiamme non hanno dato tregua a vaste aree dell’Aspromonte, aggredendone la vegetazione, uccidendo persone e animali, ardendo in modo caotico più di quanto avessero fatto in passato.

Tra devozione e malaffare

Tra gli epicentri dei roghi c’è San Luca, comune di 3.500 abitanti il cui territorio è incastonato in buona parte nell’area del Parco nazionale dell’Aspromonte. Per raggiungerlo, il viaggio da Scilla passa per Melia e la piazza di Gambarie, snodandosi lungo strade deturpate da abbandono e incuria e tracciati sterrati al limite della percorribilità. In poco meno di mezz’ora di tragitto il mare viene inghiottito dalla montagna, e il rumore di sottofondo della costa ovattato dal silenzio che segna il passaggio sul versante jonico del massiccio montuoso. Lungo il percorso si incrocia una mandria stanca di vacche sacre, lasciate pascolare dalle ’ndrine locali allo stato brado per marcare il territorio, qualche casello forestale dismesso e pochi altri visitatori. Il punto di arrivo è ad Afreni, nella vallata Potes, di fronte alla pietra Mazzulisa. La vallata è un cimitero di vegetazione ridotta in cenere. Di pini e abeti non restano che scheletri carbonizzati, mentre le faggete hanno resistito di più. Secondo le ultime stime dell’Aigae Calabria (Associazione italiana guide ambientali escursioniste) su dati Effis (European forest fire information system), all’interno del Parco è stata incendiata una superficie pari a 7.640,56 ettari.

Andrea Laurenzano è il coordinatore di Aigae Calabria. Quarantasette anni, da 25 fa questo mestiere. È originario di Bova e l’Aspromonte lo conosce bene. «I tragitti colpiti di più dalle fiamme sono stati quattro, compresi la parte bassa del sentiero dell’Inglese e la zona interna del sentiero del Brigante – spiega – Le conifere, come pini e abeti che sono ricchi di resina, si sono incendiati subito. Il fuoco si è avvicinato ai centri abitati, è arrivato fin dentro i paesi. Un mio amico ha perso la sua azienda a Roccaforte del Greco, produceva olio e formaggi. Di certo non sono stati incendi che sono partiti da soli».

A San Luca, nella frazione di Polsi, si trova il Santuario della Madonna della Montagna, celebrata ogni anno dal 31 agosto al 2 settembre e osannata da sempre dalle cosche di zona. Il loro ruolo negli incendi, in questa come nelle passate estati, è cosa ormai nota da tempo. «Che la ’ndrangheta sia coinvolta in quanto accade in Calabria è fuori discussione – conferma Antonio Nicoletti, responsabile aree protette e biodiversità di Legambiente – Solitamente il fuoco viene utilizzato per atti ritorsivi, ad esempio per convincere qualcuno a cedere a prezzo di favore terre e boschi, oppure per farli acquistare da persone colluse con la criminalità. Ci può essere uno scontro tra clan per il controllo dei pascoli. In generale, c’è mancanza di prevenzione e un’inefficiente sistema di intervento per fermare i roghi». C’è poi un’altra idea condivisa da molte guide di questo parco. «Buona parte dei sentieri da loro utilizzati sono stati distrutti, e ciò da un lato ha ostacolato la crescita di varie forme di ecoturismo, dall’altro ha impedito a queste sentinelle di vigilare e segnalare possibili malaffari», prosegue Nicoletti. Ma questi intrecci faticano a emergere. Nel 2020, infatti, in tutta Italia solo 18 persone sono state perseguite per reato di incendio boschivo, a fronte di 552 persone denunciate e 4.233 reati commessi.

Nel nuovo decreto Incendi non c’è traccia di una strategia basata sull’adattamento al cambiamento climatico

Tutti responsabili, nessuno colpevole

Circoscrivere ai soli interessi criminali il perché di questi incendi è però riduttivo. Nello scambio di accuse andato in onda in Calabria durante agosto sono finiti tritati a turno un po’ tutti: la Regione e la sua società in house Calabria Verde, che costa ai calabresi 160 milioni di euro all’anno e tra le cui c’è proprio quella di prevenire e contrastare gli incendi boschivi; i privati, che guadagnano tanto più quanto più prendono quota canadair ed elicotteri per gettare acqua sulle fiamme; i “custodi” della montagna – gruppi di pastori, cooperative e associazioni – tagliati fuori dai contratti di responsabilità sociale e territoriale che in passato avevano consentito di evitare gli incendi. Gli allevatori però non ci stanno a essere additati come la categoria colta con il fiammifero in mano. Ara Calabria (Associazione regionale allevatori) raggruppa circa tremila aziende che gestiscono 15mila capi di podolica autoctona, fra cui la nicastrese, la capra dell’Aspromonte e la capra rustica. «Per regolamenti nazionali e regionali, in alcune zone del Parco le capre non possono pascolare perché provocano danni. È una scelta che noi non condividiamo», puntualizza il presidente Raffaele Portaro. «Invece di spendere soldi in manodopera, che il più delle volte non viene nemmeno utilizzata ma assunta solo a fini politici, se dessero la possibilità agli allevatori di pascolare più liberamente nei territori di competenza dei Parchi, di Calabria Verde o dei Comuni, probabilmente ci sarebbero conseguenze meno gravi perché il pascolo, pulendo il sottobosco, garantirebbe un’efficace azione di prevenzione».

Il bosco al centro

Se un effetto chi ha soffiato su questi incendi voleva produrlo, ovvero rinvigorire l’emergenza e far piovere sulla Calabria nuovi fondi e risorse per tamponarla, l’obiettivo è stato raggiunto. Il 2 settembre il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto Incendi, ora in discussione in Parlamento. In base al dl al dipartimento della Protezione civile viene affidato il compito di redigere, con cadenza triennale, un “Piano Nazionale per il rafforzamento delle risorse umane, tecnologiche, aeree e terrestri necessarie per una più adeguata prevenzione e lotta attiva contro gli incendi boschivi”. Inoltre, nell’ambito della Strategia per lo sviluppo delle aree interne vengono stanziati 100 milioni di euro per il triennio 2021-2023 a sostegno degli enti territoriali impegnati nel contrasto ai roghi. «Ma non è accettabile che non vi sia traccia di una strategia basata sull’adattamento e la mitigazione del cambiamento climatico – riprende Nicoletti – Bisogna invece rimettere al centro della discussione la gestione sostenibile del bosco e, vista la crescita del nostro patrimonio forestale, che occupa circa il 40% del territorio nazionale, di come occorra operare per prevenirne i danni. In questa fase di profonda evoluzione, non è detto che il bosco non abbia bisogno delle attenzioni dell’uomo. Senza pianificazione e investimenti, i rischi naturali possono solo aumentare: non solo gli incendi ma anche calamità naturali come la tempesta Vaia nel 2018, patologie come quelle che colpiscono il castagno, o fenomeni legati al dissesto idrogeologico».

La montagna respira ancora

Che qualcosa possa cambiare nell’immediato per l’Aspromonte sono però in pochi a crederlo. Le fiamme di quest’estate ne hanno messo a repentaglio la verginità. Ma la montagna è dura come la sua gente e i suoi sentieri, anche quelli più colpiti, torneranno presto a essere percorsi. «Non abbiamo perso tutto l’Aspromonte. Gli incendi ne hanno bruciata una fetta importante e causato danni enormi alla fauna e alla vegetazione, ma tutta la parte inferiore non è stata toccata. È stato colpito un pezzo di questo enorme polmone, ma l’altro per fortuna respira», conclude Andrea Laurenzano, che nonostante tutto, insieme alle altre guide dell’Aspromonte, in queste settimane non ha smesso di camminare. «Ci abbiamo messo anni per promuovere questi posti, per scrollarci di dosso l’ombra delle mafie. L’Aspromonte continua ad attrarre persone, anche dagli Stati Uniti. E noi nell’accompagnarle non nasconderemo i segni lasciati dagli incendi. È giusto che chi arriva da fuori prenda coscienza di quanto è accaduto».

Per saperne di più

Basta devastare questa terra Ad agosto il mondo del cinema e del teatro calabrese si sono uniti per denunciare la devastazione causata dagli incendi in Aspromonte. Una presa di posizione espressa attraverso unvideo in cui compaiono i volti di attori e registi, con in sottofondo la voce dello scrittore Gioacchino Criaco, originario di Africo (Rc).

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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