Il nostro pianeta, lo sappiamo, si sta surriscaldando più velocemente del previsto a causa delle attività umane. Dall’epoca preindustriale a oggi, la temperatura terrestre è aumentata di circa 1° C. Che cosa accadrebbe alle specie arboree se, come sembra ormai certo, la temperatura dovesse oltrepassare la temuta soglia degli 1,5° C fra il 2030 e il 2050? L’abbiamo chiesto al professor Riccardo Valentini, a capo del progetto Trace del Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc) e vincitore nel 2007 del Nobel per la Pace insieme a un gruppo di scienziati dell’Ipcc.
In questo scenario, qual è il futuro delle piante?
Secondo il rapporto dell’Ipcc, presentato lo scorso dicembre alla Cop24 di Katowice (Polonia), interi ecosistemi potrebbero scomparire. Anche l’area del Mediterraneo è a rischio. E si presume un impatto importante su piante, risorse idriche e agricoltura. Stiamo assistendo a ondate di calore che durano parecchi giorni. Molte piante, sottoposte a condizioni estreme, non riescono a sopportare questa variabilità climatica. Ciò porterà, probabilmente, allo spostamento di areali di diverse specie, in cerca di habitat più favorevoli. Sulle Alpi il faggio già sta salendo di quota, come il pino cembro e l’ulivo. In Russia le coltivazioni di cereali si stanno espandendo verso il nordest. Muovendosi per disseminazione, gli alberi riescono però a colonizzare ambienti in tempi molto più dilatati rispetto agli animali e con difficoltà in prossimità di aree cementificate, mentre il riscaldamento globale è più veloce. Il vero tema sarà dove far fuggire gli alberi.
Che cosa preoccupa di più la comunità scientifica?
Proprio l’accelerazione del processo. Non è bello sentirsi chiamare Cassandre, ma avevamo previsto già trent’anni fa l’alterazione dell’equilibrio climatico. Se prima si parlava soltanto di riduzione delle emissioni, oggi il dibattito si è spostato sulle emissioni negative. Con tale espressione si definiscono quei sistemi che consentono di eliminare dall’atmosfera più CO2 di quanta non ne venga assorbita nel naturale ciclo del carbonio, concepiti per limitare gli effetti sul clima, pur continuando a produrre gas serra.
Come si sta affrontando il problema?
Negli Usa, ad esempio, sta prendendo piede il carbon capture and storage (Ccs), processo di confinamento geologico in cavità sotterranee dell’anidride carbonica prodotta da grandi impianti di combustione. Un sistema molto costoso e non applicabile ovunque. Le foreste restano la soluzione più economica ed efficace per lo stoccaggio di carbonio, incendi permettendo. Non possiamo però delegare a loro il problema senza limitare le emissioni inquinanti. Servirebbero almeno 320 milioni di ettari di foreste in più per farlo, considerando che negli ultimi cinquant’anni abbiamo già convertito il 40% delle terre in agricoltura per il sostentamento di una popolazione aumentata vertiginosamente. Sono necessarie, insomma, politiche in grado di cambiare radicalmente l’economia e i sistemi di produzione. In gioco non c’è solo il futuro degli alberi.



