martedì 1 Dicembre 2020
Array

In causa per il clima

In causa per il clima

Fare di più e fare presto contro i cambiamenti climatici. Dal Kenya all’Italia. Dalla Germania al Portogallo. Provengono da Paesi differenti le famiglie che hanno a cuore questo obiettivo e per questo hanno intrapreso una causa legale contro l’Unione Europea. I tanti piccoli Davide con le loro famiglie contro Golia-Ue sostengono che la riduzione delle emissioni di gas serra del 40% dai livelli del 1990 per il 2030 sia un target troppo basso. Proprio per questo vogliono portare il Parlamento e il Consiglio europeo davanti alla Corte generale europea: il target climatico da raggiungere nei prossimi 12 anni non è adeguato a proteggere i cittadini, in particolare i loro diritti fondamentali alla vita e alla salute, ma anche la tutela delle loro proprietà e il diritto al lavoro. E vogliono dimostrarlo, con le loro storie di famiglie “a rischio per il clima”.
Come quella della famiglia Recktenwald, che vive su un’isola nella costa della Germania del Nord da 4 generazioni. E ha costruito un hotel dal nulla, posizionato su una duna. Ma la proprietà di famiglia e gli affari sono a rischio per il continuo aumento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico. In quest’area le sorgenti potrebbero essere allagate dall’alta marea e dalle onde di tormenta: in questo caso l’acqua dolce sotterranea verrebbe salinizzata. Se accadesse l’acqua non potrebbe essere più usata. «Questo significa – spiega Michael Recktenwald – che la vita umana sull’isola diventerà impossibile e l’hotel e il ristorante inutili». A supporto della causa, la combattiva famiglia ha utilizzato anche i dati di un’indagine condotta da Mengel e altri dell’Istituto Potsdam per la ricerca sul cambiamento climatico (2018) secondo la quale un ritardo di soli cinque anni nel prendere decisioni sulle emissioni globali significherà 20 centimetri in più sul livello del mare.

Il supporto legale
La famiglia Rectenwald con tutte le altre coinvolte nell’azione legale non sono da sole ad affrontare la causa. Sono rappresentate dal professore di legge tedesco Gerd Winter, la giurista ambientale Roda Verheyen e un avvocato di Londra Hugo Leith. «Protect the planet, una ong tedesca, sta finanziando tutti i costi relativi alla causa legale – spiega Goksen Sahin di Can Europe – e Can Europe, il Climate action network, una coalizione di organizzazioni non governative che lavorano sul clima e l’energia con oltre 150 organizzazioni in 30 paesi, sta supportando l’azione».
Nel mirino dei ricorrenti ci sono i tre provvedimenti adottati dalla Ue per ridurre le emissioni di gas serra del 40% al 2030: la direttiva sullo scambio di emissioni (l’Ets – Emission trading system, gestito a livello europeo) che copre le emissioni di gas serra dei settori energetici ed industriali; il regolamento sull’azione climatica nazionale (l’Effort sharing) che interessa gli altri settori, come ad esempio edilizia, trasporti, rifiuti, agricoltura e il regolamento (il Lulucf – Land use, Land use change and forestry) che riguarda le emissioni derivanti dall’uso del suolo e dalle foreste e fissa norme per il conteggio del sequestro forestale del carbonio.
I ricorrenti chiedono alla Corte di dichiarare che queste tre leggi “non sono in linea con il diritto primario dell’Unione Europea” e stabilire così “che devono essere adeguate per consentire livelli più elevati di riduzione delle emissioni”, in coerenza con gli obiettivi di lungo termine dell’Accordo di Parigi sottoscritto dalla stessa Unione europea. Le famiglie evidenziano anche che l’Ue ha un obbligo legale di non “causare danno e proteggere i diritti fondamentali”. In sostanza, l’Ue non dovrebbe permettere dei livelli così alti di emissioni quando si potrebbero ridurre molto di più.

Il caso italiano
«Purtroppo le emissioni di CO2 stanno aumentando di nuovo sia in Italia che in Europa. – denuncia Edoardo Zanchini, vicepresidente nazionale di Legambiente – Dobbiamo intensificare la nostra azione sul clima e alzare il target al 2030 per rispettare davvero l’Accordo di Parigi». In Italia è proprio Legambiente a supportare la causa del Can. «Ci può aiutare a mobilitare cittadini – continua Zanchini – e a mettere pressione crescente sui governi per mettere in atto politiche climatiche ed energetiche ambiziose e far sì che l’Europa dia l’esempio a livello internazionale». La famiglia italiana che ha deciso di aderire alla causa vive a Cogne, nel Parco nazionale del Gran Paradiso sulle Alpi italiane. «Noi abitiamo in una zona forse privilegiata ma molto delicata dell’Italia – racconta Giorgio Elter, il padre – e viviamo di turismo e di ambiente. Proprio per queste ragioni l’aspetto dei cambiamenti climatici è così importante per noi. In più io ho 4 figli e la mia preoccupazione è per il loro futuro».
La famiglia Elter produce cibo organico locale: fragole, lamponi, erbe aromatiche aglio, frutti di bosco, mirtilli. La maggioranza di questi prodotti sono trasformati in marmellate e conserve, altri sono usati per produrre bevande alcoliche come il famoso genepì, un liquore tradizionale che è prodotto e imbottigliato localmente grazie alle erbe del campo familiare. «L’anno scorso c’è stata poca neve, temperature che si sono alzate e poi la gelata tardiva, addirittura del 20 aprile, che ha creato danni enormi. Questo succede alle terre coltivate, figuriamoci che cosa accade alla vegetazione spontanea» continua Giorgio. Di lamponi, ad esempio, non se ne trova più nessuno, mentre quando era piccolo ne raccoglieva “a secchi”. Le erbe regionali e le piante ad altezze minori di 1.500 metri non fioriscono più o lo fanno troppo presto, a causa delle temperature crescenti. Per la famiglia Elter c’è stata una decrescita nella produzione e un aumento dei costi, quantificabile in una perdita intorno al 20-30% dei guadagni.
Accanto all’attività agricola gli Elter gestiscono anche un piccolo B&B. «L’inverno sta diventando la stagione più critica – racconta il padre – Le persone vengono qui per lo sci nordico e le cascate di ghiaccio. Ma negli ultimi 10 anni ci sono state almeno 5 stagioni in cui siamo arrivati a Natale senza neve. In più l’arrampicata sulle cascate di ghiaccio deve essere fatta con condizioni climatiche favorevoli». Secondo Elter sotto i duemila metri non si scierà più: «la neve artificiale viene fatta l’anno prima per l’anno successivo. Succede a Livigno, ma anche in Austria e in Svizzera. Un po’ dappertutto».

Produzioni a rischio
A rischio, per la famiglia Feschet, che vive in un paese della Provenza nel Sud della Francia ed è nel mondo della coltivazione della lavanda da tre generazioni, è lo stesso diritto al lavoro. Nella regione dal 1960 la siccità è aumentata. E le alte temperature in febbraio, quando le piante cominciano a crescere, seguite da un periodo freddo più tardo nell’anno, uccidono i boccioli. Le piante di lavanda che duravano in coltura per 23 anni ora devono essere sradicate all’età di 4 con soli 2,5 anni di coltivazione. Il nonno Maurice si sfoga: «44% in 6 anni: è questa concretamente la perdita di lavanda più pesante che abbiamo conosciuto in Provenza a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici che ci sta colpendo pesantemente. In particolare negli ultimi 7 anni, stiamo vivendo ripetute siccità che, insieme alla perdita del raccolto rendono la ricostituzione delle piantagioni impossibile».
A non passarsela meglio è la famiglia portoghese Conceição. «Oggi non abbiamo più 4 stagioni, solo inverno ed estate – racconta Ildebrando Conceição – Questa situazione sta disturbando il lavoro delle api che ci mettono più tempo ad adattarsi alle variazioni climatiche. La decrescita nella produzione del miele, che sta avvenendo da anni, ha ridotto l’introito economico della mia famiglia». L’apicoltura dipende dalla stagione della fioritura: i cambiamenti ecologici come la fioritura anticipata o ritardata rendono difficile “il lavoro” delle api. Inoltre l’aumento delle temperatura durante l’inverno risveglia i parassiti che attaccano le api nel loro periodo più vulnerabile. Durante l’estate il calore sopra i 40 spesso causa lo scioglimento dei favi di cera dentro gli alveari. In primavera, invece, le ondate di calore fermano la costruzione dei necessari favi per riproduzione e l’immagazzinamento di miele e polline. Ultimamente la famiglia Conceição ha adottato misure addizionali come il nutrimento artificiale ma nonostante queste precauzioni nel 2017 ha perso quasi il 60% della produzione.
Sempre in Portogallo a subire i danni dei cambiamenti climatici e a volerlo testimoniare nella causa c’è anche la famiglia Carvalho. I Carvalho possedevano una terra boscosa nel centro del Portogallo dove il padre e il figlio hanno avviato pratiche di gestione sostenibile forestale sostituendo pini ed eucaliptus con specie locali come querce e castagni.
La combinazione di condizioni sempre più calde e secche ha aumentato il rischio incendi e la richiesta di acqua nel settore agricolo. Nell’ottobre del 2017 il 95% del territorio della municipalità, incluso la terra piena di foreste della famiglia, è stato bruciato da un eccezionale incendio. Anche la casa di famiglia è stata circondata dalle fiamme, le macchine agricole e il garage sono stati danneggiati dal fuoco. Loro si sono salvati ma non si sa quanto tempo sarà necessario per avere di nuovo una foresta in salute e matura.
Un altro portoghese, Alfredo Sendim, se continua così, se ne dovrà andare. La cooperativa fondata da Sendim ha 35 partner, le cui vite dipendono dalla terra e dalla coltivazione tradizionale, tra cui la famiglia Caixero, anch’essa tra i ricorrenti. «Nello scenario di cambiamento climatico sopra i 2 gradi centigradi ci sarà un deserto sulla terra in cui è oggi la mia fattoria e dovremo andarcene. Se rimarrà sotto i 2 gradi sarà comunque una sfida per le alte temperature in estate» denuncia Sendim.

In causa per il clima

Sos Carpazi
Infine c’è la famiglia Vlad, che vive sulle montagne dei Carpazi a 800 metri di altezza in Romania. Anche i Vlad partecipano alla causa contro l’Ue. «Anno dopo anno, le temperature stanno aumentando – spiega Petru Vlad – non c’è più abbastanza acqua per i bovini e gli ovini, devo portarli dai 660 metri di altitudine ai 1.400 per un’erba decente ma soprattutto per l’acqua. Ma non posso andare più in alto perché sopra i 2.000 metri c’è solo il cielo». È sua la testimonianza più forte del “People’s climate case”: «Qualcuno dice che è una punizione divina, altri si lamentano dell’inquinamento. Comunque, quello che posso dire come semplice contadino, con un’educazione non elevata, è che non è colpa mia e questo bisogna che venga messo agli atti. Questo è il motivo per cui richiedo un’azione: non denaro ma protezione».

In causa per il clima

Responsabilità senza confini
La causa legale per i cambiamenti climatici non è nuova in Europa. Già in alcuni stati europei, ad esempio con una class action in Olanda, si sono avviati dei procedimenti contro i governi nazionali a causa dei cambiamenti climatici. «Quest’azione rafforzerà le argomentazioni nei casi nazionali», sostengono dal Can. In generale le famiglie che hanno avviato la causa, non richiedono un target specifico. Ma una cosa è certa: l’Ue può e dovrebbe fare di più per proteggere i suoi cittadini. E non solo.
Con quest’azione legale si cerca per la prima volta di affermare il principio che l’Unione europea è chiamata anche a rispondere delle conseguenze subite da chi vive fuori dai suoi confini. A fare causa c’è, infatti, la famiglia Guyo con i suoi 5 bambini, che vive in un villaggio nel Nord del Kenya. Il loro principale introito è l’allevamento di capre. Durante i periodi torridi, quando le temperature raggiungono i 40 gradi, i bambini hanno avuto colpi di caldo, frequenti mal di testa e sonno disturbato. Durante la stagione calda del 2017, non hanno frequentato la scuola perché il caldo era insopportabile. Le ricerche mostrano che la temperatura annuale è cresciuta dello 0,34 C a decade negli ultimi 30 anni e questo aumento della temperatura non può essere spiegato naturalmente. L’Europa è avvertita.

Articoli correlati

Protetto: Dicembre 2020

SFOGLIA IL NUMERO   COMPRA UNA COPIA CARTACEA O SOTTOSCRIVI UN ABBONAMENTO GUARDA I NUMERI PRECEDENTI ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER  REGISTRATI SUL SITO

Dicembre 2020

SFOGLIA IL NUMERO LEGGI L'EDITORIALE DEL DIRETTORE FRANCESCO LOIACONO SOTTOSCRIVI UN ABBONAMENTO -- ACQUISTA UNA COPIA GUARDA I NUMERI PRECEDENTI  

Dissesto idrogeologico in Sardegna: manca un’efficace politica di prevenzione

Dopo i nubifragi, a Bitti (Nu) lunedì 30 novembre il summit dei massimi esponenti della categoria dei geologi

Seguici sui nostri Social

16,645FansLike
21,168FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Protetto: Dicembre 2020

SFOGLIA IL NUMERO   COMPRA UNA COPIA CARTACEA O SOTTOSCRIVI UN ABBONAMENTO GUARDA I NUMERI PRECEDENTI ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER  REGISTRATI SUL SITO

Dicembre 2020

SFOGLIA IL NUMERO LEGGI L'EDITORIALE DEL DIRETTORE FRANCESCO LOIACONO SOTTOSCRIVI UN ABBONAMENTO -- ACQUISTA UNA COPIA GUARDA I NUMERI PRECEDENTI  

Dissesto idrogeologico in Sardegna: manca un’efficace politica di prevenzione

Dopo i nubifragi, a Bitti (Nu) lunedì 30 novembre il summit dei massimi esponenti della categoria dei geologi

Presentazione della “Nuova Ecologia” di dicembre e della campagna “Unfakenews”

Appuntamento in diretta streaming lunedì 30 novembre alle ore 16:00, per parlare della campagna di Legambiente e “Nuova Ecologia” contro le bufale su ambiente e salute, delle 100 notizie verdi del 2020 e di molti altri contenuti

Coronavirus, a rischio la stagione sciistica. CIPRA: “Occasione per sviluppare un turismo invernale più sano”

La monocultura dello sci non è sostenibile e utilizza 100 milioni di denaro pubblico all'anno. Ma la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi avverte: la montagna ha molto da offrire oltre alle piste