martedì 25 Gennaio 2022

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Impatto immobile

Dal mensile – In Italia ci sono circa centomila impianti sportivi, il 60% costruito prima del 1980. Riqualificarli, evitando nuovo cemento, è la tattica vincente. Per tutti

Ben 245.000 bottigliette d’acqua, 330.000 birre alla spina, altre 209.000 in bottiglie pet, 197.000 soft drink, 180.000 caffè, 95.000 sacchetti di patatine, 116.000 hot dog, 39.000 gelati. Non è la lista della spesa per festeggiare la vittoria dell’Italia agli Europei, ma la somma dei rifiuti prodotti allo Stadio Olimpico di Roma nel 2019. Basta moltiplicare questi numeri per i soli terreni di gioco in cui vanno in scena le partite della Serie A per rendersi conto di quanto sia urgente ridurre gli impatti ambientali degli eventi sportivi nel nostro Paese. 

In Italia sono circa centomila gli impianti in cui si praticano discipline sportive: non solo stadi, dai più grandi a quelli di provincia dove non cresce un filo d’erba, ma anche palazzetti per il basket e la pallavolo, arene di atletica leggera, autodromi, piscine, piste da sci. Strutture in larga parte “vecchie”, considerato che per oltre il 60% risalgono a prima del 1980, e dispendiose sul piano energetico. Ogni anno, secondo le stime dell’Istituto di credito sportivo, questa inefficienza produce emissioni climalteranti e uno sperpero pari a più di 800 milioni di euro. Soldi che potrebbero essere reinvestiti per lavori di ammodernamento e riqualificazione, contagiando anche le aree che circondano gli immobili. «Dobbiamo arrivare a sapere quanti sono questi impianti, geolocalizzarli e categorizzarli per disciplina e tipologia di proprietà, se pubblici o privati – spiega Andrea Abbodi, presidente dell’Istituto di credito sportivo – La profondità del dato ci permetterà di quantificare i consumi e ottimizzare gli effetti dei nostri interventi».

Per invertire la tendenza la tattica giusta non è costruire nuovi impianti, aggredendo con colate di cemento ulteriori fette di territorio, ma migliorare il patrimonio esistente. A cominciare dalla sua gestione. È quanto sta facendo nel Parco del Foro Italico l’azienda pubblica Sport e Salute con un progetto che punta a rendere meno impattante la gestione dei rifiuti e dell’acqua e ad armonizzare l’accessibilità nei 14 complessi sportivi dove, ogni anno, transitano tre milioni di visitatori. «L’obiettivo è sfruttare ogni risorsa disponibile del Parco e dell’area circostante per alimentare le attività che si svolgono al suo interno – commenta Andrea Santini, manager del Foro Italico – La chiave è saperle incamerare e conservare nel corso del tempo per poi riutilizzarle quando servono».

Da Roma a Frosinone, dove la sete di un nuovo stadio alla fine è stata placata con l’apertura, nel 2017, dello “Stirpe”. Di positivo c’è che il vecchio impianto, il “Matusa”, non è finito seppellito da erbacce e ruggine com’è accaduto al “Flaminio” nella Capitale. Al suo posto è nato un parco pubblico che da più di due anni dà respiro all’intera città. A Chiavari invece, nell’area metropolitana di Genova, dalla prossima stagione il “Comunale” entrerà nella cerchia degli stadi italiani sostenibili – in cui primeggia il “Dacia Arena” di Udine – con l’energia elettrica che gli verrà fornita al 100% da fonti rinnovabili.

Nel nostro Paese qualcosa dunque si muove, non solo nel mondo del calcio. A Marradi, nel Mugello, lo scorso ottobre è stata festeggiata la svolta green del locale palazzetto dello sport, alimentato grazie all’installazione di pannelli fotovoltaici sul tetto e con tanto di centrale termica autonoma e rivestimento nanotecnologico delle facciate. Di buone pratiche come questa l’Italia è cosparsa. Il problema, nella gran parte dei casi, è che sono frutto di alleanze del momento tra amministrazioni virtuose e privati lungimiranti. Mentre al nostro sport, per il suo sviluppo e la crescita di ciò che gli ruota attorno, servirebbe un’impronta green a livello nazionale, con incentivi più corposi e riforme strutturali. Un contributo di 200 milioni per la riqualificazione anche degli impianti sportivi di proprietà pubblica è previsto nel nuovo Fondo Kyoto, che concede finanziamenti a tasso agevolato (-0,25% di interesse e durata massima di 20 anni) per la realizzazione di interventi di efficientamento energetico e idrico che consentano un miglioramento degli edifici di almeno due classi energetiche. Risorse arriveranno anche nell’ambito del Pnrr, che prevede lo stanziamento per lo sport di 1 miliardo di euro, con 300 milioni per il potenziamento delle infrastrutture sportive nelle scuole e i restanti 700 per la creazione di impianti sportivi e parchi attrezzati.

Uno scatto in avanti è atteso anche dal superbonus 110%, che per ciò che concerne gli impianti sportivi comunali iscritti al registro del Coni è attualmente applicabile ai soli lavori negli spogliatoi. Per Andrea Abbodi si può fare di più. «Questo limite va superato, è fondamentale che tutto l’impianto sia beneficiario dell’incentivo». È così che si incentiva la sostenibilità nello sport:  ammodernando immobili già esistenti per farli diventare valori aggiunti per i territori e le comunità che servono.

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Rocco Bellantone
Classe 1983, nato a Reggio Calabria, cresciuto a Scilla sullo Stretto di Messina, residente a Roma. Giornalista professionista, mi occupo da anni di questioni africane e tematiche ambientali

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