Montagne in discesa libera

DAL MENSILE La produzione di neve artificiale ha un impatto devastante per il consumo d’acqu e sulla biodiversità montana. Ma nel nostro Paese manca qualsiasi strategia per lo sviluppo delle terre alte. E si continua a sprecare denaro pubblico per impianti sciistici in perdita

impianto sciistico

Ogni anno vengono spesi milioni di euro di soldi pubblici per vecchi e nuovi impianti sciistici e per imbiancare le piste con la neve “programmata”, cioè quella sparata dai cannoni, sia perché le nevicate naturali non sono sufficienti, sia per allungare artificialmente la stagione. Il riscaldamento globale rende gli inverni sempre più brevi, caldi e asciutti, come quello che volge al termine. Ma all’orizzonte non si vede una nuova strategia nazionale per lo sviluppo della montagna.

Dal censimento degli impianti chiusi e abbandonati sulle Alpi e sugli Appennini, appena realizzato da Legambiente con il dossier “Nevediversa”, emerge che molte strutture, dismesse per lo più negli anni Novanta e Duemila, vengono oggi rifinanziate o ampliate. Accade proprio perché ormai ciò che un tempo sarebbe sembrato assurdo – sciare su fasce bianche di neve artificiale – è diventato la normalità: non si scia più su un manto naturale, ci si basa sulla neve prodotta dai cannoni, che attingono ai bacini d’acqua costruiti accanto alle piste. E così, all’impatto ambientale dei corridoi spianati per le discese, si aggiunge quello per i laghi artificiali. La neve programmata è un’invenzione americana, da cui oggi dipende lo sci in molte parti del mondo. Secondo la Cipra, ente che unisce diverse associazioni dell’arco alpino, con un metro cubo di acqua si producono in media fra i 2 e 2,5 metri cubi di neve. Conti alla mano, per l’innevamento delle Alpi servono in totale 95 milioni di metri cubi di acqua, una quantità che corrisponde al consumo annuo di una città di un milione e mezzo di abitanti. Ogni metro cubo di neve programmata, tutto considerato, viene pagato dai 3 ai 5 euro. È difficile però calcolare i costi complessivi dell’innevamento, coperti solo in parte dal prezzo dello skipass e per il resto sostenuti da fondi pubblici, attraverso società partecipate di cui non è semplice leggere i bilanci. Non stupisce quanto emerse dallo studio realizzato nel 2012 da Carlo Cottarelli, commissario alla spending review: la maggioranza delle sessanta società partecipate che gestivano gli impianti di risalita era in perdita, per un buco totale di 16 milioni di euro.

Asfissia al suolo

La sostituzione della neve naturale con quella artificiale ha inoltre conseguenze per la biodiversità montana, perché la seconda è fatta e si comporta diversamente dalla prima. La neve naturale ha origine dal passaggio diretto dallo stato di vapore a quello solido, l’altra è prodotta dal raffreddamento dell’acqua atomizzata dai cannoni. Per questo pesa di più e sul terreno non funziona da isolante come invece fa la neve naturale. Ciò causa il congelamento del suolo e una ridotta disponibilità di ossigeno, che provoca l’asfissia del manto vegetale sottostante. A questo si aggiunge, con il prolungamento della stagione sciistica, che l’attività vegetativa viene ritardata. Di tutto ciò non sembrano curarsi in molti. In Val di Non, per il terzo anno, a gennaio la tradizionale “Ciaspolada” si è corsa con le racchette su un nastro di neve portata sul posto da camion e ruspe, con attorno prati e boschi asciutti. Ne sono serviti 15.000 metri cubi e i media hanno narrato l’impresa come un grande successo. Ma i milioni spesi per il turismo invernale sono investiti anche per realizzare nuovi impianti di risalita. Uno dei casi più eclatanti arriva ancora dalla Provincia di Trento, che a fine 2019 in un comunicato stampa annunciava investimenti per 4 milioni di euro nell’area più a bassa quota d’Italia, a Bolbeno – Borgo Lares, 575 metri sul livello del mare. Qui, fra il 2020 e il 2021, sono previsti il prolungamento della pista e la realizzazione di una nuova seggiovia, dell’impianto di innevamento e di quello di illuminazione. Sull’Altopiano di Asiago è stata inaugurata a dicembre la rinnovata ski area “Le Melette”, costata 10 milioni di euro, di cui 8 dai fondi per i Comuni confinanti fra Veneto e Trentino e due dai Comuni di Asiago e Gallio. L’evento viene descritto come il punto di partenza per una rinascita del territorio, uno di quelli fortemente colpiti dalla tempesta Vaia nel 2018. C’è già un bacino di raccolta dell’acqua piovana da 20.000 metri cubi, ora se ne prevede un altro da 50.000 per poter innevare tutta l’area.

Investimenti sbagliati

In Piemonte, da una ricerca sul campo condotta dal comitato “Salviamo il paesaggio della Valdossola”, sono stati censiti nella sola provincia di Verbano Cusio Ossola otto impianti chiusi o dismessi, in parte finanziati con soldi pubblici. A Malesco, in Valle Vigezzo, nel 2012 è stato rifinanziato con i fondi delle Olimpiadi invernali di Torino 2006 uno skilift, attualmente chiuso. Ad Arvogno di Craveggia, una seggiovia a due posti realizzata nel 2002 non è più operativa dal 2014 e in questi anni ha funzionato in totale 300 ore. «È un impianto relativamente nuovo – dicono Filippo Pirazzi e Sonia Vella, del comitato – ma da quello che abbiamo appreso nei nostri sopralluoghi ci sarebbero problemi tecnici irrisolti e costi di gestione elevati, tali da non rendere conveniente nemmeno accendere i motori. Infatti è tutto spento. La struttura è lasciata lì, abbandonata, una beffa per chi aveva creduto che questo investimento servisse a fermare lo spopolamento della montagna». In Friuli Venezia Giulia, dove il 100% delle piste può essere innevato artificialmente, la Regione ha stanziato 39 milioni di euro fino al 2022, per lo più destinati agli impianti sciistici, in misura decisamente minore per il turismo estivo. Dieci milioni andranno a Piancavallo, stazione a quota 1.300 m, dove le abbondanti nevicate degli anni Settanta sono un ricordo lontano. Qui, il 25 e 26 gennaio si sono tenuti i mondiali di snowboard, ma la manifestazione ha rischiato di saltare per l’incertezza sulle temperature. Alla fine il freddo ha consentito ai cannoni sparaneve di funzionare con l’acqua pompata dal lago di Barcis, 800 metri più in basso. Sugli Appennini la situazione è ancora più critica (leggi a pagina 31). Il presidente del consorzio Abetone multipass, Giovanni Guarnieri, il mese scorso ha dichiarato al Corriere Fiorentino di non ricordare un’annata così brutta: «Il costo di acquisto e utilizzo degli impianti di innevamento è notevole, si parla di decine di milioni di euro. E ogni volta che spariamo se ne vanno altri soldi. Quest’anno ci si aggira su una perdita del 50% degli incassi rispetto alla stagione precedente. Se in Toscana si vuole un’azione sciistica indipendente dal meteo, servono finanziamenti pubblici». In provincia di Reggio Emilia sono tre, su sei in totale, gli impianti abbandonati a se stessi da oltre quindici anni, con tanto di seggiolini della seggiovia e piattelli dello skilift appesi alle funi d’acciaio, come denunciato più volte da Legambiente senza alcun risultato. Intanto in Molise 30 milioni di euro sono stati appena stanziati per Campitello Matese e Roccamandolfi. Anche qui, senza la neve programmata molte piste restano chiuse. E chi arriva con l’illusione di sciare resta deluso: basta scorrere la pagina Facebook “Campitello Matese Online” per imbattersi in un elenco di lamentele.

Ecomostri in progetto

Infine, tornando sulle Alpi, a quote più alte, dove la neve ancora resiste, si pensa a nuovi collegamenti dall’impatto devastante, come quello delle Cime Bianche fra Ayas, in Valle d’Aosta, e Zermatt, in Svizzera, o al Grande Carosello delle Dolomiti, che collegherebbe Cortina, la Val Fiorentina, Alleghe, la Val di Zoldo, Arabba, la Marmolada, l’Alta Badia, la Val di Fassa e la Val Gardena. È un progetto che stravolgerebbe l’aspetto delle montagne più famose al mondo, patrimonio dell’umanità dell’Unesco dal 2009, dove si svolgeranno le Olimpiadi invernali del 2026. A denunciarlo non sono soltanto gli ambientalisti ma anche altri soggetti, come il Cai Veneto e Leandro Grones, sindaco di Livinallongo del Col di Lana, uno dei comuni interessati, con i suoi 1.300 abitanti. «Se si vuole contribuire al ripopolamento – ha dichiarato Grones – bisogna migliorare strutture e servizi. Non sarà certo un investimento di milioni di euro su un ecomostro a riportare la gente a vivere in montagna». Per Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente, «con il dossier “Nevediversa” mettiamo in luce i tantissimi casi di abbandono e spreco su Alpi e Appennini. Oltre alla denuncia, il messaggio è che si ripensi alle terre alte come luoghi di vita e di svago, rispettoso e sostenibile, per chi ci abita e per chi arriva dalla città».