Il suono di Gaza

Shehada Shalalda è l’unico liutaio professionista a costruire e riparare violini in Palestina. Prima gli studi a Firenze e a Londra, poi la scelta di “farsi” strumento di pace

Foto di Shehada Shalalda

DI MONICA PELLICCIA

Le note di un violino fluttuavano per la strada, risalendo fino alla terrazza di casa. Shehada Shalalda aveva solo 15 anni ed era appena tornato da scuola, nel quartiere vecchio della città di Ramallah, in Cisgiordania. Era la prima volta che sentiva un violino. Fino a quel momento aveva ascoltato solo gli strumenti arabi come l’oud, il liuto. La musica proveniva dalla scuola “Al Kamandjati”, che aveva appena aperto a soli dieci passi da casa sua. In quel momento decise di iniziare a suonare questo strumento.

Era il 2005, oggi Shehada Shalalda ha 28 anni ed è l’unico sanie kaman, liutaio professionista, che costruisce violini in Palestina, mentre gli altri artigiani del settore sono specializzati in strumenti arabi. «Sono cresciuto in mezzo alla guerra – racconta Shalalda – Costruire i violini mi ha dato la possibilità di sopravvivere e di fare qualcosa per la mia comunità».

Dieci anni fa, proprio nella scuola di musica “Al Kamandjati”, ha conosciuto il liutaio italiano Paolo Sorgentone, che lo ha invitato a studiare a Firenze. «Quando sono arrivato in Italia mi ha sorpreso l’assenza di posti di blocco per le strade e di soldati con le pistole ovunque – ricorda – Con i miei amici avevamo immaginato che tutto il mondo fosse come la Palestina».

A Firenze ha creato il suo primo violino, per poi continuare gli studi nel Regno Unito, alla “Newark school of violin making” e tornare a Ramallah, nel 2012, dove ha aperto una bottega di liuteria nella scuola “Al Kamandjati”. Oggi, i suoi violini sono venduti in tutto il mondo. «È un modo per mostrare che il mio Paese produce artigianato e bellezza. Siamo conosciuti solo per la guerra, ma abbiamo una forte tradizione culturale», puntualizza. Ha partecipato all’ultimo concorso triennale di liuteria “Antonio Stradivari” a Cremona, presentando per la prima volta un violino prodotto in Palestina. Shehada cerca di portare la musica, dove l’unico suono è quello della guerra. Ha riparato strumenti nei campi profughi di Ramallah e a Sabra e Shatila, in Libano, dove vorrebbe continuare con l’amico e liutaio italiano Alberto Dolce. «Le persone che vivono nei campi profughi non hanno acqua potabile ed elettricità̀, non sono autorizzati a lavorare – denuncia – La musica serve a esprimere i loro sentimenti, come un linguaggio universale».

Ora Shehada Shalalda si trova a Gaza, dove è andato per riparare gli strumenti delle poche scuole di musica rimaste in piedi dopo i bombardamenti israeliani. «Le persone hanno perso la speranza, Gaza è come una prigione», sottolinea amaramente. Lo scorso 25 marzo, a Gaza appunto, è stato testimone di un bombardamento. Il fumo e il fuoco delle bombe, racconta, si vedevano dalle finestre della casa dove dormiva, «abbiamo dovuto interrompere il lavoro, ma gli altri giorni è stato bello poter aggiustare gli strumenti nelle scuole».

Appena cento chilometri separano Gaza dalla casa di Shehada, circa un’ora e mezza di macchina. Ma il ritorno a Ramallah sarà molto più lungo. Dopo i bombardamenti le forze di sicurezza israeliane hanno chiuso le frontiere e Shehada non sa quando le riapriranno per permettergli di tornare a casa da sua moglie Buthaina e dai suoi tre figli: Nabil, Juri e Omar. Ma non sembra scoraggiato, anzi. «La musica è un potente strumento di pace, non smetterò di costruire ponti fra culture diverse grazie ai violini».

* A fine maggio scorso, al momento di andare in stampa abbiamo saputo che Shehada Shalalda è finalmente riuscito a tornare a casa dopo che le forze di sicurezza israeliane hanno riaperto i valichi al confine con la Striscia di Gaza. Ha già ripreso il suo lavoro a Ramallah e vuole continuare a portare la musica nei campi per rifugiati.

Articolo tratto dal numero di giugno 2019 di Nuova Ecologia