giovedì 21 Gennaio 2021

Il rumore del mare

un Idrofono, strumento utilizzato per misurare il rumore in mare

Le megattere smettono di cantare quando c’è troppa confusione. Lo ha dimostrato uno studio dell’università giapponese di Hokkaido, che ha ascoltato i suoni sottomarini con due idrofoni al largo dell’isola di Ogasawara, a sud di Tokyo. In questo tranquillo tratto di mare il traffico marittimo è quasi assente e i ricercatori hanno osservato che quando passa l’unico traghetto che serve la zona, una volta al giorno, le balene interrompono il loro canto. Aspettano che il rumore finisca per riprendere le vocalizzazioni circa mezz’ora dopo.

«Conosciamo ancora molto poco dell’ambiente acustico sottomarino – afferma Marta Picciulin, biologa marina, che da circa vent’anni si occupa dello studio del rumore subacqueo e degli effetti dei suoni di origine antropica sulla fauna – Solo di recente la comunità scientifica ha cominciato a comprendere che il rumore può rappresentare un fattore di stress anche negli oceani e influenzare i comportamenti degli organismi acquatici. Vale per i mammiferi marini, a cui ci sentiamo più vicini, ma anche per i pesci e gli invertebrati». Siamo abituati a pensare all’universo sottomarino come un mondo silenzioso, mentre è proprio il contrario. Sott’acqua il suono si propaga circa cinque volte più velocemente che in atmosfera, a causa della diversa densità ed elasticità del mezzo che attraversa, l’acqua o l’aria. Inoltre in mare ricopre distanze molto più grandi: è per questi motivi che il suono viene usato da moltissimi organismi marini per localizzare il cibo, orientarsi, comunicare, riprodursi. Nel caso delle megattere, per esempio, gli studiosi ritengono che il canto serva come rituale di corteggiamento. Le interferenze di origine umana possono quindi rappresentare un rischio per il successo riproduttivo della specie.

Con la Marine strategy approvata nel 2008 l’Unione Europea ha riconosciuto il rumore come possibile fattore inquinante per la sua vasta distribuzione spaziale e temporale, e ha chiesto agli Stati di predisporre entro il 2020 strumenti di monitoraggio e controllo per migliorare  lo stato degli ecosistemi acquatici. Il mondo scientifico, per ora, sta individuando valori soglia di rumore da non oltrepassare, assumendo un principio precauzionale, ma si tratta di proposte e molto rimane da fare sul fronte normativo. Al momento, inoltre, manca un lavoro sistematico di conoscenza del soundscape, cioè dell’ambiente sonoro e della sua biodiversità, fatta di veri e propri cori emessi da tante specie diverse. Quel che è certo è che il rumore sottomarino causato dall’uomo è aumentato notevolmente dal secondo dopoguerra. Si calcola che fra il 1950 e il 2000 sia cresciuto in media di circa 3 decibel ogni dieci anni. In questo stesso periodo, la flotta navale nel mondo è triplicata, con imbarcazioni sempre più grandi. Più ci si avvicina alla costa, più l’inquinamento acustico cresce.

Oltre al passaggio delle navi commerciali, le principali sorgenti sonore subacquee di origine antropica sono date dalle prospezioni sismiche fatte con gli air gun per la ricerca di giacimenti petroliferi. Si tratta di rumori forti e intensi “sparati” nel fondale che penetrano il sedimento marino: a seconda di come il suono viene restituito, si comprende la composizione del terreno. «In questi casi parliamo di suoni impulsivi, quelli più impattanti per intensità, usati anche in ambito militare – riprende Picciulin – Questi suoni possono essere tali da determinare sordità temporanea o permanente nei mammiferi marini esposti, compromettendo la loro capacità di ecolocalizzazione, cioè di orientarsi e spostarsi. In pratica, vengono resi incapaci di navigare e nutrirsi, e questo li condanna a una morte lenta. I grandi spiaggiamenti possono essere legati a eventi di questo tipo, ma è difficile dimostrare scientificamente un nesso diretto, perché ci possono essere anche altri fattori. Ciò che possiamo affermare, però, è che l’effetto negativo esiste ed è rilevante. La correlazione con gli spiaggiamenti è probabile, anche per questo l’uso degli air gun deve essere gestito e monitorato».

Ancora più complicato è dimostrare gli effetti del rumore sulle specie ittiche e sugli invertebrati, che lo percepiscono in modo diverso da noi. Il suono è un’onda longitudinale che comprime e decomprime le particelle del mezzo attraverso cui viaggia. Il nostro orecchio, come quello dei mammiferi marini, sente la variazione di pressione, misurabile con gli idrofoni. I pesci e gli invertebrati, invece, percepiscono il movimento delle particelle generato dal rumore e i sensori con cui si registrano queste variazioni sono molto recenti e ancora poco diffusi.

«Per studiare come reagiscono queste specie al suono si utilizzano spesso parametri indiretti, per esempio la variazione di ormoni rilasciati dall’animale sotto stress. È stato verificato che, se esposti a rumore di barche, gli ormoni aumentano – aggiunge Picciulin – Ci sono poi gli studi comportamentali, che evidenziano variazioni importanti in contesti territoriali, riproduttivi e alimentari a seguito dell’esposizione al rumore, con potenziali ripercussioni sugli individui coinvolti. Gli animali possono provare ciò che accade a noi dopo un concerto di musica ad alto volume, una sordità temporanea: aumenta la soglia di sensibilità e per un certo periodo di tempo i suoni si percepiscono in modo ovattato». È stato dimostrato che anche gli invertebrati usano il rumore per orientarsi: le larve dei pesci nati in mare aperto tornano al livello della costa seguendo il soundscape della barriera corallina, dove trovano l’ambiente adatto per stabilirsi e crescere. Ma se il soundscape naturale viene mascherato dal rumore antropico, come il passaggio di motoscafi, ciò avviene per un numero ridotto di larve.

Il rumore, insomma, è uno dei fattori di disturbo che mettendo sotto stress gli organismi marini ne riduce il benessere. Ciò può portare a un calo dello stock ittico, già in crisi, con conseguenze di perdita della biodiversità e con danni economici, nel caso di specie di interesse commerciale. Anche per questo il frastuono sott’acqua è qualcosa che ci riguarda da vicino.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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