Il racket delle diseguaglianze

Salari e orari di lavoro inaccettabili. E piccoli produttori alla fame. Le distorsioni del mercato agroalimentare abbattono prezzi e concentrano profitti

immagini di lavoratori sfruttati

di Giorgia Ceccarelli *

Budi non si ferma mai. Budi non può fermarsi. Per guadagnare il salario minimo nell’azienda indonesiana in cui lavora deve pulire 950 gamberetti all’ora. «Riesco a fare una breve pausa per mangiare – racconta – ma cerco di non bere l’acqua così da non dover andare in bagno».

Quando si è imbarcato su un peschereccio tailandese, Duong sapeva che il suo datore di lavoro avrebbe pagato la metà dei costi per il suo passaporto. I restanti 250 dollari sarebbero stati detratti a rate dal suo stipendio di poco più di 300 dollari al mese. Durante una battuta di pesca, Duong ha riportato una ferita al piede così grave da non poter più lavorare, ma l’azienda gli ha intimato di versare l’intera quota per riscattare il suo passaporto. «Se non pagherò, non potrò più riaverlo».

In Puglia, Anna lavora ogni anno nel confezionamento dell’uva da tavola. In piedi per più di 10 ore al giorno, taglia, pesa e sigilla migliaia di scatole senza poter mai alzare lo sguardo dai nastri che velocissimi le scorrono sotto gli occhi. «Ci controllano dall’alto per poterci riprendere al minimo errore. Anche per andare in bagno dobbiamo passare i tornelli elettronici col nostro badge, così sanno quanti minuti ci mettiamo».

Budi, Duong e Anna sono tre nomi di fantasia. Una precauzione indispensabile per evitare ritorsioni nei loro confronti. Ma le loro storie sono tutte vere, purtoppo. Sfruttamento lavorativo, economico, abusi, ricatti, violenze. È questa l’impietosa fotografia raccontata nel rapporto di Oxfam “Maturi per il cambiamento” (www.oxfam.it), che documenta le crescenti disuguaglianze e la povertà che si celano dietro i prodotti venduti nei supermercati di tutto il mondo.

Negli ultimi 30 anni, i grandi colossi dell’agroalimentare hanno registrato aumenti costanti di profitto e potere di mercato a discapito, soprattutto, dei piccoli produttori e dei lavoratori che coltivano e trasformano il nostro cibo. Basti pensare che tre multinazionali al mondo (Bayer-Monsanto, Dupont-Dow e Chem-China Syngenta) controllano da sole ormai più del 60% nel mercato globale delle sementi e degli agrofarmaci. Cinquanta, invece, sono le aziende che controllano più della metà del mercato alimentare globale, mentre appena dieci supermercati in tutta Europa gestiscono la metà di tutte le vendite al dettaglio.

Una concentrazione di potere che assicura ai consumatori della parte più ricca del mondo prezzi sempre bassi e un’offerta costante di prodotti in qualsiasi momento dell’anno, ma che per farlo scarica sui produttori, e di conseguenza sui lavoratori agricoli, tutti i costi e i rischi.

Nel 2016 Walmart, la più grande catena di supermercati al mondo, ha generato circa 486 miliardi di dollari di fatturato. Nello stesso anno, le otto più grandi catene di supermercati hanno realizzato vendite per circa 1.000 miliardi di dollari e generato quasi 22 miliardi di profitti. Ma anziché reinvestirli nella filiera, per migliorare le condizioni contrattuali dei loro fornitori hanno liquidato dividendi ai loro azionisti per oltre 15 miliardi di dollari.

Le disuguaglianze generate da questo sistema sono inimmaginabili. In media, i supermercati incassano una quota sul prezzo finale al consumo di quasi il 50%, mentre agli agricoltori e ai lavoratori va meno dell’8%. Con questo divario, un’operaia thailandese dovrebbe lavorare più di 4.000 anni in uno stabilimento di gamberetti per guadagnare lo stipendio annuo di uno degli amministratori delegati di un supermercato statunitense.

Eppure, lo sforzo per colmare queste disparità sarebbe alla portata di tutti. Basterebbe, ad esempio, solo il 10% dei dividendi distribuiti dai tre principali supermercati Usa nel 2016 per garantire un salario dignitoso a 600mila lavoratori nell’industria dei gamberetti in Thailandia. In molti casi sarebbe sufficiente restituire l’1 o il 2% del prezzo al dettaglio – pochi centesimi – per cambiare la vita di donne e uomini che producono il cibo che finisce nelle nostre tavole.

In Italia, la condizione lavorativa e di vita dei braccianti impiegati nella raccolta stagionale di frutta e verdura non è molto diversa da quella dei Paesi del Sud del mondo. Anzi. Oxfam Italia e Terra! onlus, nel rapporto “Sfruttati”, hanno sottolineato soprattutto le condizioni di vulnerabilità che affliggono donne e migranti, spesso reclutati da caporali e costretti a vivere e lavorare in condizioni inumane e degradanti. Secondo gli ultimi dati disponibili forniti dalla Flai-Cgil, nel 2015 erano circa 430mila i lavoratori irregolari in agricoltura e potenziali vittime di caporalato in Italia. Tra questi, 100mila lavoratori vittime di sfruttamento, di cui l’80% stranieri e il 42% donne, che a parità di tipologia di lavoro vengono generalmente sottopagate rispetto agli uomini.

Le diverse forme di sfruttamento, violazione dei diritti e abuso includono orari di lavoro molto lunghi, con persone piegate nei campi tra le 8 e le 12 ore al giorno, esposte a pesticidi, costrette a lavorare con temperature altissime in estate ed estremamente rigide in inverno, per un guadagno netto tra i 15 e i 30 euro al giorno, cifra ben al di sotto del minimo legale di 47 euro. In molti casi si aggiungono anche condizioni abitative e igienico-sanitarie estremamente precarie, all’interno di fabbricati dismessi vicino alle aziende agricole o nei ghetti sorti in zone periferiche lontane chilometri dai campi in cui lavorano. Sulle donne, prevalentemente straniere, si registrano anche casi di violenza fisica e sessuale. «Lavoriamo dalle 6 del mattino alle 6 della sera, tutti i giorni della settimana, per 30 euro al giorno – racconta un bracciante agricolo originario del Mali che lavora nelle campagne pugliesi – e per raggiungere i campi paghiamo 5 euro al giorno di trasporto». Un destino, quello della povertà e dello sfruttamento, condiviso spesso con i piccoli produttori, come emerge dall’analisi della filiera di dodici prodotti comunemente presenti nei supermercati di tutto il pianeta. Per alcuni, come i produttori su piccola scala di tè indiano o di fagiolini verdi del Kenya, ad esempio, il guadagno medio è pari a meno della metà di quanto sarebbe loro necessario per condurre una vita dignitosa. E per le donne produttrici questo divario è ancora maggiore. Un’altra indagine tra i lavoratori e i piccoli agricoltori in cinque paesi con livelli di reddito molto diversi (Italia, Sudafrica, Filippine, Thailandia e Pakistan) ha rivelato un minimo comun denominatore: condizioni di povertà tali da compromettere la possibilità di sfamare adeguatamente sé e la propria famiglia. In Italia il 75% delle lavoratrici nei campi intervistate da Oxfam, afferma di essere sottopagata, dovendo rinunciare a pasti regolari. In Sudafrica oltre il 90% delle lavoratrici delle aziende vitivinicole dichiara di non essere riuscita ad acquistare abbastanza cibo nel mese precedente.. Le opportunità di cambiamento che i grandi gruppi industriali hanno per rendere il sistema alimentare più equo e sostenibile per le persone e il pianeta sono enormi. E noi abbiamo molto più potere di quanto pensiamo per chiedere loro di agire.

* policy advisor Sicurezza alimentare e agricoltura per Oxfam Italia