Il Piano che non salva il clima

Lo scorso 8 gennaio il governo italiano ha inviato a Bruxelles la proposta di Pniec. Le critiche e le proposte di Legambiente

Immagine dei danni causati dal maltempo in Trentino

La proposta di Piano nazionale integrato per l’energia ed il clima (Pniec) che il governo italiano ha inviato l’8 Gennaio a Bruxelles è uno strumento che occorre analizzare davvero con grande attenzione, per il ruolo che avrà nel definire la traiettoria delle politiche in tutti i settori della nostra economia nei prossimi anni. La lotta ai cambiamenti climatici sta cambiando l’agenda delle decisioni e con la nuova governance approvata dall’Europa lo scorso anno è previsto che ogni Paese definisca attraverso piani nazionali obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 al 2030 –  sulla base di una traiettoria di lungo termine in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi – con  politiche trasversali in grado di ridurre la domanda di energia e far crescere il contributo delle fonti rinnovabili e la capacità di assorbimento dei sistemi agroforestali.

Il nuovo quadro di riferimento europeo per le politiche climatiche ed energetiche prevede tre obiettivi al 2030: riduzione delle emissioni di gas-serra di almeno il 40% rispetto al 1990, grazie all’aumento del 32% delle rinnovabili e del 32,5% dell’efficienza energetica. Obiettivi questi, purtroppo, inadeguati per contribuire a stare entro la soglia critica di 1,5°C. Infatti con questi obiettivi, secondo le proiezioni della stessa Commissione, l’Europa è in grado di ridurre le sue emissioni di solo l’80% entro il 2050. Il recente rapporto Ipcc, invece, evidenzia che è indispensabile raggiungere zero emissioni nette entro il 2050 a livello globale, con un maggiore impegno – secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi – da parte dei Paesi che hanno maggiori capacità economiche e responsabilità storiche per l’attuale livello di emissioni climalteranti. L’Europa è senza dubbio tra questi. E soprattutto ha il potenziale economico e tecnologico per impegnarsi a raggiungere zero emissioni nette entro il 2040. Nei prossimi mesi, parallelamente alla redazione dei Piani nazionali, in Europa si dovranno rivedere gli attuali obiettivi al 2030 per dare seguito all’impegno assunto a Katowice – dall’Unione Europea insieme a molti governi tra cui quello italiano con la Coalizione degli Ambiziosi – di aumentare entro il 2020 gli obiettivi di riduzione delle emissioni sottoscritti a Parigi, andando ben oltre il 55% già proposto da diversi governi e dall’Europarlamento.

È dentro questo scenario che va guardata la proposta del governo italiano, a partire dai numeri e poi nelle scelte individuate (leggi, regolamenti, incentivi, ecc.) per realizzare gli obiettivi fissati. Nel complesso il piano italiano si limita solo a rispettare i requisiti minimi previsti dal nuovo sistema europeo di governance, in linea con l’attuale obiettivo climatico del 40% al 2030, senza alcuna ulteriore ambizione. Anzi, per quanto riguarda le rinnovabili si prevede il 30% rispetto all’obiettivo europeo del 32%. Questa scelta ha già sollevato critiche e polemiche, perché appare difficilmente comprensibile la scelta di un obiettivo “minimo” con la tesi che si adeguerà più avanti il target. Il mondo ha infatti bisogno di accelerare negli interventi per riuscire a fermare la curva delle emissioni di gas serra entro 1,5 gradi e scongiurare i drammatici impatti che l’Ipcc ha con chiarezza delineato nel suo report presentato lo scorso autunno. Non solo, l’Italia avrebbe tutto da guadagnare dal porsi come capofila in questa spinta aiutando così il suo sistema di imprese a risparmiare nei costi energetici e ad autoprodursi l’energia di cui hanno bisogno. Anche da un punto di vista politico questa scelta al ribasso appare difficile da comprendere alla luce degli annunci da parte dei 5Stelle nella campagna elettorale e di quanto prevede lo stesso contratto del governo del cambiamento, che aveva l’obiettivo di fare meglio della Sen proposta dal ministro Calenda nella scorsa legislatura.

Il secondo tema da approfondire della proposta riguarda la traiettoria del cambiamento proposta per i diversi settori, perché davvero il Pniec è uno strumento senza precedenti nel nostro Paese, le cui misure incideranno profondamente nei diversi settori e che quindi ha bisogno di essere conosciuto e di costruire consenso intorno alle scelte previste. Su questa prima versione del piano non vi è stato alcun confronto, che invece dovrà aprirsi ora e a partire dalle osservazioni che arriveranno nei prossimi mesi da Bruxelles e arrivare a dicembre 2019 ad approvare la versione finale. Sugli obiettivi e le misure previste nei diversi settori sono diverse le critiche sollevate in questi giorni, che in particolare hanno sottolineato la vaghezza e la scarsa efficacia di alcuni dei provvedimenti previsti per i settori, che non risultano in grado di realizzare quel salto di scala necessario per raggiungere i target, con il rischio che sia il gas a coprire il contributo oggi garantito dalle centrali a carbone che dovranno chiudere entro il 2025. Un esempio è l’edilizia, dove appare assai difficile che con quanto previsto si avvii un ambizioso processo di rigenerazione energetica del patrimonio edilizio, con riduzione drastica dei consumi, a partire dai condomini come proposto da Legambiente con la Campagna Civico 5.0. Allo stesso modo nei trasporti, dove per realizzare una rilevante riduzione dei consumi di benzina e gasolio occorre offrire un’alternativa efficiente a milioni di pendolari, investire nelle città e nel trasporto pubblico cambiando le priorità infrastrutturali, per arrivare a ripensare la fiscalità per ridurre il parco circolante e spostarlo verso l’elettrico. Questi obiettivi sono presenti nel piano, ma con le misure previste ad oggi dal governo appaiono del tutto fuori portata. Stessa cosa per la riduzione dei consumi nell’industria, dove davvero ora occorrerà aprire un confronto con il sistema delle imprese per far comprendere la portata del cambiamento che la direttiva sulle rinnovabili approvata lo scorso anno. Gli articoli 21 e 22 del testo cancellano infatti divieti anacronistici ancora presenti nel nostro Paese, stabilendo diritti per chi si autoproduce l’energia che consuma (i cosiddetti prosumer, ossia i produttori/consumatori) e regole che devono essere rispettate nei Paesi membri per non discriminarli. Inoltre, sono introdotte le “renewable energy communities”, ossia il diritto di costituire soggetti capaci di generare, consumare, stoccare e vendere energia prodotta da fonti rinnovabili. Nel nostro Paese questa prospettiva può consentire nei distretti produttivi come nei quartieri e nei condomini straordinarie innovazioni e ci aspettiamo già nel 2019 delle decisioni chiare da parte del governo, perché queste scelte sono a costo zero, urgenti e capaci di grande utilità e non possono essere rinviate. Legambiente nei prossimi mesi organizzerà workshop, seminari e incontri coinvolgendo tutti gli attori indispensabili in questa transizione – dalle imprese ai Comuni, dal mondo del lavoro alle associazioni sindacali al mondo della ricerca –  con l’obiettivo di discutere gli interventi e ragionare dei costi, della capacità di garantire sicurezza del sistema e lavoro nei territori. Vogliamo infatti aprire un confronto ampio e arrivare a costruire consenso intorno a idee e proposte che entreranno nella nostra proposta di Piano clima ed energia che presenteremo a novembre nell’ambito del Forum Qualenergia. Un contributo che ha l’obiettivo di far capire come oggi vi siano tutte le condizioni per raggiungere anche nel nostro Paese zero emissioni nette entro il 2040 e contribuire a  fermare la crescita della temperatura del Pianeta entro 1,5 gradi. Il 2019 sarà un anno di grande impegno su sfide che incrociano i problemi del Paese e le scelte necessarie ad un rilancio che oggi come non mai passa per la chiave ambientale e della lotta ai cambiamenti climatici. Il ruolo che il nostro Paese e l’Unione Europea decideranno di assumere sarà fondamentale per far capire come sia davvero possibile produrre distribuire benefici e competenze, aprire nuove opportunità da noi come negli altri Paesi del mondo.