martedì 11 Maggio 2021

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Il global warming è una cospirazione ordita dai rettiliani. Ecco le prove

Trump

No, niente rettiliani. Ancora una volta ci siamo fatti affascinare dal titolo, ovviamente finto. Come tante fake news, parte tutto da lì. La lista di titoli-truffa (e conseguenti articoli) è pressoché infinita. Da “Rifiuti abbandonati ovunque da chi protesta per il clima” alla campagna dei “500 scienziati per fermare la bufala del cambiamento climatico”; dai titoli violenti de Il Giornale – “I Gretini vogliono metterci il bavaglio” – agli annunci-proclama “Non c’è nessuna emergenza climatica” da parte di scienziati disposti a tutto pur di avere qualche finanziamento in più o di presidenti ignoranti e bigotti. Basta un titolo così per indignare, creando una falsa verità. Le fake news, le finte viral news, la propaganda anti ambientalista distribuita su social media, blog e testate digitali, inclusi alcuni gravissimi episodi in televisione (vedi il climanegazionista Franco Battaglia ospite di Lilli Gruber il 28 settembre su La 7), in Italia continuano ad avere diffusione, rilanciate da un’ondata generale di false notizie. Negli ultimi dodici mesi siamo tornati a confrontarci con il climanegazionismo, sobillato dall’ondata restauratrice anti Greta, figlia di un odio gerontologico, sovranista e soprattutto patriarcale verso la ragazza svedese e il movimento Fridays for future. Un fenomeno non prettamente nostrano: dall’Europa agli Stati Uniti assistiamo a una recrudescenza di false notizie per delegittimare attivisti e scienziati legati alla lotta al cambiamento climatico.

Erik il Rosso, gli “esperti” e i vestiti di Ötzi
In alcuni casi le notizie hanno raggiunto i livelli dell’assurdo. Nel 2016 il presidente degli Usa Trump, appena eletto, dichiarò che il cambiamento climatico era una truffa ordita dai cinesi per imporre un declino nei consumi dell’Occidente (il viceministro degli Esteri Liu Zhenmin ricordò che Ipcc e Unfcc vennero sostenute inizialmente dalle amministrazioni repubblicane di Reagan e Bush). «Una falsa notizia ricorrente è quella di come la Groenlandia, mille anni fa, ai tempi della colonizzazione vichinga, fosse una terra libera da ghiacci. Questo perché il nome dato dai vichinghi, Grönland, significa terra verde», spiega Stefano Caserini, autore del libro A qualcuno piace caldo. La tesi negazionista è questa: poiché il vichingo Erik il Rosso ha dato quel nome a un’isola oggi coperta dai ghiacci per l’84% della sua superficie, allora faceva molto più caldo di adesso e quindi non dovremmo preoccuparci del problema del riscaldamento globale. «Ma ci sono anche tesi più assurde, come quella dei giornalisti Antonio Gaspari e Riccardo Cascioli, autori di Che tempo farà. Falsi allarmismi e menzogne sul clima, che sostengono l’inesistenza del cambiamento climatico perché l’uomo del Similaun era vestito “leggero” e quindi abitante in un’epoca più calda di oggi», continua Caserini. Dimenticando che se il clima sulle cime delle Alpi Venoste fosse stato davvero caldo, Ötzi si sarebbe decomposto. Oltre all’immortale tema dell’irradiazione solare (se fa più caldo è per la maggiore attività solare), persevera ovunque il tema degli scienziati non allineati, come il recente “Manifesto dei 500”. Che poi così esperti non erano. «Facendo un’analisi dei 91 scienziati italiani che hanno firmato l’appello (gli altri erano esperti con vari titoli, nda), il 30% non aveva pubblicato un articolo scientifico negli ultimi dieci anni, meno di cinque quelli che avevano pubblicato un articolo su questioni climatiche», rivela Caserini, raccontando una recente indagine del blog di discussione sul tema dei cambiamenti climatici Climalteranti.it. Infine, non tutti giovincelli: l’età media del gruppo? 69 anni.
Nonostante il recente ritorno di fiamma, il volume delle fake news climanegazioniste è diminuito e il dibattito sul clima è decisamente migliorato. Per Caserini non ci sono dubbi. «Quando nel 2008 ho scritto A qualcuno piace caldo, un articolo su due del Corriere della Sera e due articoli su tre sul Sole24Ore mettevano in dubbio il cambiamento climatico. Oggi resiste una stampa reazionaria, come Il Giornale, qualche giornalista inesperto e una camera dell’eco sul tema che trova molto spazio sui social». C’è molto da fare. In primis tanti giornalisti non hanno alcuna competenza sul tema, mentre direttori e capo servizio sono assolutamente incapaci a gestire i temi ambientali con competenza, cercando di raffazzonare articoli e reportage assegnandoli a giornalisti inesperti.

Mercanti del dubbio
Chiunque nel 2009 si fosse trovato a Washington (chi scrive era inviato negli Stati Uniti, nda) avrebbe avuto la sensazione che i climanegazionisti avevano le ore contate con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca. Non è stato così. «Le cose in alcuni casi sono ulteriormente peggiorate», spiega a Nuova Ecologia Naomi Oreskes, autrice di Mercanti del dubbio (Edizioni Ambiente), il più importante libro sul climanegazionismo mai pubblicato. «Non si è mai ritenuto che il ruolo dei negazionisti fosse la chiave dell’inazione per fermare le emissioni climalteranti. Ebbene, dieci anni dopo stiamo vedendo come questo discorso abbia resistito e costruito basi solide, portando al governo un presidente negazionista, circondato da un entourage che nega apertamente la scienza e che sta spingendo gli Stati Uniti fuori dall’Accordo di Parigi». Per molti anni la leadership del Partito repubblicano è stata scettica sul climate change, ma è solo con Donald Trump che lo scetticismo e il dubbio hanno raggiunto un livello tale da portare una parte della popolazione a credere che tutta la questione climatica sia davvero “una bufala ordita dai cinesi” o, peggio, un falso ordito dalla lobby delle rinnovabili. A livello internazionale le fake news sul clima sono diventate un elemento della guerriglia mediatica giocata dalle centrali dell’informazione dei gruppi alt-right, nazional-populisti come la Lega di Salvini e Fidesz di Orban. Tutti puntano il dito contro profili fake e campagne social. «Il problema non è il medium, ma che si diffonde una cultura del sospetto, del dubbio verso la scienza, che esula dalla normale critica e confutazione», conclude Naomi Oreskes. Quello che serve sul serio oggi è un’alfabetizzazione sui media, sulla scienza e la geografia. Soltanto così si potrà curare questa emorragia culturale, arginando la marea nera delle fake news.

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