Il fascino della scienza per Gaelin Rosenwalks

Per la biologa e fotografa marina più le ricerche sono belle, maggiore è il loro impatto. E chi non ha mezzi per comprendere, grazie a una foto potrà farsi un’idea

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Foto di Gaelin Rosenwaks

Immagina di essere a bordo di una nave rompighiaccio e dover raccontare una spedizione scientifica in Artico. Distese infinite di bianco, freddo che gela i capelli in un istante, trenta persone che per tre mesi condivideranno tutto, ogni istante delle loro giornate. E poi… solo foche, pinguini e orsi». Questo è stato uno dei momenti in cui Gaelin Rosenwaks, 32 anni, biologa e fotografa marina, ha sentito il bisogno di raccontare, facendocele vedere, le sue ricerche. «Dai tempi dell’università ho sempre fotografato i miei progetti – racconta – Spesso colleghi e professori usavano le mie immagini per le presentazioni. Così ho capito che più rendevo belle le mie ricerche, maggiore era il mio impatto sul pubblico. L’immagine ha un potere ipnotico per tutti». Oltre la narrazione scientifica, che per Rosenwaks è su «ricerche dagli argomenti fighissimi che aprono domande sconvolgenti», ci sono le persone, i ricercatori che quelle ricerche le conducono. Sono le storie di chi si espone a rischi, ad ambienti ostili e a sforzi fisici per dare risposte che potrebbero cambiare la quotidianità di tutti. «E tutto questo merita di essere ritratto con bellezza», commenta con l’orgoglio di chi quelle fatiche le ha sostenute tutte.
«Vorrei mettere le persone nella condizione di essere consapevoli di ciò che le circonda, di figurarsi il mondo che c’è dietro al pesce che stanno mangiando», risponde così quando le chiediamo a cosa pensa quando fotografa. E ancora: «Vorrei sapessero che la perdita dei ghiacciai non è come vedere la neve sciogliersi al sole ma qualcosa di titanico. Sono immagini che creano un grande scenario del mondo. Raccontare queste realtà mi dà la speranza che, prima o poi, avremo gli strumenti per fare scelte informate essendo consci delle conseguenze». Così Gaelin Rosenwaks scatta pensando a quelle persone che sono all’oscuro perché non hanno gli strumenti per comprendere, ma che grazie a una foto potranno averne un’idea. E scatta anche per chi non è interessato e magari guardando quelle immagini penserà “ehi, anche nei lavori degli scienziati c’è bellezza”. Ebbe questa riflessione quando stava fotografando il tonno pinne blu. Era in mezzo all’Oceano Pacifico. E tutto le sembrava divertente, colorato e vitale.
Nel suo ultimo docufilm, Corallo: barlumi di speranza, Rosenwaks ha portato gli spettatori con sé, facendoli “immergere” fra i coralli e gli arcobaleni composti dai branchi di pesci delle paradisiache e selvagge Rock islands. Ci ha poi raccontato come l’alga Symbiodinum Trenchii aiuti i coralli a sopravvivere al riscaldamento globale. La ricerca ha visto due gruppi di coralli, uno costiero abituato a un clima caldo e acido, l’altro al largo, dove le temperature sono più rigide. Sono stati rispettivamente trapiantati nelle zone opposte per studiarne le reazione. «Il risultato è stato sbalorditivo: il corallo spostato nella zona più calda si è adattato più facilmente, malgrado temperature maggiori provochino lo “sbiancamento” e poi la morte dell’animale». Questo si è verificato proprio grazie al rapporto simbiotico del corallo con l’alga Trenchii, che gli ha fornito il nutrimento. «Addolcisco la scienza con le immagini – dice sorridendo dopo averci raccontato la ricerca – Pensi alla gigantografia di uno strumento per la campionatura che viene lanciato da una nave in mezzo a onde semi solide di ghiaccio, appesa in una galleria o in un museo. Qualcuno guardandola si chiederà che cos’è, qualcun altro perché è riconosciuto come arte, è quello l’entry point che fa riflettere».
Raccogliere un pubblico differente è stato l’intento della raccolta “Portrait of precious resource”, dove Gaelin Rosenwaks ha raccontato il progressivo spopolamento dei mari attraverso i banchi dei mercati asiatici. «Ho fotografato mercati in giro per il mondo, per mostrare come differenti culture interagiscono con il pescato». Concentrandosi sul pesce come cibo e come decorazione da acquario, la fotografa marina ha raccontato come viene catturato e conservato, per evidenziarne l’impatto sull’ecosistema marino e il valore nelle diverse culture. «Alcune specie fanno parte delle tradizioni culinarie e a causa della loro progressiva estinzione hanno acquistato così tanto valore da essere venduti come gioielli – spiega – A gennaio in Giappone, il maggior acquirente di tonno pinne blu usato per il sashimi, ne è stato venduto uno per 3 milioni dollari. La cucina nipponica, poi, ha una forte connotazione spirituale, riconducibile all’influenza della dottrina Zen, e questo trasmette ancora più riconoscimento al cibo, dando rilevanza alle vite che compongo quel piatto».
Gaelin Rosenwaks ama il pesce e pescare. Per lei “protezione” significa un rapporto bilanciato fra il mantenimento della sua presenza in mare e la possibilità di continuare a pescarlo. «Dovremmo ripensare i modelli di consumo rispettando le culture che ci interagisco e certamente anche i pescatori», dice. Rosenwaks ha partecipato al programma sulla pesca “Fish warriors” di National Geographic e sa che ci sono forti interessi nel settore da dover far collimare per proteggere efficacemente il mare. «Ci sono economie locali che si sostengono solo con la pesca e c’è anche il diritto a consumare il pesce… quando fotografo un filetto esposto su un piedistallo spero di inspirare le persone a cambiare anche il modo di dialogare – chiosa – Spero che la conservazione dell’ambiente non si riduca a un’imposizione forzata di modelli dominanti che precludano l’accesso alla risorsa solo a quelle minoranze che spesso non hanno alternative per sostenersi».