Il cambio di rotta di “Amaranto”

Realizzato con un crowdfunding, il documentario “Amaranto” racconta storie di altre umanità possibili. Dall’ostetrica Verena Schmid al maestro elementare Franco Lorenzoni

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Il pianeta, il nostro pianeta è letteralmente allo sfascio”. Inizia con le parole di Serge Latouche, economista e filosofo, il documentario Amaranto firmato da Emanuela Moroni e Manuela Cannone, un piccolo e originale lavoro realizzato grazie al crowdfunding e al contributo di 155 sostenitori. Non è però una pellicola votata alla ricerca e alla denuncia del degrado ambientale nelle sue diverse forme e localizzazioni geografiche. Anzi, da questa considerazione di partenza il lavoro delle due registe prende lo spunto per dare il via a un viaggio interiore alla ricerca di risposte e soluzioni in positivo che ciascuno di noi può offrire.
Le persone che appaiono sullo schermo non sono solo quelle “informate sui fatti”, gli esperti, come ad esempio Helena Norbert-Hodge, premio Nobel alternativo, o il poeta Franco Arminio, ma chi rappresenta in prima persona un esempio di come le nostre scelte siano il contributo più importante per un miglioramento dello stato di salute del pianeta. «In un’epoca segnata da gravi crisi ambientali e sociali – spiega Manuela Cannone – abbiamo scelto di rivolgere lo sguardo verso chi sta cercando di costruire e immaginare un mondo diverso, un mondo in cui a ogni essere umano è riconosciuto il suo valore, dove è dato spazio alla comunità ed è ristabilita la profonda connessione che ci lega al pianeta Terra».  
Amaranto offre così un piccolo caleidoscopio di testimonianze, per lo più al femminile, di come si possa cambiare rotta in ogni fase della vita e fare scelte non convenzionali, più vicine ai reali bisogni dell’essere umano e meno impattanti per il nostro pianeta.
La ricerca di un modello “altro”, incastonato dall’idea di bene comune, si snoda per le due registe in una narrazione in cinque tappe: nascere, conoscere, abitare, viaggiare e infine rinascere, conquistano quindi un nuovo significato attraverso il vissuto di chi, rifiutando di farsi guidare dall’alto da “esperti ciechi”, sceglie un nuovo paradigma di vita.
A dare sostanza al documentario sono i volti e le parole dei cinque protagonisti, a cui, come in un libro per immagini, vengono dedicati i capitoli del racconto: Verena Schmid, ostetrica promotrice del parto naturale e dell’empowerment delle donne; Franco Lorenzoni, maestro di scuola elementare e fondatore della Casa-laboratorio Cenci di Amelia; Etain Addey, contadina, scrittrice ed esponente del bioregionalismo; Alida Nepa, referente del cohousing San Giorgio di Ferrara e Saviana Parodi, biologa, docente e progettista in Permacultura. Amaranto, vincitore del premio del pubblico al “Riff”, Rome independent film festival, parte da un punto di vista partigiano, onesto e senza ambiguità, con un invito a dare nuovo contenuto alle nostre azioni. Un documentario che non consente alla spettatore di poter semplicemente restare a guardare. l