Il cambiamento climatico visto dal Golfo di Trieste

DAL MENSILE Due ricercatori dell’Istituto di scienze marine del Cnr hanno messo insieme le misurazioni della temperatura raccolte nella baia dal 1899 a oggi. Si tratta di una delle più lunghe serie temporali del Mediterraneo. E per questo preziosa

Mar Di Trieste più caldo

E’ cruciale, nello studio del clima, disporre di lunghe serie di dati scientifici omogenei e confrontabili. Lo è tanto più per il mare, dato che gli oceani ricoprono la gran parte della superficie del nostro pianeta. Ecco perché, riordinando i materiali per il trasloco della sede dell’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), due ricercatori – Renato R. Colucci e Fabio Raicich – hanno pensato di mettere insieme le misurazioni della temperatura raccolte nel golfo di Trieste dalla fine dell’Ottocento a oggi.
Dall’analisi emerge che, in 117 anni, la temperatura superficiale di questa porzione dell’Adriatico, a una profondità di circa due metri, è aumentata di oltre 1 °C. All’inizio del Novecento la media annua, infatti, era attorno ai 15 °C, ora ha superato i 16. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Earth System Science Data e i dati sono liberamente consultabili, a disposizione per la comunità scientifica ma anche per cittadini, istituzioni e politici. Si tratta della ricostruzione di una serie temporale fra le più lunghe del Mediterraneo, basata sulle osservazioni effettuate nel porto di Trieste dal luglio 1899 al dicembre 2015. Per quanto riguarda il mare, anche in aree costiere, è molto raro che la raccolta dei dati vada oltre alcune decadi. Sta qui la specificità della lunga storia scientifica di Trieste, cominciata quando la città giuliana, ai tempi dell’Impero asburgico, era il porto di Vienna. Non a caso, il primo strumento utilizzato fu un Pinsel-Thermometer, che letteralmente significa “termometro a spazzola”, prodotto proprio a Vienna. Lo strumento veniva posizionato manualmente a una certa profondità e tenuto in quella posizione per il tempo necessario al raggiungimento dell’equilibrio termico. Il bulbo era avvolto in una specie di spazzola – da cui il nome dello strumento. Questo serviva ad assorbire acqua e a mantenere il bulbo isolato dall’ambiente esterno da quando veniva estratto dal mare fino alla lettura della temperatura.
Queste rilevazioni fanno parte della prima serie di misure, costituita da dati analogici ottenuti con termometri, una o due volte al giorno, nel periodo fra il 1899 e il 1923. Ci fu poi un’interruzione e le misurazioni ripresero nel 1934, per terminare nel 2008. La seconda serie raccoglie invece dati digitali rilevati con termistori, strumenti utilizzati come sensori termici, su base oraria, nel periodo 1986-2015. La descrizione dei siti e degli strumenti di osservazione è stata possibile grazie ai documenti storici presenti negli archivi del Cnr-Ismar. 
«Il nostro lavoro è consistito non solo nella raccolta dei dati, ma soprattutto nella loro analisi, per renderli il più possibile omogenei e confrontabili, anche se sono stati raccolti con tecniche e strumentazioni diverse – spiega Fabio Raicich – Le misurazioni sono state effettuate vicino alla costa e, dunque, risentono di dinamiche naturali e antropiche locali, ma la lunghezza della serie temporale ci permette di affermare che i dati sono indicatori del cambiamento climatico nel Mediterraneo settentrionale. A confermarlo è il fatto che negli ultimi vent’anni il raggiungimento o il superamento dei 28 °C è diventato sempre più frequente d’estate».

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