giovedì 16 Settembre 2021

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Il cacciatore di suoni

David Monacchi, il protagonista di "Dusk chorus"

 

 

 

 

 

 

 

 

Le prime immagini potrebbero ingannarti. Vedi nella foresta, nel buio più profondo della notte, appena illuminata da una torcia, la sagoma di un uomo solo, in piedi, fronteggiare un’immane distesa di alberi e scrutare concentrato qualcosa che non si riesce a distinguere. Potrebbe sembrare un cacciatore e in effetti è lì per catturare qualcosa: il suono della foresta pluviale e le sue armi sono un computer e dei microfoni particolarmente sofisticati. Inizia così “Dusk chorus”, il vincitore della sezione documentari italiani alla ventesima edizione del “Cinemambiente” di Torino, il principale festival di ecocinema italiano e che sta diventando, sempre più, uno dei principali appuntamenti a livello internazionale. A convincere la giuria è stata l’originalità del film, che regala allo spettatore un’esperienza nuova, come nuovo è il “punto di vista”.

“Dusk chorus” rappresenta un raro esempio di come l’ambiente possa essere raccontato anche attraverso i suoni. Girato in Ecuador nel 2016, nel cuore della foresta amazzonica, da una coppia di giovani registi Nika Šaravanja e Alessandro d’Emilia, “Dusk Chorus” è un viaggio sonoro unico, in cui viene registrato in 3D, per la prima volta, il patrimonio acustico di un ecosistema millenario. Il film prende le mosse dal progetto multidisciplinare Fragments of extinction del ricercatore e compositore eco-acustico David Monacchi, l’uomo solo che abbiamo visto fronteggiare la foresta nella notte, che dal 2001 registra i suoni dei più antichi e intatti ecosistemi, principalmente localizzati nelle foreste equatoriali primarie. Il progetto ha portato Monacchi, zaino in spalla e con le sue apparecchiature, in campagne di registrazioni sul campo in tre diversi continenti, nel corso delle quali ha raccolto e analizzato dati sui diversi ecosistemi sonori, realizzato studi e composizioni musicali elettroacustiche.

“Dusk chorus” è quindi il primo documentario a raccontare gli ecosuoni di un’area chiave dell’Amazzonia: il parco naturale dello Yasuni, dove secondo recenti studi è custodita la più alta biodiversità del pianeta.

«Il primo nodo che abbiamo dovuto affrontare – confida Nika Šaravanja – è stato quello di avvicinarci al progetto avendo chiaro in mente che non volevamo realizzare un’opera che fosse solamente la descrizione del lavoro di David. Abbiamo cercato di raccontare attraverso le immagini i suoni di un luogo unico. Il nostro obiettivo era anche di restituirne la bellezza». Il risultato finale è quello di un’esperienza sensoriale, immersiva negli spazi e nei suoni. Poesia e scienza allo stesso tempo.

Un viaggio non privo di difficoltà, come racconta Alessandro d’Emilia, che del documentario è stato anche direttore della fotografia: «Devo confessare che il rapporto con la foresta non è stato facile. Sono passato da un iniziale senso di sicurezza a uno stato di tensione crescente perché mi rendevo conto che eravamo dentro un mondo di cui sentivo i suoni, il respiro, ma che non ero in grado di vedere e capire. Devo riconoscere che vedere la calma di David, che aveva già maturato una grande esperienza in habitat simili, ci ha aiutati non poco».

La piccola squadra, solo tre persone, ha allestito set in luoghi impervi restando a lungo immobili, in piedi e in silenzio per non alterare l’ecosistema acustico e con l’estremo obiettivo di realizzare una registrazione continua per 24 ore e oltre, priva di qualsiasi suono prodotto dall’uomo. Un’impresa non facile da realizzare quando sei assalito da zanzare o quando ti vedi passare vicino dei serpenti o ragni dall’aspetto poco rassicurante. «I suoni che si sentono nel documentario sono stati tutti registrati originariamente, è un surround nativo e nulla è stato montato in post produzione – tiene a precisare David Monacchi – L’obiettivo del progetto “Fragments of extinction” è quello di registrare l’impronta sonora di un ecosistema a rischio e anche di sottolineare come stiamo attraversando una fase di estinzione di massa che non sembra interessare nessuno».

Una delle maggiori preoccupazioni per Monacchi nasce anche dalla constatazione che sono rimasti ben pochi habitat indisturbati. E questa considerazione conferisce al lavoro di raccolta dei suoni anche un valore storico documentale, un vero archivio digitale. David è l’unico al mondo che può affermare di aver raccolto gli habitat acustici dell’Amazzonia, dell’Africa, dell’Equatore e del Borneo.

«Il film racconta di un viaggio – riconosce Monacchi – importante e di grande valore perché abbiamo potuto lavorare con microfoni a definizione più elevata che in passato, grazie a tecnologie tridimensionali mai utilizzate in zone cosi remote». E questo ha portato alla scoperta di straordinari “frammenti in via di estinzione”, ma anche di come l’uomo stia contribuendo a distruggere con la sua attività gli ultimi ambienti primordiali. Le attività delle compagnie petroliere, purtroppo fortemente presenti nello Yasuni, provocano, tra gli altri disastri, un continuo rombo che disorienta gli animali e li fa fuggire dal proprio habitat. I cambiamenti climatici, con inaspettati lunghi periodi di siccità, provocano uno stress idrico per le piante e costituiscono nuove minacce per l’ecosistema acustico amazzonico, fino a causare degli inspiegabili silenzi del coro naturale. La sinfonia dell’Amazzonia, unica e irripetibile, con le tante specie in via di estinzione, rischia di perdere molti dei suoi orchestrali; l’armonia dei linguaggi sonori delle specie, organizzata in precise nicchie acustiche, spezzata. «Quindici anni fa – constata amaramente Monacchi – l’ambiente acustico di queste foreste era completamente diverso. Ricordo distintamente una maggiore ricchezza di suoni, una diversa complessità ma anche maggiore equilibrio».

Marino Midena
Studioso di tematiche giuridiche agraristiche-ambientali. come giornalista collabora con diverse testate. lavora in uffici stampa e ha condotto trasmissioni radio e tv. Ha insegnato “Diritto e legislazione dello spettacolo” presso il Conservatorio di Musica “V. Bellini” di Palermo ed è il direttore artistico del Green Movie Film Fest.

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