Il Burkina Faso riparte dalle donne

In 25 anni il Paese africano, fra i più poveri al mondo, è passato da 9 a 19 milioni di persone. Un mosaico di etnie che il terrorismo jihadista rischia di frantumare. L’impegno di Tamat

Burkina Faso
Foto di Nadia Zangarelli

di GIORGIO VICARIO*

Stringe il cuore scrivere del Burkina Faso nel periodo in cui si moltiplicano gli attacchi alle popolazioni dei villaggi da parte di gruppi armati che fanno riferimento alla composita galassia jihadista. Dal 2015 a oggi hanno fatto oltre quattrocento morti, soprattutto nelle zone confinanti con il Mali (a nord) e con il Niger (a est). Ma uno sguardo attento può ancora cogliere i segnali di pacifica vitalità che hanno contrassegnato la vita di uno dei Paesi più poveri del mondo. In venticinque anni il Burkina Faso ha più che raddoppiato la sua popolazione, passando da 9 a 19 milioni di persone. Un mosaico di etnie e lingue che sono riuscite a stare insieme nonostante la scarsità di risorse, o forse proprio per questo. Un Paese che ha trovato una sua identità grazie alle intuizioni di Thomas Sankara (nel 1983 divenne il primo presidente del Burkina Faso, impegnandosi per eliminare la povertà attraverso il taglio degli sprechi statali e la soppressione dei privilegi delle classi agiate, ndr) per la salute, l’istruzione, l’alimentazione e la protezione ambientale. Basti solo pensare che, primi in Africa, coltivano il cotone solo con metodi agroecologici.

Tamat
Foto di Nadia Zangarelli

In un quadro che rischia di disintegrarsi in modo drammatico, le ong italiane impegnate in quel contesto non stanno preparando la ritirata ma proseguono nella gestione di progetti che puntano, innanzitutto, all’autosufficienza alimentare da conquistare grazie al coinvolgimento delle donne. È questa almeno l’idea che guida l’azione di Tamat, ong italiana con sede a Perugia attiva da oltre vent’anni in Burkina Faso e che con le sue azioni ha realizzato, fra le altre cose, campagne di microcredito, progetti agricoli per avvicinare produttori e consumatori, orticoltura bio, due centri polifunzionali, entrambi con una banca di cereali, un ristorante pedagogico comunitario che offre piatti tipici della cucina burkinabé. Azioni che vengono svolte sia nelle zone periferiche di Oagadougou che in vari comuni nei dintorni della capitale. Tutto questo lavoro può essere sintetizzato in una sigla: Rasa, acronimo di Reti d’acquisto e sicurezza alimentare, un progetto attivato con il sostegno economico dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Il microcredito, partito con sessanta donne del quartiere Cissin (oggi le beneficiarie sono circa duecento) che hanno ricevuto somme variabili fra i 50 e i 200 euro, ha consentito loro di iniziare attività di orticoltura e agricoltura biologica. In questo modo sono rientrate a pieno titolo nella vita di quartiere, riuscendo ad affrancarsi dalla subordinazione familiare. Un progetto che ha beneficiato anche del sostegno economico della Chiesa Valdese. I beneficiari coinvolti hanno ricevuto quote di microcredito per acquistare gli strumenti   necessari alle attività orticole (semi e sistemi di irrigazione), poi sviluppate con criteri agroecologici. I risultati sono stati incoraggianti: autosufficienza, qualità dei prodotti, abbattimento delle spese per erbicidi e concimi chimici. Per le comunità che hanno adottato questi metodi l’orizzonte è cambiato completamente e oggi riescono a trarre un reddito dignitoso dagli ortaggi coltivati. Alla attività nei campi, grazie alla collaborazione fra l’ong burkinabé Iccv e Tamat, si è aggiunta l’apertura del centro multifunzionale di Cissin, “La Maison de la femme”, uno spazio dove le donne del quartiere collocato nella parte meridionale di Ouagadougou possono usufruire di vari servizi: magazzino delle sementi acquistate in periodi di quotazioni favorevoli e rivendute senza aumenti alle coltivatrici degli orti; spaccio alimentare a prezzi calmierati; sala incontri e spazio per la formazione professionale; ambulatorio di medicina generale e primo soccorso. Ma a far fare il salto di qualità all’intero intervento nel quartiere Cissin è stato il ristorante pedagogico comunitario “La Jardinière”. Inaugurato nel 2016, è la concretizzazione dei valori fondanti l’autosufficienza alimentare: cucinando e somministrando la produzione di ortaggi, legumi e cereali coltivati dalle donne beneficiarie del microcredito, è la perfetta chiusura del cerchio.

Burkina Faso
Foto di Nadia Zangarelli

I prezzi sono accessibili a tutte le categorie sociali, a “La Jardinière” si tengono inoltre corsi di educazione alimentare, con particolare attenzione alla nutrizione infantile, e si preparano i pasti per le mense scolastiche delle due scuole del quartiere. Insomma, un presidio e un progetto pilota dove si pratica un’alimentazione sana tutti i giorni dell’anno e dove si è concretizzato il legame fra produttore e consumatore, la cosiddetta “agricoltura contrattuale”.

L’ultimo tassello riguarda la “diaspora che fa impresa”. Il progetto prevede infatti il rientro e l’inserimento lavorativo di almeno cinque migranti della diaspora burkinabé d’Italia nel loro Paese d’origine. Dopo una prima fase di sensibilizzazione dei potenziali candidati, iniziata a febbraio 2018 e portata avanti dall’associazione Ital Watinoma insieme a Bambini nel deserto onlus, attraverso incontri focalizzati sul tema del rientro volontario assistito, gli esperti dell’associazione Psicologi per i popoli nel mondo, in coordinamento con Tamat, si sono occupati della selezione delle candidature pervenute attraverso una valutazione della documentazione e colloqui conoscitivi. Tra i burkinabé selezionati, uno è stato inserito nel ristorante pedagogico comunitario, gli altri hanno scelto di portare avanti proprie attività di microimporesa: due in ambito avicolo, una nell’allevamento di suini e l’altra di tipo commerciale.

* portavoce di Tamat