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Idroelettrico: ora un confronto trasparente con obiettivi chiari per tutelare i corsi d’acqua

Mini idroelettrico

C’è una crescente attenzione nei confronti dell’idroelettrico dovuta alla gestione di una risorsa, come l’acqua, sempre più delicata in una prospettiva di cambiamenti climatici. Lo confermano i dati di produzione da impianti idroelettrici, che nel 2018 stanno vedendo un aumento, per le maggiori piogge dell’ultimo inverno, ma dopo anni di calo costante. Questo andamento discontinuo, con alternanza di periodi di siccità e di piogge intense, sarà sempre più frequente in futuro secondo tutti gli scenari elaborati dagli scienziati del clima sul Mediterraneo, ed è una questione da tenere in considerazione anche rispetto alla discussione in corso rispetto agli incentivi per le fonti rinnovabili. Gli impianti idroelettrici si trovano infatti al centro di una polemica molto forte che riguarda i nuovi impianti, ben visibile nello scontro intorno alla bozza di Decreto di incentivi per le fonti rinnovabili, e di una polemica più nascosta, ma assai importante, che riguarda dighe e impianti storici dove sono scadute o stanno scadendo le concessioni. 

Legambiente ritiene che entrambe le questioni debbano essere affrontate con un confronto trasparente e sulla base di obiettivi chiari, perché solo così si potrà arrivare a tutelare la risorsa acqua e gli ecosistemi montani. Rispetto ai nuovi impianti l’esigenza di avere regole che tutelino davvero i corsi d’acqua e la biodiversità fluviale è evidente. Sono purtroppo moltissimi i torrenti sulle Alpi stravolti negli ultimi anni da progetti che non dovevano essere costruiti, e che dipendono da procedure del tutto inadeguate a valutare le diverse e crescenti derivazioni a cui negli ultimi anni sono stati sottoposti i bacini idrografici. Legambiente ha raccontato questa realtà in un dossier dal titolo “Idroelettrico: impatti e nuove sfide al tempo dei cambiamenti climatici”, presentato alcuni mesi fa e su cui sta costruendo un diffuso confronto nei territori. I numeri sono importanti a raccontare quanto avvenuto, perché con gli incentivi introdotti per gli impianti di piccola taglia dal 2007 ad oggi sono stati installati in quasi 1.500 Comuni, soprattutto alpini, impianti di dimensione fino a 3MW per una potenza complessiva pari a 1.600 MW. Tra questi impianti ve ne sono anche di positivi, realizzati su acquedotti e salti esistenti che rispettano i corsi d’acqua, ma non vi sono garanzie che in futuro sia questa la strada che verrà intrapresa o che invece prevalgano errori e interventi impattanti sui corsi d’acqua.  Ed e’ purtroppo da sottolineare che le regole di valutazione introdotte con i Decreti direttoriali 29 e 30 del Ministero dell’ambiente, per la tutela ambientale dei corsi d’acqua e la determinazione del deflusso minimo ecologico, si stanno rivelando purtroppo inefficaci. Perché nella valutazione delle Autorità di bacino e delle Regioni questi decreti rappresentano solo una indicazione ma senza alcun valore prescrittivo, tanto che già per diversi progetti quei riferimenti di tutela sono stati aggirati. E’ una questione da affrontare urgentemente, con un intervento normativo da parte del Ministero dell’Ambiente che garantisca che davvero le regole di tutela siano rispettate per tutti i progetti e in ogni Regione italiana e che è pregiudiziale rispetto a qualsiasi ragionamento che riguardi incentivi o strumenti di supporto al settore. 

Poi c’è la seconda questione che riguarda l’enorme patrimonio di impianti idroelettrici costruiti tra la fine dell’ottocento e gli anni sessanta. Sono grandi impianti che garantiscono una produzione ancora rilevantissima, che arriva a coprire i fabbisogni di oltre quindici milioni di famiglie con oltre 20GW installati. Molte di queste concessioni sono scadute, altre scadranno nei prossimi anni, ma qui il dibattito non viene alla luce, ma in realtà esiste sotto traccia ed è feroce. Le Regioni se ne sono interessate fino ad oggi solo per ottenere la gestione delle concessioni, con l’idea di tornare a una gestione pubblica o ad accordi diretti con le imprese per garantirsi più risorse rinviando le gare. Sull’altra sponda del confronto troviamo invece le aziende, preoccupate di perdere la concessione, e che denunciano il rischio che gli impianti finiscano in mano a società senza alcuna esperienza o capacità di gestire impianti di questa complessità. Anche qui l’unica strada per far emergere soluzioni all’altezza dei problemi e’ di definire gli obiettivi energetici e ambientali che si vogliono perseguire con la gestione delle dighe. E quindi non guardare solo alle entrate per le casse pubbliche, ma valutare come garantire che davvero nei prossimi anni la produzione possa crescere attraverso interventi di rinnovo e adeguamento tecnologico, potenziamento e valorizzazione del pompaggio, come oggi e’ opportuno fare, ma anche di corretta gestione degli invasi e dei deflussi in accordo con le comunità locali per evitare scempi di pesci e delle aree intorno ai fiumi come purtroppo e’ avvenuto in alcuni invasi. 

C’è un ambito dentro il quale questa discussione nel nostro Paese dovrà essere impostata e venire alla luce. Entro dicembre infatti il governo italiano dovrà inviare a Bruxelles la prima versione del Piano energia e clima, in cui fissare la traiettoria per la riduzione delle emissioni di CO2 al 2030 in attuazione degli obiettivi europei. Nel corso del 2019 quel piano dovrà essere discusso con i diversi interlocutori e sui diversi temi dovranno essere individuati obiettivi e strumenti di intervento. L’augurio e’ che si possa aprire un confronto in cui in modo chiaro si affrontino le questioni aperte rispetto a un tema tanto importante per i nostri territori e per fermare i cambiamenti climatici del Pianeta.

Edoardo Zanchinihttps://www.lanuovaecologia.it
Vicepresidente nazionale di Legambiente. twitter @ezanchini

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