I paradossi di Ostia

Lungo i 6 km del litorale di Ostia ci sono ristoranti, resort, locali esclusivi, il cui ingresso può essere negato anche a pagamento. Per trovare una spiaggia libera i romani sono abituati ad andare a Capocotta. Non ci provano nemmeno a entrare altrove

immagine di bagnanti che prendono il sole sulla spiaggia di Ostia

«La prima denuncia l’abbiamo fatta dieci anni fa – dice Roberto Scacchi, presidente di Legambiente Lazio – Adesso l’eco mediatica ha portato attenzione al caso di Ostia, ma da sempre qui il lungomare è negato, tanto che lo abbiamo ribattezzato lungomuro». Eppure con la legge finanziaria del 27 dicembre 2006 è stato stabilito l’obbligo per i titolari delle concessioni di permettere il libero e gratuito accesso e transito alla battigia, quindi anche attraverso gli stabilimenti.

Lungo ben sei chilometri del litorale romano di Ostia, invece, ci sono ristoranti, resort con piscina, discoteche, locali esclusivi, il cui ingresso può essere negato anche a pagamento, se non si possiede la tessera. Sono gli stabilimenti balneari più ricchi d’Italia. Non è un caso che si trovi proprio a Ostia “Le Dune” di Renato Papagni, presidente di Federbalneari, a processo per presunti abusi edilizi sulla sua spiaggia, salito alla ribalta delle cronache anche per aver spintonato un giornalista di Report, che chiedeva chiarimenti sulle sue concessioni.

Oltre al muro che impedisce anche solo di vedere il mare, ci sono recinzioni che separano uno stabilimento dall’altro e non consentono nemmeno di passeggiare lungo la battigia da uno all’altro. Per trovare una spiaggia libera, i romani sono abituati ad andare a Capocotta. Non ci provano nemmeno a entrare altrove. «È una situazione cronicizzata, che non ha pari in Italia per l’ampiezza ed è grave soprattutto perché stiamo parlando della Capitale, che dovrebbe dare l’esempio e invece fa esattamente il contrario», conclude Scacchi.

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Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste, con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006, collaborando con Vita non profit, La Nuova Ecologia, Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti", edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa, nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”, da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita), sugli immigrati africani in Europa, presso la New York University.