martedì 1 Dicembre 2020

I diritti on demand dei “nuovi” lavoratori

lavoratori di Foodora

Alcuni la chiamano gig economy, l’economia dei lavoretti, altri platform economy. Ne avete fatto esperienza quando avete ordinato una pizza col vostro smartphone e dopo mezz’ora avete aperto la porta di casa al fattorino con in spalla un grosso zaino termico. Se vogliamo cercare la data in cui la gig economy è uscita dai discorsi degli addetti ai lavori per entrare nel dibattito pubblico, forse possiamo far riferimento al 2016, quando durante la sua campagna per le presidenziali Hillary Clinton ne ha parlato in questi termini: “Questa economia on demand, o gig economy, sta creando grandissime ricchezze e sta alimentando l’innovazione. Ma sta anche sollevando domande difficili sulla protezione del posto di lavoro e su come sarà un buon lavoro in futuro”. Innovazione, ricchezza, vantaggi, ma attenzione ai diritti, diceva insomma la Clinton.

Nello stesso periodo se ne è occupata anche la Commissione europea, pubblicando “Un’agenda europea per l’economia collaborativa” (i modelli imprenditoriali in cui le attività sono facilitate da piattaforme di collaborazione, ndr). Le questioni poste sono le stesse: questi modelli, sostiene Bruxelles, “possono dare un contributo importante alla crescita e all’occupazione nell’Unione Europea se incoraggiati e sviluppati in modo responsabile”. Secondo Jyrki Katainen, vicepresidente della Commissione e commissario per l’Occupazione, la crescita, gli investimenti e la competitività, l’economia collaborativa va incoraggiata “proteggendo i consumatori e garantendo condizioni eque sia in materia fiscale che di occupazione”.

Era già avvenuto con la Rivoluzione industriale: le grandi innovazioni cambiano il mondo del lavoro e richiedono una riflessione profonda sui diritti. Riflessione alla quale siamo chiamati anche noi che ordiniamo la pizza con un’app. Queste problematiche sono emerse in tutta Europa con scioperi e manifestazioni dei , i ciclofattorini che fanno le consegne per le piattaforme di food delivery. E con sentenze, spesso difformi. A volte, a Valencia e Amsterdam per esempio, i giudici hanno dato ragione ai riders che hanno citato le piattaforme per vedersi riconosciuti come lavoratori dipendenti, altre volte alle piattaforme, come nel caso di Milano. L’ultima sentenza in ordine di tempo è quella dello scorso gennaio in cui la Corte d’appello di Torino ha in parte ribaltato la sentenza di primo grado nel processo intentato da cinque ex riders di Foodora (difesi dagli avvocati Sergio Bonetto e Giulia Druetta). Come in primo grado, non gli sono stati riconosciuti il danno per la violazione della privacy, la violazione delle tutele antinfortunistiche e l’illegittimità del licenziamento. Ai riders non viene neanche riconosciuto il diritto a un contratto di lavoro subordinato (i cinque pedalavano con un contratto di collaborazione coordinata e continuativa a tempo determinato), ma per la prima volta un giudice italiano afferma, grazie all’art. 2 del Jobs act, che il loro trattamento economico, previdenziale e assicurativo deve essere equiparato a quello dei lavoratori subordinati (V livello del contratto nazionale della logistica, con ferie e tredicesime: in soldoni, significa un compenso medio effettivo lordo di circa 11 euro l’ora contro i 5,60 pagati ai riders torinesi). «Anche se altri giudici non sono vincolati a questo precedente – spiega l’avvocato Druetta – la sentenza dice che chi è trattato nelle medesime condizioni può far valere il diritto a una retribuzione pari al contratto collettivo. È un primo passo avanti, ma resta ancora molto da fare».

In Italia la questione potrebbe avere una svolta grazie a una nuova norma. Un anno fa, appena diventato ministro dello Sviluppo economico e del lavoro, il capo politico del M5S Luigi Di Maio ha sposato pubblicamente la causa dei riders. “Vogliamo assicurare delle tutele minime ai lavoratori della gig economy e abbiamo due strade: una è quella in cui il governo vara una norma in cui si stabiliscono i contenuti minimi retributivi e di tutele assicurative e previdenziali – ha dichiarato il vicepremier – l’altra è mettere insieme i rappresentanti delle piattaforme e dei riders per costruire un nuovo modello di contratto che riguarda i lavori del futuro. L’auspicio è che si arrivi al primo contratto collettivo nazionale della gig economy”. Di Maio batte entrambe le strade.

Nelle bozze del decreto dignità (il cui testo definitivo è stato approvato a luglio 2018) vengono inserite norme che avrebbero portato le piattaforme a considerare i riders come “prestatori di lavoro subordinato”, ai quali spettano indennità mensile di disponibilità, malattie, ferie, maternità. Qualche piattaforma non la prende bene, minacciando addirittura di lasciare l’Italia. Piano B: la norma esce dal decreto e al ministero si apre un tavolo di trattative fra le associazioni dei lavoratori, i sindacati e le aziende (Foodora, Deliveroo, Just Eat, Glovo, Domino’s Pizza, Social Food, Uber Eats e Moovenda). Le proposte delle piattaforme non soddisfano né i rappresentanti dei riders né i tecnici del ministero. E il tavolo si arena. A quel punto arriva la sentenza torinese, così Di Maio torna ad annunciare una norma: saltati per estraneità di materia gli emendamenti parlamentari al decretone su quota 100 e reddito di cittadinanza, ora il tema rider potrebbe entrare nel provvedimento sul reddito minimo.

Nel frattempo però qualcosa si è mosso anche dal basso. Nel maggio 2018 a Bologna, Riders union Bologna (una delle rappresentanze più combattive), il sindaco Virginio Merola, l’assessore al Lavoro Marco Lombardo, i segretari confederali bolognesi di Cgil, Cisl e Uil e i vertici di Sgnam e Mymenu (due piattaforme italiane oggi unite, insieme a Bacchette e forchette, in Mymenu, che gestisce circa 500 riders in sei città italiane: Bologna, Modena, Verona, Padova Brescia, Milano) firmano la “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano”: primo accordo metropolitano in Europa sui temi della gig economy. L’intento esplicito della Carta è “far crescere le piattaforme digitali senza abbassare le tutele dei lavoratori”. I diritti stabiliti nella carta riguardano un compenso orario equo e dignitoso; rating reputazionale trasparente, contestabile e trasferibile nel passaggio ad altra piattaforma; indennità per lavoro notturno e festivo; esenzione dal lavoro in condizioni meteo avverse (in caso di neve, ad esempio); licenziamento, che in costanza di rapporto può avvenire solo per giusta causa; possibilità di scioperare. Al tavolo erano state invitate tutte le piattaforme che lavorano a Bologna, ma a parte le due citate le altre si sono sottratte alla firma, giustificando la scelta col fatto che per una piattaforma internazionale avrebbe poco senso un accordo cittadino. L’accordo firmato a Bologna, come racconta l’ad di Mymenu, Edoardo Tribuzio, per le due piattaforme firmatarie vale invece in tutta Italia. «La Carta formalizza un impegno che perseguiamo da sempre: avere determinate tutele giuridiche per tutti i nostri lavoratori. E ovviamente non abbiamo mai avuto atteggiamenti diversi nelle diverse città».

Inchiesta pubblicata su La Nuova Ecologia – maggio 2019

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