domenica 18 Aprile 2021

Acquista

Login

Registrati

I cuori di Riace

l'ingresso del "villaggio globale", Riace

Riace è conosciuta nel mondo per i Bronzi. E per Mimmo Lucano. Ma oggi nel piccolo comune in provincia di Reggio Calabria non c’è traccia né degli uni né dell’altro. Le statue dei due guerrieri rinvenute in mare nel 1972 in realtà non ci sono mai state: le custodisce il Museo nazionale della Magna Grecia di Reggio Calabria. Il sindaco, dal 2 ottobre sospeso dalla sua carica in seguito all’inchiesta della procura di Locri, è invece in esilio a Caulonia, a una ventina di km dal suo paese. Due i reati che gli sono contestati: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e fraudolento affidamento diretto a due cooperative del servizio di raccolta differenziata dei rifiuti. La vicenda giudiziaria, partita a gennaio 2017, ha avuto come conseguenza il lento ma inesorabile svuotamento del borgo, con un’accelerazione in queste settimane.

Nel 2015, su 1.750 abitanti, la popolazione immigrata contava circa cinquecento persone, minori inclusi. A breve non saranno più di quaranta. La Nuova Ecologia arriva nel pieno dei trasferimenti dettati dalla revoca dei progetti Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) decisa dal dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del ministero dell’Interno. Nessuno li obbliga formalmente ad andarsene ma decine di famiglie senza casa né sostegno da parte dell’amministrazione comunale sono state messe con le spalle al muro e su 76 beneficiari soltanto undici hanno deciso di restare. Per stanchezza, paura di cambiare, voglia di continuare a vivere dove sono stati accolti. Ma anche perché, e questo riguarda l’intera comunità, per ricominciare sperano nel ritorno di Mimì, come chiama Lucano chi gli vuole bene.

È in questa atmosfera sospesa che partiamo da Reggio Calabria la mattina presto verso Riace, insieme a Nuccio Barillà, storico dirigente di Legambiente e fra i protagonisti di quella stagione amministrativa passata alla storia con il nome di “Primavera di Reggio”. Conosce bene la situazione ed è legato da una grande amicizia con il sindaco. Insiste sul fatto che bisogna raccontare, oltre la parole abusate, il tanto che non si dice su quello che si è fatto in questi anni e che resta da fare. Perché al suo terzo e ultimo mandato, dopo le prime elezioni nel 2004, Lucano non è solo accoglienza.

Lo snodo di Rosarno

Prendiamo l’A3 Salerno-Reggio Calabria e costeggiamo il Tirreno verso nord: Scilla, Bagnara, Palmi, Gioia Tauro. Per tagliare verso l’interno e raggiungere la sponda jonica bisogna poi imboccare la statale 682. Lo snodo è Rosarno, capitale italiana del caporalato e dell’infame sfruttamento della manodopera immigrata. Niente di più lontano dal modello costruito a Riace. Siamo nel pieno della raccolta delle arance e i nuovi schiavi raggiungono i campi dalla baraccopoli di San Ferdinando, che da Rosarno dista dieci km scarsi. Un ghetto in cui da novembre a marzo vivono stipate in alloggi di fortuna più di quattromila persone. A pochi km da qui, all’inizio di giugno, è stato ucciso a fucilate il sindacalista maliano Soumayla Sacko. Sempre qui, lo scorso 26 gennaio, è morta a causa di un incendio una ragazza nigeriana arrivata da appena tre giorni. La carta di identità di Becky Moses, data 21 dicembre 2017, portava la firma di Mimmo Lucano. Nei due anni precedenti Becky aveva infatti vissuto a Riace, ospite di un Centro di accoglienza straordinario (Cas). Aveva una casa e stava imparando un mestiere, ma poche settimane prima della sua morte la commissione territoriale le aveva rifiutato la richiesta di asilo. Per la prefettura non poteva essere trasferita in uno Sprar perché in attesa della seconda risposta (poco dopo il decreto Minniti ha abolito il secondo grado di appello per i migranti). Becky è stata insomma costretta a lasciare Riace. “La burocrazia e le procedure dovrebbero tutelare la coscienza e il rispetto dei diritti umani, non il contrario – ripeteva in quelle tragiche ore Lucano – Tanti pensieri mi passano per la mente: tristezza, dispiacere, rabbia, indignazione”.

Ancora 60 km e raggiungiamo la prima tappa: Riace marina, a 300 metri dal luogo in cui furono ritrovati i Bronzi. In questo tratto di lungomare ribattezzato “La Promenade” – riqualificato dalla giunta Lucano senza cemento né speculazione edilizia – sorgono gli otto immobili confiscati al clan Leuzzi e assegnati al Comune dall’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Il progetto per il riutilizzo di queste strutture è stato chiamato “Riace senza ombre”. Fra le idee, quella di trasformare l’ex ristorante “La Scogliera” in ostello della gioventù. Entriamo a visitarlo. La serranda è abbassata ma non c’è nessun lucchetto. L’impressione è che sia stato abbandonato da un giorno all’altro: le tazzine da caffè, rovesciate su quello che era il banco del bar, sembrano lasciate lì ad asciugare da poco. Il calendario è ancora sul muro, fermo al giorno 22 febbraio 2006. Il foglio riporta una frase che oggi non può non colpire: “Colui che viene a me, non lo caccerò fuori (Giovanni 6:37)”. Chissà se il ministro che fa campagna elettorale a colpi di rosario e vangelo conosce questo passo.

Beni comuni

Ad accompagnarci a visitare gli altri beni confiscati alla ‘ndrangheta è Maria Spanò, che da giugno 2016 ricopre il ruolo di assessore ai Lavori pubblici e al personale. «Mi hanno dato le rogne» scherza. Più di una persona è convinta che dal prossimo maggio, quando qui si voterà sia per le europee che per le comunali, con Lucano non ricandidabile dopo tre mandati, potrebbe diventare la prima donna sindaco di Riace. Lei però dice che vuole solo pensare a oggi, perché «senza Mimì è tutto più complicato». Attualmente le funzioni di sindaco le svolge il vice Giuseppe Gervasi. Mentre facciamo avanti e indietro fra le villette un tempo di proprietà mafiosa, tutte con vista sul mare e racchiuse in poche decine di metri, Spanò racconta le altre idee messe in campo per utilizzare al meglio questa opportunità e continuare a riqualificare il lungomare. Da un museo interattivo della memoria dedicato ai “regali del mare” – per raccontare ai visitatori, nel paese che Barillà chiama «dei Bronzi senza Bronzi», la storia del ritrovamento dei due guerrieri unita a quella degli sbarchi – a un sistema di ospitalità diffusa per un turismo che deve farsi anche archeologico e ambientale. Un parco della cittadinanza plurale, con un albero per ogni nuovo nato e piante tipiche dei Paesi di provenienza di tutti gli immigrati, proposto da Legambiente Calabria. E nuove cooperative per gestire gli spazi e creare lavoro. Un’altra idea è quella di legare i 7 km che dividono le due Riace, marina e borgo, attraverso una ciclovia.

In una giornata molto calda lasciamo il mare a malincuore per arrampicarci verso la parte alta di Riace e nell’attesa che la ciclovia sia realizzata dobbiamo riprendere la macchina. Prima di arrivare facciamo una sosta a metà strada per dissetarci. Sostenitore delle campagne per l’acqua bene comune ma anche esasperato dalle tariffe della Sorical, la società che gestisce gli acquedotti dell’intero territorio, Mimmo Lucano cercava un’alternativa. L’ha trovata a 170 metri di profondità, proprio qui, in località “Niscia l’Acqua”, dove una falda fluisce protetta da un’impermeabile coltre argillosa. A svolgere i lavori una ditta di Reggio, a firmarli il geologo Aurelio Circosta, che già qualche anno fa aveva assicurato l’acqua a Riace superiore con un pozzo più piccolo. Circosta è andato a colpo sicuro, raggiungendo la falda alla prima trivellazione. L’acqua è purissima, come attestano le analisi microbiologiche e chimico-fisiche. «Anche in questo caso il sindaco non ha rispettato l’iter – spiega Maria Spanò – Nell’attesa dei controlli avrebbe dovuto far richiudere il pozzo, ma si è rifiutato per non perdere tempo né sprecare il lavoro già fatto. Abbiamo utilizzato anche i fondi straordinari per l’accoglienza. La gara a evidenza pubblica c’è già stata e a giorni dovrebbero partire i lavori per la condotta che porterà l’acqua alla marina».

È una delle prime persone che si incontrano nel centro storico, dietro il banco del bar che affaccia sulla piazza principale di Riace, dove un cartello ricorda le venti nazionalità presenti in paese. Alessio è tornato a casa nel Duemila. Era a Torino, dove lavorava in una fabbrica di alluminio. La chiamata alle armi è dello stesso Lucano: “Torna qui che ricominciamo a lavorare”. Di Mimmo si è fidato. Lo stesso bar, dal 2001 suo, era della famiglia Lucano. E i fatti hanno dato ragione alla sua scelta, almeno finora. Oggi, a 43 anni, nasconde la sua preoccupazione scherzando. «Ora qui è un mortorio. Era meglio quando Mimmo stava ai domiciliari… anzi, quando era in sciopero della fame. Sembrava il bambinello (ride)».

Il barista si riferisce a tutte le persone venute a testimoniare solidarietà al sindaco lo scorso agosto durante il “digiuno di giustizia”, come lo stesso Lucano aveva scritto su uno striscione. La protesta era rivolta a prefettura e ministero dell’Interno per il ritardo nella coperture delle attività per l’accoglienza dei migranti. Una tensione che si è allentata solo con lo sblocco di 250.000 euro da parte del Viminale, somma riferita agli ultimi tre mesi del 2016.

Lasciamo il bar di Alessio dopo aver scambiato un paio di battute con l’anziano padre di Mimmo Lucano, fra gli habitué del locale. Chiede informazioni sul figlio a Nuccio Barillà, che lo tranquilizza e gli dice che presto si dovrebbe sistemare tutto. Ci raccontano un aneddoto divertente su Lucano senior: la prima volta che il figlio si è candidato come sindaco, nel 2004, non l’ha votato. Pensava non avesse nessuna possibilità di essere eletto e non voleva sprecare il voto. La stessa concretezza del figlio, con meno visione però.

I segni dell’abbandono

Sulla strada che sale verso il cuore del borgo un uomo, in mezzo alla via, parla ad alta voce. «È una vergogna», scandisce. Ha visto persone estranee, una macchina fotografica. “Giornalisti” avrà pensato, e ne vuole approfittare per dire la sua. Si chiama Giuseppe Lanzetta, non è di Riace ma di Mammola, paese nelle vicinanze. È qui con il suo furgoncino per vendere lo stocco, piatto tipico della provincia di Reggio. Dice di aver votato Salvini, ora però se n’è pentito. «Ma come si fa a mandare indietro le persone? Famiglie con bambini che non sanno dove andare. Mi creda, non dormo la notte, non vorrei essere al suo posto quando si presenterà davanti a Dio». Il commerciante racconta che suo nonno è stato immigrato negli Stati Uniti per 61 anni, parla del razzismo che gli italiani hanno dovuto subire in America come in Germania, Svizzera, Belgio. E che potrebbe tornarci in sorte perché «non si sa come gira la ruota». Dedica le sue ultime parole a quello scoccolato di Minniti, «che faceva accordi con chi, in Libia, tratta le persone come animali da mettere in gabbia».

Addentrandoci tra i vicoli, un murales celeste con la scritta “Dove vanno le nuvole?” dà accesso al Villaggio globale, la parte del borgo che meglio di tante parole “spiegava” il progetto sociale cresciuto negli anni grazie alla caparbietà di un piccolo gruppo di persone. Fra le vie di questo “paese nel paese” si concentravano i laboratori che coinvolgevano cittadini italiani e immigrati: rame, vetro, ricamato, legno, cioccolato. Oggi queste botteghe che avevano ridato vita al centro storico, fatto nascere amicizie, rapporti professionali e percorsi formativi comuni sono chiuse. E anche se le stai vedendo per la prima volta avverti il peso dell’assenza. Nessuna serranda copre gli interni: i prodotti sono lì, li vorresti comprare ma non puoi. Ancora una volta ti accorgi che a Riace il tempo è sospeso, che tutto potrebbe ricominciare.

Rosy e Angela siedono in silenzio davanti al laboratorio di tessitura, dove fino a poche settimane fa lavoravano insieme. In questi giorni di partenze non riescono a nascondere la loro tristezza e le loro preoccupazioni. Rosy, nigeriana, è fra chi ha scelto di restare nonostante tutto. Non vuole viaggiare ancora, dice. Né andare in un altro paese. Risponde alle nostre domande guardando Angela, ex operatrice. «I miei due figli sono inseriti qui, vanno a scuola, si sentono riacesi».

L’umore cambia quando arriva Mohamed. Non è in grande forma fisica, anche a causa del diabete. È un po’ “matterello” ma tutti in paese gli vogliono bene. Ha 64 anni, è palestinese ma viene dall’Iraq, dov’era rifugiato prima di doverlo lasciare a causa della guerra. È in Italia dal 2009, prima a Riace marina, poi a Caulonia, infine qui a Riace superiore. E quando dice “qui” quasi tocca terra con l’indice. “Ho trovato casa finalmente”, sembra voler dire. Non capiamo quanto sa di ciò che sta accadendo, Mohamed parla italiano poco e male. Sono anni che non fa parte di nessun progetto ma lui, spiegano Angela e gli altri, neanche sa di esserne uscito. Il suo caso per la burocrazia è “distrazione” di fondi pubblici. «Ma che cosa bisognerebbe fare con una persona del genere, come fai a mandarla via?» dice Maria Spanò. Mohamed non avrà capito tutto ma certamente non gli sfugge il fatto che Lucano ha qualche problema. Si congeda ripetendo «Sindaco good, sindaco good».

Daniel e gli asinelli

Poco distante dal Villaggio globale un murales raffigurante una portatrice d’acqua e una porta indicano l’ingresso per il “Parco Sara”, dedicato appunto all’acquaia, figura fondamentale nella Riace di qualche decennio fa. Negli anni la giunta ne ha rimesso in sesto i terrazzamenti, oggi ricoperti di vitigni, olivi, alveari per la produzione di miele e agrumeti. Qui dovrebbe sorgere una fattoria didattica per le scuole. Scendendo a visitarlo vediamo i “famosi” asinelli utilizzati fino a qualche tempo fa per la raccolta differenziata, oggi disoccupati. Fra i reati contestati a Mimmo Lucano dalla procura di Locri, l’abbiamo detto, c’è il presunto affidamento fraudolento diretto del servizio di raccolta a due cooperative della zona – l’Eco-Riace e l’Aquilone – senza indire alcuna gara e senza che le cooperative fossero iscritte all’albo regionale. Ma è lo stesso giudice per le indagini preliminari, che per Lucano ha disposto prima i domiciliari poi il divieto di dimora, a smontare nella sua ordinanza gran parte dell’impianto accusatorio, parlando di congetture, errori procedurali e inesattezze. La campagna di raccolta dei rifiuti con gli asini e i carretti è stata rilanciata il primo ottobre 2017, in occasione della campagna di Legambiente Caralabria, carovana delle bellezze e delle qualità, con lo slogan “Abituati a spingere, non a respingere”.

Fra le persone assunte per la raccolta rifiuti, asino e carretto al seguito, c’era Daniel. Ha 36 anni e viene dal Ghana. Andiamo a trovarlo mentre lavora in una casa da ristrutturare sulla strada che costeggia la sede del Comune. Chiediamo a lui e ai suoi due colleghi se possiamo rubargli qualche minuto. Racconta la sua storia in perfetto italiano. È sbarcato con la moglie a Lampedusa a settembre 2008, lei era incinta. Hanno attraversato il Mediterraneo su un barcone con 330 persone a bordo, «il viaggio è durato tre giorni e tre notti» ricorda. Sono arrivati a Riace nel gennaio 2009, dove ad aprile è nato Cosimo. Prima sono rimasti “parcheggiati” per sei mesi nel Cara “Sant’Anna” di Isola Capo Rizzuto, provincia di Crotone, in attesa del permesso di soggiorno. Si tratta di uno dei centri di “accoglienza” più grandi d’Europa, sovraffollato e carente di servizi basilari, oggetto di un’indagine della Direzione distrettuale antimafia, che a maggio 2017 ha portato all’arresto di 68 persone. L’accusa sostiene che la cosca Arena guadagnasse dalla gestione della struttura grazie alla collusione con esponenti della Fraternità di Misericordia, l’ente gestore del Cara. «Un posto orribile, ma è lì che mi hanno parlato di Riace e del suo sindaco». Il loro secondo figlio si chiama Domenico, gli chiediamo perché. «Per tre motivi – risponde – È la traduzione in italiano del nome di mio padre, il nome della persona che ci ha ospitato a Riace marina trattandoci come figli e un omaggio a Mimì».

Oggi che in tanti stanno andando via, Daniel non sa che fare. Per descrivere il suo stato d’animo usa la parola «disperato». Lucano, racconta, gli dice “di aver pazienza, di aspettare”. Ecco, ancora una volta, il sentirsi sospesi. In attesa. Paga un affitto di 200 euro e per ora, grazie a lavori saltuari, ce la sta facendo. Torniamo a parlare di quello che faceva prima. «Il paese era sporco, così Mimì ha pensato alla cooperativa per risolvere due problemi: ripulire le strade e dare lavoro». Il lavoro gli piaceva tanto, lo faceva sentire importante. Spiegava agli anziani come separare i rifiuti, in qualche caso era invitato direttamente in casa a risolvere il problema, «a volte – sorride – facevo finta di non capire il dialetto». In realtà lo capisce bene e per dimostrarcelo pronuncia una frase incomprensibile imitando alla perfezione la parlata aspirata di quelle latitudini. Daniel ha saputo dell’arresto del sindaco la mattina stessa alle 7.30, «mi ha chiamato un amico da Milano, che prima era a Riace». Il tempo è terminato, deve tornare a lavorare.

Nel frattempo si sono fatte le 14, l’ora di pranzo. Non troviamo nulla. Torniamo allora al “Via” per aspettare che riapra il bar nella piazza principale del paese. “Panini con salsicce” dice un cartello fuori. È quello che mangeremo. Senza voler offendere nessuno avremmo preferito pranzare nella taverna “Donna Rosa”, ora chiusa come le botteghe e i laboratori, dove la cucina calabrese si mescolava con quelle africane e mediorientali.

A casa di Osman

Il caffè l’andiamo a prendere a casa di Osman. Un tempo abbandonata, oggi riempita di otto persone: lui, la moglie e i loro sei figli. La più piccola, 4 anni, è nata a Riace. Osman e la sua famiglia sono arrivati in Italia nel 2011. «Il 7 aprile siamo partiti da Tripoli, l’8 eravamo a Lampedusa». Originario della Somalia, che ha dovuto lasciare dopo l’omicidio del fratello, Osman lavorava in Libia come cuoco per aziende italiane e tedesche. È forse per questo che parla così tante lingue: somalo, arabo, urdu, inglese, italiano. «Quando è esploso il caso Gheddafi ho capito che avremmo dovuto lasciare la Libia, dove abbiamo passato 24 anni di vita e dove sono nati i nostri primi cinque figli… la Nato ha rovinato tutto». Da Lampedusa sono stati spediti a Foggia, dove dopo quattro mesi hanno avuto l’asilo, da lì trasferiti a Riace nel settembre 2011 grazie a un progetto dell’associazione Città futura, fondata dallo stesso Lucano. Progetto terminato a dicembre 2012. Da allora non ha comunque mai smesso di lavorare: con la Protezione civile, come mediatore culturale, a volte chiamato dal tribunale per fare l’interprete.

Osman non nasconde di essere in difficoltà economica. Con grande dignità racconta ogni singolo problema. Gli manca tutto ora, dai generi di prima necessità alla legna per riscaldare casa con il freddo in arrivo. «Useremo qualche coperta in più». Sopravvive grazie alla solidarietà della comunità. È con noi Tonino Petrolo, oggi consigliere comunale, pioniere insieme a Lucano di questa idea di accoglienza. Non riesce a non intervenire. Racconta l’umiliazione, la chiama così, di essersi ritrovati costretti a distribuire pacchi alimentari: «Con il sistema dei bonus (la moneta locale “inventata” dalla giunta, nda) volevamo evitare proprio questo, dare alle persone la possibilità di comprare ciò che vogliono… lentamente stanno cominciando a nascere tensioni fra commercianti e immigrati. Sarebbe la peggior sconfitta».

Mentre siamo intorno al tavolo, davanti l’ingresso spalancato come si unsa in tutti i piccoli centri, esce di casa il figlio diciassettenne in tuta acetata amaranto e inconfondibile borsone da calcio. Gioca come attaccante esterno nella Primavera del Roccella Jonica, squadra che milita in serie D. Alla domanda se ha mai pensato di andarsene, Osman risponde lapidario, «no, i miei figli non vogliono». Izhar Talat, un amico pakistano, che è venuto a trovare Osman mentre parlavamo, ha fatto un’altra scelta. Prenderà i soldi che ancora gli spettano – «questioni di giorni» gli dice Petrolo – e se ne andrà con la moglie e i due figli di 10 e 13 anni a Milano. Aggiunge che se tutto si sistema potrebbe tornare. Ma il consigliere comunale, che dà l’idea di averlo già spiegato tante volte, gli ricorda che ha firmato per andarsene e che difficilmente potrà tornare.

Osman ci saluta rivolgendo una preghiera al nuovo governo, a cui augura buona fortuna, alla gente di Riace, al “signor Mimmo Lucano”. La preghiera è rivolta anche a Salvini? «All’odio non si risponde con l’odio, noi siamo di Riace, viviamo sotto la bandiera italiana: questa è la nostra vita».

Su Riace intanto è calato il buio, camminando incontriamo un “Barbiere”, luogo sacro in ogni paese. Non c’è nessun cliente e ne approfittiamo. Il titolare si chiama Fernando Papandrea, non è di Riace ma della vicina Stignano. Rivendica il voto a Salvini e il fatto di essere fascista. Per non lasciare dubbi, alza il braccio destro dicendo “Viva il duce”. Viste le premesse, sorprende quello che racconta dopo: «Il paese resta nudo e crudo, senza ospiti è destinato a morire. Salvini non si doveva stricare con Lucano. Questo sindaco ha fatto tanto per l’accoglienza e per l’intero paese, impossibile dire il contrario… Il mio non ha fatto niente. Per me il signor Lucano non ha rubato, se l’ha fatto ce lo dirà la magistratura e sono cazzi suoi». Poi ci vuole raccontare un fatto. «L’altro giorno mi sono commosso per una famiglia che andava via. Il padre era avanti con i bagagli, dietro sua moglie con la loro figlia e un’amichetta di Riace. Si davano la mano, la bambina riacese piangeva: “Non andare via, ti prego” le diceva. Ho visto la scena e ho pianto anch’io». I suoi occhi tornano lucidi. «Che fossero tutti come Lucano, per me è una brava persona».

Profumo di umanità

Bahram Acar è sbarcato a Riace alle 4 di mattina in un giorno d’estate del 1998. Il giorno in cui tutto è cominciato. Quel vascello ha incontrato una comunità segnata dallo spopolamento, con la gente che emigrava al Nord. È la scintilla che spingerà Mimmo Lucano, Tonino Petrolo e altri a fondare l’associazione Città futura e poi a candidarsi per trasformare Riace nella capitale del diritto a vivere insieme, ammirata e conosciuta in mezzo mondo. Bahram è l’unico rimasto a vivere qui di quei duecento curdi. Ha 52 anni, sposato con tre figli, due nati a Riace. Ha visto il borgo crescere, rinnovarsi, riqualificarsi. Ha partecipato alla sua rinascita, pavimentando vicoli e slarghi, creando spazi di incontro e socializzazione. Sa fare tutto, dice, è carpentiere, fabbro, falegname.

Il suo primo lavoro è stato Lucano a trovarglielo in un’impresa edile. È stanchissimo, con la schiena a pezzi. Sono giorni che gira per la Calabria, tocca a lui accompagnare nei vari centri chi ha deciso di andare via. Parla spesso al plurale, ribadendo che “insieme a Tonino e Mimì” è fra i pionieri di un’avventura che non deve finire. «Torneremo alle origini, senza fondi pubblici e vent’anni di esperienza in più». I primissimi anni pensava che sarebbe dovuto andar via, «non c’era nessun progetto allora», ma ha sempre lavorato e si è sempre trovato bene. «Uno dei motivi per cui sono rimasto è che la Calabria mi ricorda il Kurdistan, non è Europa qui (ride)». È originario di Midyat, provincia di Mardin, nel Kurdistan turco. Nel 2014 è riuscito a tornarci come turista. «Non ho riconosciuto casa mia, hanno cementificato tutto, avvertivo la nostalgia di Riace. Non ho mai cercato ricchezza, in caso me ne sarei andato in Germania. Voglio solo star bene, essere felice. E il mio cuore qui è ricco». Prima di salutarlo gli chiediamo del sindaco. «Sono preoccupato per Mimì, sarei pronto ad andare in galera per farlo tornare. Non dobbiamo lasciarlo solo, voi non lasciateci soli».

«Anche in questo momento – riflette Nuccio Barillà mentre siamo sulla strada del ritorno – a Riace si tocca con mano l’armonia sociale, il valore della mescolanza e delle relazioni umane. Un profumo di umanità che si intreccia con la bellezza, ricreata grazie alla rigenerazione urbana rispettosa dell’ambiente e del senso dei luoghi. L’economia dell’accoglienza, frutto soprattutto della concreta genialità di Lucano, non è una anomalia da eliminare ma un prototipo per tanti borghi destinati all’abbandono e al declino, che potrebbero trovare nuova vita e identità. Per questo Riace non si arresta».

Prima di finire nella lista delle cinquanta persone più influenti al mondo per la rivista Fortune, protagonista del cortometraggio di Wim Wenders Il volo e magari, come hanno chiesto in tanti, di ritrovarsi fra i candidati al Nobel per la pace, Mimmo Lucano faceva l’assistente di laboratorio in un istituto tecnico industriale. È un chimico, insomma. La sua formula migliore l’ha trovata, senza camice né provette, per le strade della sua Riace.

DAL MENSILE DI DICEMBRE 2018 “Ritorno a Riace”

Articoli correlati

L’orsa JJ4 resterà libera

Il Tar di Trento ha pubblicato la sentenza con cui cancella l’ordinanza della Provincia di Trento che disponeva la cattura

ADRIATICO A RISCHIO

Il webinar Come fare a recuperarlo? Verso un riserva marina nel Canale d'Otranto. A cura di Medreact e Legambiente

Transizione ecologica: è l’ora del dibattito pubblico

Occorre scommettere su trasparenza delle informazioni e qualità dei progetti. A dirlo è un Manifesto promosso da 14 associazioni tra cui Legambiente, Greenpeace, Action Aid e Cittadinanza Attiva

Seguici sui nostri Social

16,935FansLike
21,231FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Catanzaro, continua la battaglia contro la discarica di Scala Coeli

Legambiente ha presentato di nuovo il ricorso al Tar per verificare se gli ultimi interventi non rappresentino un'anticipazione dell'ampliamento. Ciafani: "Serve un cambio di rotta"

Il 29 maggio in Trentino il primo concerto climate positive

L'iniziativa si chiama TreeTicket e sarà il primo evento musicale per assistere al quale si pagherà in alberi. A Malga Costa in Val di Sella, nella cornice della foresta artistica di Arte Sella, si esibiranno il violoncellista Mario Brunello e Stefano Mancuso

Agricoltura e clima, per il frumento perdite di produttività del 20% entro il 2040

È uno dei dati che emerge dal nuovo rapporto “12 passi per la terra (e il clima)” dell’associazione Terra! Ecco le proposte per offrire una via d’uscita dalla spirale di crisi in cui il settore agricolo rischia di restare invischiato

South beach, Legambiente dice stop al consumo di suolo sulla costiera molisana

L'associazione ambientalista contraria al progetto sostenuto dalla Regione che punta a urbanizzare ed edificare un’area di circa 160 ettari a ridosso del mare

In Italia 17,5 milioni di abitazioni riscaldate con gas metano

Dal settore residenziale proviene il 53% delle emissioni di PM10, mentre dagli edifici il 18% di quelle climalteranti. I dati del nuovo studio sulla decarbonizzazione dei sistemi di riscaldamento realizzato presentato da Legambiente e Kyoto Club
Ridimensiona font
Contrasto