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I brutti fratelli del Ceta: ecco tutti i pericoli

stop ttip e Ceta
 
Le elezioni comunitarie sono alle porte e l’agenda commerciale di Bruxelles vive un’accelerazione spasmodica, con una decina di accordi di libero scambio sulla rampa di lancio della Commissione. I negoziatori della Commissaria europea al commercio Cecilia Malmstrom hanno l’incarico di portare a casa tutto il possibile prima di una tornata elettorale che rischia di consegnare una fetta consistente del consenso alle forze euroscettiche. 
Ma questa corsa all’obiettivo suscita la reazione di tante organizzazioni della società civile che si sono opposte in questi anni a un’agenda commerciale considerata troppo prona alle richieste di grandi imprese transnazionali e poco attenta all’interesse pubblico. A mettere nero su bianco i rischi di un sacrificio del principio di precauzione sull’altare del commercio globale è la Campagna Stop TTIP, con un dossier intitolato “I brutti fratelli del CETA” che mappa ogni criticità di dieci trattati di libero scambio sul tavolo negoziale di Bruxelles.
Come i più noti TTIP e CETA, infatti, questa serie di accordi presenta un impianto che, secondo il rapporto, può seriamente “indebolire la competitività del nostro Paese e minacciare la capacità normativa e di autodeterminazione democratica del nostro Paese”, con ripercussioni su “interi comparti produttivi nazionali, la protezione dell’ambiente, dei diritti dei lavoratori e dell’agricoltura”.  
Secondo gli attivisti italiani, “la Commissione europea in scadenza, a fronte delle perplessità e resistenze che emergono negli Stati membri rispetto al CETA e ai suoi (brutti) fratelli, invece di aprire una fase di seria riflessione e valutazione d’impatto complessivo della politica commerciale e sull’attuale struttura dei trattati esistenti, sta moltiplicando gli sforzi per approvare più accordi possibili prima delle prossime elezioni”. 
La strategia adottata per accelerare è quella di “alleggerire” i trattati delle parti di competenza condivisa, evitando così la ratifica dei Parlamenti nazionali e quindi un esame più accurato dei loro impatti da parte degli Stati membri. 
“Attualmente – si legge nel dossier curato da Monica Di Sisto, portavoce della Campagna Stop TTIP – ambiti negoziali come l’agricoltura, l’energia, i servizi (tra cui acqua e sanità), regole e standard di grande rilevanza per la protezione di diritti universali legati alla cittadinanza in Paesi come il nostro, sono considerati di competenza della esclusiva dell’Ue. Dunque i Parlamenti nazionali sono esclusi da decisioni che invece riguardano strettamente la sovranità loro affidata dalla Costituzione”.  
Ad una analisi trasversale dei pericoli individuati dalla ricerca, emergono una serie di elementi comuni ad ogni accordo portato avanti da Bruxelles: dalla perdita di entrate pubbliche per l’abbattimento dei dazi alle limitazioni alla sovranità dello stato, che vedrà ridursi la possibilità di regolamentare nell’interesse pubblico perché obbligato a consultare i partner commerciali prima di promuovere nuova legislazione. A ciò si aggiunge la completa riservatezza dei negoziati, che procedono senza trasparenza e coinvolgimento delle istituzioni politiche o della società civile. Oltre ai dazi, la pletora di trattati sul tavolo europeo attacca tutte le normative che ostacolano i flussi commerciali, comprese leggi e regolamenti che difendono l’ambiente, la buona occupazione o i servizi pubblici. Una volta approvati, per di più, i testi potranno subire modifiche da parte di comitati tecnici istituiti dagli stessi accordi, senza consultazioni con il Parlamento europeo o quelli nazionali. Un fatto non molto rassicurante, dato che la maggior parte dei contraenti considera il principio di precauzione europeo un sistema di valutazione antiscientifico. Sembra più che possibile che l’approccio cautelativo possa essere picconato dall’istituzione di tribunali sovranazionali a beneficio dei soli investitori privati di ciascuna parte: queste corti permettono alle imprese di citare in giudizio gli Stati che minacciano i loro profitti (anche soltanto attesi) con leggi considerate scomode. Non ci sono buone notizie neppure per quanto riguarda l’ambiente e i diritti sociali: l’impianto di tutti gli accordi contiene disposizioni sullo sviluppo sostenibile del tutto inapplicabili: mancano infatti meccanismi vincolanti per il rispetto degli obiettivi del Protocollo sul clima di Parigi o delle Convenzioni internazionali sul lavoro. Infine, viene ridotta la protezione dei prodotti alimentari con indicazione geografica dalle copie a basso costo di paesi terzi.
Per Monica Di Sisto l’Europa si trova di fronte una china molto pericolosa: per sottrarsi al baratro “è urgente bocciare il CETA, già al vaglio del Parlamento italiano e potenziale apripista per tutti gli altri trattati. Solo così sarà possibile avviare una attenta riflessione in Italia e in Europa su quali priorità debbano avere futuri accordi, assicurando a tutti un commercio più giusto e sostenibile”.
 
Francesco Panié
Giornalista ambientale. per La Nuova Ecologia cura inchieste e approfondimenti su globalizzazione. inquinamento. clima. agricoltura e beni comuni. twitter @francesco.panie

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