Hummustown, quando il cibo diventa simbolo di integrazione

A Roma l’iniziativa di Shaza Saker: far conoscere il cibo e la cultura siriana, aiutando donne e uomini a integrarsi ed essere accolti come comunità nel nostro Paese / Partecipa al crowdfunding

Hummustown

L’hummus è un piatto a base di pasta di ceci e pasta di semi di sesamo. Aromatizzato con limone, olio e spezie come il cumino e la paprica. Sono ingredienti semplici, che insieme raggiungono un equilibrio perfetto. Questa pietanza diffusissima in Libano, Siria e Giordania è diventata un classico della cucina mediorientale. Non siete capitati per errore in un blog di cucina, ma questa storia parte proprio da questo piatto, diventato il simbolo di integrazione, multiculturalità e indipendenza.

Tutto nasce dall’idea di Shaza Saker e dalla sua iniziativa dal nome Hummustown a Roma: far conoscere il cibo e la cultura siriana, aiutando donne e uomini siriani ad integrarsi ed essere accolti come comunità. Un progetto che in pochi anni ha fornito occupazione, indipendenza economica e formazione a coloro le cui vite sono state interrotte. “Grazie ad un crowdfunding e al sostegno da parte dei nostri clienti siamo riusciti ad avere una cucina industriale completa di tutto – spiega Shaza – Da quel giorno abbiamo cominciato ad espandere la clientela grazie ai nostri catering”.

Ognuno ha un suo ruolo in cucina. E in questi anni la cucina è diventata anche punto di ritrovo, per quella che è una vera a propria famiglia. “Spesso qualcuno dice alla cuoca di cucinare un piatto in particolare, quello che gli ricorda magari una mamma lontana” racconta. Ma le attività di Hummustown non si fermano al solo cibo. “Ci occupiamo anche della residenza, del permesso di soggiorno, aiutiamo tanto i ragazzi e le ragazze – dice Shaza Saker – Imparano l’italiano. Hanno una grande voglia di fare”.

Ma non basta. Uno dei capisaldi della cucina e della consegna dei catering è il rispetto dell’ambiente. “Siamo nati plastic free. Niente plastica per nessuna ragione, solo prodotti bio e compostabili”. Capita così che per piccole consegne alcuni ragazzi utilizzino i mezzi pubblici o le biciclette per inquinare di meno. “Ma le richieste stanno crescendo e adesso un mezzo è fondamentale. Ovviamente elettrico – rilancia Shaza – Stiamo provando a raccogliere fondi. Per far capire alla gente che ci segue che il supporto non è solo quello di gustare ottimi piatti e aiutare i rifugiati. Ma anche fare la nostra parte per il pianeta”.