Guatemala, una miniera di arsenico

In Guatemala è così facile ottenere permessi che le imprese scavano senza raccogliere prima i dati geologici. È il caso del sito Cerro Blanco, che non ha mai prodotto un grammo d’oro. Ma in compenso inquina fiumi e laghi. Anche nel vicino El Salvador

di GIULIA BALDISERRA

Dal mensile di aprileLa vecchia ferrovia che attraversa Città di Guatemala, in funzione fino al 2003, oggi è invasa dalle bancarelle che vendono frutta e verdura, vestiti, prodotti per la casa. Camminando sui binari abbandonati si attraversa il mercato degli oggetti usati, dove si vende perfino cibo di seconda mano, cioè quello scaduto e per questo venduto a prezzi più bassi. I nomi sulle confezioni sono altri, ma le scatole di formaggio sembrano tutte contenere gorgonzola, mentre la carne ha un odore poco rassicurante. La storia di questa ferrovia è emblematica per comprendere quello che succede nel 2020 in Guatemala. Molte comunità indigene sono impegnate nella lotta contro le multinazionali, che senza grandi sforzi ottengono autorizzazioni per lo sfruttamento di miniere a cielo aperto o per centrali idroelettriche con scarsi benefici per le popolazioni locali. Per le attività estrattive le imprese pagano soltanto una “regalía” dell’1% dei profitti, dichiarati dalle stesse imprese, allo Stato. In cambio di questa tassa possono estrarre senza essere soggette, di fatto, ad alcun controllo e senza rispettare alcuna normativa ambientale. A volte i profitti sono immensi, altre no. «È talmente facile ottenere i permessi per iniziare un’attività e la manodopera è così a buon mercato che a volte le imprese minerarie scavano senza nemmeno raccogliere un minimo di dati geologici prima – spiega Julio Gonzales del collettivo ecologista Madre Selva, che da vent’anni si batte per la difesa del territorio guatemalteco – È il caso della miniera Cerro Blanco, che in sette anni non ha prodotto una sola oncia d’oro ma in compenso inquina il lago Güija, il fiume Ostüa e più a valle il Lempa».

Siamo ad Asunción Mita, dipartimento di Jutiapá, a 15 km dal confine con El Salvador. Nel 2004 l’impresa Entre Mares, una controllata del colosso canadese Goldcorp (ora proprietà della statunitense Newmont Mining corp), presenta un primo studio di impatto ambientale (Sia) al ministero dell’Ambiente e delle risorse naturali (Marn). Lo studio viene bocciato per ben due volte. Al terzo tentativo, nel 2007, i membri della commissione del Marn vengono provvidenzialmente sostituiti e il progetto ottiene il via libera. Neanche il tempo di cominciare che lo scavo delle gallerie esplorative intercetta un acquifero termale, la miniera viene così inondata da acque a 95°, che a tutt’oggi continuano a fluire abbondantemente attraverso l’impianto di raffreddamento e abbattimento dell’arsenico tramite aggiunta di calce per poi essere gettate nel torrente Tempisque. Incredibilmente, lo studio preliminare non comprendeva l’analisi degli impatti dell’impianto di trattamento dei fanghi e della gestione dei reflui, né quello di drenaggio dell’acqua piovana, tutti presentati e approvati come Sia separati, senza che l’impatto ambientale potesse essere valutato nel suo insieme sull’intero progetto. Oltre all’arsenico, i campionamenti effettuati da Madre Selva nelle acque a valle della miniera rilevano boro, fluoro e litio. L’arsenico si trova inoltre anche nelle urine degli abitanti, ma lo studio non è stato ancora esteso a tutta la popolazione. La preoccupazione per la situazione ambientale non riguarda solo i guatemaltechi ma è sconfinata in Salvador, perché dal Tempisque le acque arrivano al Rio Ostúa e al lago Güija, il cui effluente Rio Lempa attraversa una grande porzione di territorio salvadoregno. In seguito alle proteste in entrambi i Paesi, il ministero dell’Energia e delle miniere (Mem) si è trovato “costretto” a commissionare uno studio all’Università San Carlos di Guatemala. Il risultato? Nel 2013 l’ateneo ha reso pubblico un documento in cui veniva spiegato che l’arsenico presente nel sistema OstúaGüija-Lempa è di origine naturale, mentre l’inquinamento del lago è legato all’eutrofizzazione. Lo studio non è bastato a tranquillizzare gli animi. Cidia Cortez, biologa salvadoregna, racconta che da dieci anni effettua studi nella regione, analizzando i diversi impatti delle attività minerarie, sia in Guatemala che in Salvador. Anche studi condotti dal ministero dell’Ambiente salvadoregno dimostrano che l’inquinamento da arsenico del lago raggiunge concentrazioni pericolose per la salute umana. «La miniera Cerro Blanco – denuncia Cidia Cortez – emunge un acquifero termale dal 2012 e questo ha conseguenze sulle acque che la popolazione utilizza per le proprie necessità». Qui la gente usa direttamente l’acqua dei fiumi o dei pozzi superficiali per bere, cucinare, lavarsi, irrigare le coltivazioni e dar da bere agli animali, ma in Salvador, a causa dell’abbassamento della falda, sempre più pozzi e sorgenti restano a secco. La Nuova Ecologia ha chiesto chiarimenti anche a Entre Mares, ma nonostante la disponibilità iniziale l’intervista promessa non è stata concessa né accordata la visita agli impianti. Al mercato sui binari il prezzo di un casco di banane è irrisorio. L’oro, invece, non è in vendita sulle bancarelle e neanche nei negozi circostanti. Non è estratto per essere venduto in Guatemala ma per essere trasportato verso mercati molto più vantaggiosi. Al Guatemala restano solo le banane. E l’arsenico.

Ostaggio delle multinazionali
La costruzione della ferrovia fra Città del Guatemala e Puerto Barrios, sul mar del Caribe, fu avviata a fine ‘800 per esportare caffè in Europa, ma il governo non poté completare l’opera. La United Fruit provvide trent’anni dopo, istituendo anche posta e telegrafo. Nel 1930, oltre a gestire tali servizi chiave, la multinazionale era anche il maggior proprietario terriero in quel piccolo Stato, da cui ogni anno trasportava milioni di caschi di banane destinati alle famiglie statunitensi e più tardi, con il nuovo nome di “Chiquita”, anche a quelle europee. Nel 1944 un governo più democratico migliorò istruzione e salute pubblica, ma quando nell’ambito della riforma agraria espropriò terreni incolti alla compagnia incontrò una feroce opposizione. La situazione degenerò fino al golpe del 1954, orchestrato dagli Usa per difendere i propri interessi. La Cia mise un dittatore a capo del Paese, ma presto cominciò una guerra civile che durò ben 36 anni, con centinaia di massacri ai danni della popolazione indigena. Dopo la sigla sui trattati di pace, nel 1996, la ferrovia fu abbandonata. Continua però lo sfruttamento di terre e risorse naturali.

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