domenica 29 Novembre 2020

Green revolution

I millenial per l'ambiente

Si dice, giustamente, che la Terra l’abbiamo avuta non in eredità dai nostri genitori, bensì in prestito da figli, nipoti e pronipoti. Nei Paesi gravati da un forte debito pubblico, come il nostro, altrettanto giustamente si sottolinea che questo debito (in denaro) pesa già sulle giovani e future generazioni. Ma si tace sul debito, che pure gli stiamo addossando, in risorse ambientali e stabilità del clima. L’altra faccia della stessa medaglia di un’economia predatoria insostenibile. I governi di tutto il mondo sono però avvertiti: i millennial non intendono assistere in silenzio al progredire della crisi climatica e del dissesto ambientale. E nell’anno che si è appena concluso sono scesi in campo ai quattro angoli del pianeta per richiamare politica ed economia alle loro responsabilità. Un attivismo che ha acceso il futuro del pianeta di una nuova speranza.
Con il suo sciopero da scuola per il clima, Greta Thunberg – 15 anni, svedese, ritratta nella nostra copertina – è diventata la figura-simbolo del movimento green dei teenager di tutto il mondo, un’autentica climate star. Treccine bionde, sguardo determinato, prima delle elezioni politiche di settembre per tre settimane, ogni giorno, si è seduta sulla gradinata del Parlamento, a Stoccolma, reggendo il cartello “Skolstrejk för Klimatet”. Poi ha proseguito lo sciopero ogni venerdì, sempre davanti al Parlamento. Al governo e ai Paesi ricchi chiede di ridurre le emissioni di gas serra nel rispetto degli accordi sul clima di Parigi. La sua protesta ha suscitato simpatia in tutto il mondo, è nato così l’hashtag #FridaysForFuture. È dall’età di 8 anni che Greta si documenta sui cambiamenti climatici. Quando ha saputo dello sciopero degli studenti statunitensi contro le sparatorie ha pensato di fare altrettanto per il clima. A dicembre è andata a Katowice alla Cop 24, invitata fra le personalità. L’ha accompagnata il padre su un’auto rigorosamente elettrica: da quando sa quante emissioni di gas serra sono imputabili agli aerei, Greta ha deciso di non volare più. Assediata dai cronisti, ha detto che “l’impegno dei giovani per l’ambiente dovrebbe essere molto più grande. Dobbiamo arrabbiarci molto di più. Dobbiamo diventare tutti più responsabili rispetto al gran caos che abbiamo creato». Ma se le si chiede se è preoccupata per il futuro, risponde che «non serve, bisogna invece lavorare per cambiare le cose finché è possibile farlo».
Raccogliendo il suo esempio, il 30 novembre, in trenta città australiane migliaia di adolescenti hanno disertato le lezioni per protestare contro il governo che non affronta la crisi climatica. A spingerli fuori dalle aule i ripetuti incendi, la siccità, le alte temperature e i fenomeni meteo di inusitata violenza che hanno colpito il Paese. In cima alle loro richieste, la chiusura della miniera di carbone di Adani, lo stop a nuovi progetti per l’uso di combustibili fossili e l’impegno a diventare un Paese al 100% rinnovabile entro il 2030. “È in ballo il nostro futuro”, dicevano i cartelli nei festosi cortei che sono sfilati al ritmo dei tamburi, mentre gli slogan più gridati erano “Non estraete il carbone, lasciatelo sotto terra”, “Ehi, fa un gran caldo qui. C’è troppo carbonio in atmosfera”, “Cosa vogliamo? Che si agisca per il clima. Quando? Subito!”. È fuori dalla scuola che si dovrebbero prendere i provvedimenti, “ma visto che ciò non accade, oggi usciamo noi da scuola” ha gridato al microfono, davanti a una marea di ragazzini, la quattordicenne Jean Hincliffe di Sydney. “Quando sporchiamo, i nostri genitori ci dicono, com’è giusto, di pulire – ha rimarcato Lucie Atkin Bolton, 11 anni – Ma adesso è il nostro governo che sta sporcando l’ambiente, e lascia noi a pulirlo. Questo non è giusto”. Dopo il successo della prima giornata di sciopero, la protesta si è ripetuta l’8 dicembre. E per coordinare le future iniziative nel Paese è nato il sito schoolstrike4climateaction.com.
Dal Perù a far notizia è stato il tredicenne José Adolfo Quisocala. È stato lui ad aggiudicarsi l’edizione 2018 del Children’s climate prize, il premio che l’impresa svedese Telge Energi, del settore delle rinnovabili, assegna ai bambini che si distinguono per la difesa del clima. Ad appena 7 anni José ha fondato l’Ecobanca, che promuove fra i più piccoli la raccolta di articoli usati per sottrarli alle discariche. In cambio dei beni raccolti, che sono poi riciclati, incassano del denaro che imparano a investire o che usano per fare acquisti. L’Ecobanca dispone di una rete di dieci centri educativi, dove oltre tremila bambini e ragazzi imparano le regole dell’economia circolare. “Tramite transazioni finanziarie e rifiuti da riciclare, la mia banca insegna in concreto scienza d’impresa e delle finanze – ha commentato con orgoglio l’ecobanchiere in erba – Dai bambini può venire quel cambiamento di cui il clima ha bisogno”. Questa iniziativa, recita la motivazione della giuria, “ha un impatto potenziale straordinario”. Non a caso, lo scorso anno, Banca del Brasile e Banca Mondiale le hanno conferito il certificato di “social technology”.
Sempre in Sud America, ma in Colombia, il 4 aprile scorso la Corte suprema di giustizia ha emesso una storica sentenza, che ha dato ragione a un gruppo di 25 ragazzi e ragazze fra i 7 e i 26 anni d’età che avevano avviato una causa contro lo Stato colombiano, accusato di non fare abbastanza per difendere la foresta amazzonica. I giudici hanno stabilito che la foresta è un soggetto portatore di diritti e che pertanto va tutelata e rigenerata. La sentenza richiama l’articolo 79 della Costituzione, in base al quale “è compito dello Stato proteggere la diversità e l’integrità dell’ambiente, tutelare le aree di particolare rilevanza ecologica e promuovere l’educazione per raggiungere questi obiettivi”. “Il giorno che abbiamo vinto è stato pazzesco, nessuno se lo aspettava”, ha raccontato Camilla Bustos, ricercatrice di Dejusticia, l’organizzazione che ha sostenuto gli intrepidi querelanti di 17 città diverse. Fra loro, Yurshell Rodríguez, 23 anni, studentessa di ingegneria ambientale; Aymara Cueva, 8 anni, che l’amore per piante e animali l’ha sviluppato andando a scuola in un’area rurale, mentre Pablo Piñeros, di Bogotà, 13 anni, l’ha assorbito crescendo in una famiglia sensibile alle tematiche ambientali. Incassata la vittoria, la speranza di Dejusticia è che “questa vicenda sia da esempio e insegni che per cambiare le cose non è necessario stare al governo o essere adulti: tutti possiamo fare la differenza, gli strumenti ci sono”.
15.250.126.362. È il numero degli alberi (dato aggiornato a inizio dicembre) che Felix Finkbeiner, di Monaco di Baviera, è riuscito a far piantare nel mondo con la sua campagna Plant for the Planet. A 21 anni Felix è un veterano del movimento green. Ma tutto è cominciato quando di anni ne aveva appena 9: preparando una relazione sui cambiamenti climatici si imbatté nella fondatrice del Green Belt movement, Wangari Muta Maathai, Nobel per la pace nel 2004, che aveva rimboschito il Kenya piantando 30 milioni di alberi in trent’anni. L’idea lo colpì: bisognava fare altrettanto in ogni Paese. Dal primo albero piantato dalla sua scuola, in soli tre anni in Germania arrivò a un milione. Oggi sono 67 i Paesi coinvolti, oltre 70mila gli “ambasciatori per il clima”, di età compresa fra i 9 e i 12 anni, che si sono formati nelle Plant-for-the-planet academy. Ma Felix nel 2018 ha rilanciato: “Piantiamo mille miliardi di alberi nei prossimi trent’anni”. Ha presentato un’app “per tracciare le piantumazioni e donare piante al network, che le pianterà per voi”. Su mappe aggiornate via satellite si vedrà come evolvono le zone rimboschite. “Piantare alberi non risolve la crisi climatica, ma può contribuire a neutralizzare un quarto delle emissioni di gas serra al mondo – ha dichiarato – Inoltre combatte la desertificazione e protegge il ciclo dell’acqua e la biodiversità».
Tra i dirigenti della campagna c’è anche un italiano: Giovanni Atzeni, 17 anni, di Sassari, insignito a febbraio dal presidente Mattarella del titolo di “Alfiere della Repubblica” per aver piantato in Sardegna, in sei anni, oltre 400 alberi. Lui però vuole arrivare a un milione. La sua storia? “Mi sono imbattuto per caso nella campagna di Felix, poi col tempo ho iniziato a capire la gravità sia del cambiamento climatico, sia degli altri problemi ambientali che possiamo contribuire a contenere e risolvere piantando alberi”. A chi gli ha chiesto come vede il futuro della terra ha risposto che “è appeso ad un filo. Abbiamo fatto passi avanti con gli accordi di Parigi, ma gli impegni non saranno sufficienti per salvare il pianeta da molte catastrofi naturali che lo colpiranno a causa del cambiamento climatico, perciò è necessario fare di più”.
Non è solo il clima, però, ad allarmare i giovani: lo dimostra l’iniziativa dei fratelli statunitensi Olivia e Carter Ries, di 16 e 17 anni. Nel 2009 hanno fondato One more generation, un’associazione per la tutela degli animali a rischio. Quando nel 2010 il Golfo del Messico è stato invaso dal petrolio si sono mobilitati per salvare tartarughe, squali e un delfino, accorgendosi però «di un problema ancora più diffuso: dappertutto c’erano sacchetti, bottiglie, cannucce di plastica», hanno raccontato a Nuova Ecologia. Un pericolo per le specie marine: «Ogni anno più di centomila mammiferi e un milione di uccelli acquatici vengono uccisi dall’inquinamento del mare, in larga parte nel primo anno di vita perché le madri, ingannate dal luccichio, scambiano i pezzi di plastica per pesci, che danno da mangiare ai piccoli. Le tartarughe marine confondono i sacchetti con le meduse, li masticano fino a sentirsi sazie, ma poi muoiono di fame». Che fare? Per combattere l’uso (almeno) delle cannucce di plastica (negli Usa se ne consumano 500 milioni al giorno) hanno lanciato la campagna One less straw (una cannuccia in meno).
È chiaro che non basterà. Ma anche questo è il segnale della crescente sensibilità verde tra gli eredi del pianeta Nella speranza che anche i grandi si decidano a fare la loro parte.l

Silvia Zamboni
Silvia Zamboni. laureata in filosofia. è giornalista esperta in sostenibilità ambientale. transizione energetica low carbon. economia circolare. agricoltura biologica. sharing economy. Collabora con varie testate e Radio 3 Rai www.silviazamboni.it

Articoli correlati

Messico, attivista ambientale sequestrato da 33 giorni

È Miguel Vasquez, trent'anni in difesa della natura, per bloccare le centrali idroelettriche. Presunti rapitori hanno fatto sparire ogni traccia

Al via la campagna “Compostabile, una scelta naturale” sul corretto smaltimento di biopolimeri

Vanno nell’umido insieme agli scarti di cucina, per essere trasformati in compost. BioTable e Legambiente per un’economia circolare

Le regioni con maggiori fragilità sociali sono anche quelle con più criticità ambientali

È quanto emerge dal rapporto "Territori civili. Indicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale" di Caritas e Legambiente che racconta il territorio italiano

Seguici sui nostri Social

16,645FansLike
21,148FollowersFollow
0SubscribersSubscribe

Gli ultimi articoli

Messico, attivista ambientale sequestrato da 33 giorni

È Miguel Vasquez, trent'anni in difesa della natura, per bloccare le centrali idroelettriche. Presunti rapitori hanno fatto sparire ogni traccia

Al via la campagna “Compostabile, una scelta naturale” sul corretto smaltimento di biopolimeri

Vanno nell’umido insieme agli scarti di cucina, per essere trasformati in compost. BioTable e Legambiente per un’economia circolare

Le regioni con maggiori fragilità sociali sono anche quelle con più criticità ambientali

È quanto emerge dal rapporto "Territori civili. Indicatori, mappe e buone pratiche verso l’ecologia integrale" di Caritas e Legambiente che racconta il territorio italiano

Armi, secondo la Legge di Bilancio nel 2021 verranno spesi 6 miliardi di euro

Campagna Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo: "Per noi è chiaro. Più sanità e istruzione, meno armamenti"

Alluvione a Crotone, “per l’emergenza climatica il tempo è scaduto”

Appello di Legambiente Calabria dopo l'ennessimo disastro ambientale nella città calabrese. La presidente Anna Parretta: "Indispensabile che la Regione Calabria affronti l’emergenza climatica a partire dai nodi irrisolti del dissesto idrogeologico, dell’abusivismo edilizio e delle scelte urbanistico-edilizie totalmente errate”