venerdì, Ottobre 30, 2020

Green, perché?

Etichetta green, perché?“Questo prodotto è green”, vi diranno, salvo poi scoprire che è costituito solo dall’1% di materia riciclata. “Questa stampante è riusabile”, e poi si leggerà in piccolo che viene definita così solo perché utilizza cartucce riutilizzabili. È questo lo scenario che potrebbe presentarsi se continueranno ad essere solo le aziende a decidere gli standard ambientali europei, ovvero l’applicazione tecnica di determinate norme europee, o nazionali, che riguardano l’ambiente e l’ecologia. Le associazioni ambientaliste, ma anche i sindacati e le unioni dei consumatori, pur facendo parte degli enti predisposti alla definizione di questi standard, non hanno alcun diritto di voto, a differenza delle aziende.
«Gli standard sono ovunque – spiega Laura Degallaix di Ecos, realtà europea di cui fanno parte svariate decine di associazioni ambientaliste, fra cui Legambiente, impegnate nella lotta per dar voce alle ong green nella definizione di questi standard – Decidono quanta energia consumano i vostri elettrodomestici, quali prodotti chimici entrano nei prodotti, nonché la catena di produzione e smaltimento. Influiscono sulla tua salute, sulle tue bollette e sul tuo pianeta. Quindi stiamo parlando di linee guida incredibilmente importanti».
Ma facciamo un passo indietro: nel 1985 l’Unione Europea ha stabilito che a Bruxelles spettassero soltanto le linee guida generali, lasciando la parte tecnica a standard realizzati dagli enti normativi. «Ecco come nasce il problema – sostiene Davide Sabbadin, responsabile efficienza energetica di Legambiente – Gli enti normativi sono composti soprattutto da esperti del settore privato e aziende che mirano a tutelare l’aspetto di business della norma. Per fare un esempio, l’Ue ha stabilito che tutti i frigoriferi messi sul mercato devono consumare un determinato quantitativo di kWh per salvaguardare l’ambiente, ma come si misura il consumo di un frigorifero? Attraverso un test di laboratorio basato su standard definiti dagli enti di normazione del settore privato, ovvero dalle stesse aziende. Questo demandare l’aspetto pratico delle norme europee ai privati porta a delle anomalie – continua Sabbadin – come il fatto, per esempio, che il test per misurare il consumo di un frigorifero non prevedesse che l’elettrodomestico fosse aperto durante la giornata, falsando così completamente il dato sui consumi».
È una battaglia importante quella per far pesare il parere delle associazioni ambientaliste nella definizione degli standard europei, se si pensa che sono attualmente in discussione il concetto di “riciclabilità”, “riusabilità”, “durevolezza dei beni” e “riparabilità”. «In tutti questi casi – riprende l’ambientalista – l’industria ha interesse a rimandare le discussioni, ostacolarle e rendere vaghi e inattuabili i principi in modo che possano essere definiti riusabili anche prodotti per nulla ecologici». Inoltre, puntualizza Laura Degallaix di Ecos, «partecipare al processo di definizione degli standard è incredibilmente costoso e dispendioso: per questo stiamo lottando per rendere il sistema più trasparente e accessibile».
Oltre che definire le caratteristiche di molti beni di consumo, gli standard europei sono spesso la fondamentale parte pratica di numerose norme ambientali dell’Ue. «Come si calcola quanto è inquinato un fiume? Come si preleva l’acqua per i test di balneabilità? Stiamo lottando per far capire quanto sia fondamentale che a queste domande non risponda solo il settore privato, come accade oggi – conclude Davide Sabbadin – ma abbiano voce in capitolo anche ambientalisti e cittadini». l

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