sabato 28 Novembre 2020

Nel cuore del Green deal

Il 37% per cento delle risorse del piano di finanziamenti Next Generation Eu al Green deal per contrastare la lotta al surriscaldamento globale. E un taglio netto delle emissioni del 55% entro il 2030. Lo scorso 15 settembre, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito in modo chiaro che l’orizzonte che l’Ue e i suoi Paesi membri deve porsi da qui ai prossimi trent’anni dovrà essere green. “Il pianeta ha continuato a scaldarsi anche se noi eravamo fermi”, ha dichiarato riferendosi al lungo periodo di lockdown in Europa causato dalla pandemia Covid-19. Motivo per cui, “un percorso equilibrato, realistico e prudente alla neutralità climatica entro il 2050 richiede un obiettivo di riduzione delle emissioni del 55%”, rispetto ai livelli del 1990, “entro il 2030”. La valutazione di impatto condotta dalla Commissione ha dimostrato, in proposito, che un obiettivo di riduzione del 55% è “sia economicamente fattibile che benefico per l’Europa, con le politiche appropriate”. E che “il solo modo responsabile di agire è muoversi ora, quando abbiamo ancora la libertà di scegliere, invece di temporeggiare finché non sarà troppo tardi”. Ciò non significherà fare un passo indietro dal punto di vista economico. “Nel 2019 – ha sottolineato von der Leyen – le emissioni Ue sono calate del 25% rispetto al 1990, secondo le stime, mentre nello stesso periodo l’economia è cresciuta del 62%. Questo dimostra che possiamo affrontare il cambiamento climatico ed assicurare una crescita economica sostenuta e creare posti di lavoro nello stesso tempo”. La strada, dunque, è tracciata e presto ci saranno i “mezzi giusti” per percorrerla evitando di rimanere incagliati negli ostacoli che, più volte, si sono già presentati in passato. Fiduciosa l’europarlamentare Simona Bonafè, relatrice delle direttive contenute nel pacchetto Ue sull’economia circolare, recepita a metà agosto dal nostro governo, e promotrice negli ultimi mesi di una serie di iniziative – tra cui l’attivazione della European Alliance for Green Recovery – per far sì che, anche in Italia, i soldi che arriveranno dalla Commissione Europea vengano investiti nel modo giusto, vale a dire per una ripresa economica all’insegna dello sviluppo sostenibile.

Finalmente le risorse richieste tempo sono in arrivo. Come pensa che dovremo investirle per il bene del nostro Paese?

L’europarlamentare Simona Bonafè

Il Recovery Fund è un piano di investimento storico della Ue con una dotazione di 750 miliardi, di cui circa 209 miliardi destinati all’Italia. Gli obiettivi del Green deal sono una delle priorità del piano di ripresa, infatti il 37% delle sue risorse finanziarie, come indicato dalla Commissione, dovranno essere destinate in azioni per combattere il cambiamento climatico e per una crescita sostenibile. Il cuore del Green Deal è l’obiettivo di neutralità climatica al 2050 e risulta chiaro che senza una vera transizione verso un modello di economia circolare questo obiettivo sarà di impossibile realizzazione. Per questa ragione i criteri di circolarità dovranno essere al centro di tutti i progetti finanziati dai piani nazionali di ripresa e il nostro Paese dovrà porsi all’avanguardia in questo campo.

Concretamente cosa significa il recepimento del pacchetto normativo Ue sull’economia circolare da parte del nostro governo?

La crisi dovuta al Covid-19 ha accelerato la necessità di agire con azioni rapide per conseguire  risultati concreti sul piano della lotta al riscaldamento globale, alla riduzione delle emissioni climalteranti e, in generale, per un nuovo modello di crescita basato sull’economia circolare e la sostenibilità. Per questo è stato importante il recepimento da parte del governo, con i decreti di agosto, degli obiettivi previsti dalle direttive europee – il riciclo dei rifiuti urbani ad almeno il 55% entro il 2025, al 60% entro il 2030 e al 65% entro il 2035 – così come la definizione di un target nazionale del 10% per il conferimento in discarica. Perché questo impegno non rimanga solo scritto nelle norme ma diventi realtà, abbiamo bisogno di risorse finanziare adeguate. Qui il Recovery fund potrà essere un’importante strumento perché al suo interno è prevista la possibilità di finanziamento per nuovi modelli di business che aumentino l’efficienza delle risorse e che creino un mercato efficiente delle materie prime secondarie. Sarà necessario, poi, creare un coordinamento ai vari livelli nazionali, regionali e comunali per la definizione di strategie ed obiettivi comune. Il nostro Paese, infatti, troppe volte ha visto ritardi dovuti a un eccesso di burocrazia o conflitti amministrativi nel campo dei rifiuti.

Quanto è ancora distante, però, una efficace applicazione del pacchetto di normative nei territori?

Le normative non bastano, serve una loro applicazione coerente sui territori, a partire dalla dotazione impiantistica necessaria per rispettare il principio della “gerarchia dei rifiuti”. Anche Ispra, nel suo ultimo report, mostra come, al netto della crisi economica legata Covid-19, i rifiuti urbani siano in crescita da anni mentre gli impianti per gestirli calano, esponendo l’intero ciclo dei rifiuti al rischio di crisi. Recepite le direttive Ue, è chiaro come lo step successivo sia quello di investire ora in nuovi impianti, in grado di collegare l’economia circolare alla crescita dei posti di lavoro sul territorio. L’inizio del lavoro del governo è positivo: il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti, introdotto nel recepimento delle direttive Ue, si pone proprio l’obiettivo di individuare in modo omogeneo i fabbisogni impiantistici a livello territoriale. Una prima stima degli investimenti necessari stilata dai principali stakeholder dell’economia circolare individua in almeno 10 miliardi gli investimenti necessari in impianti per rispettare i target al 2035.

Volendo provare a fare un confronto con le altre realtà europee, come giudica l’andamento dell’Italia in questa corsa verso l’economia circolare?

Il modello di economia circolare che sosteniamo si basa sul mantenere i materiali e il loro valore in circolazione il più a lungo possibile e il nostro Paese è già uno dei “campioni” europei nel recupero di materia da rifiuti. Infatti sono presenti eccellenze in tutte le zone d’Italia e il modello Milano rappresenta un’eccellenza mondiale nella raccolta e valorizzazione della frazione organica. Tuttavia, per mantenere questo titolo dobbiamo fare ulteriori sforzi per la gestione dei rifiuti urbani visto che in alcune regioni l’80-90% dei rifiuti finisce ancora in discarica. Ciò causa una perdita di suolo e di materiali e il nostro prossimo obiettivo sarà quello di dimezzare la quantità di rifiuti che non vengono ancora riciclati, valorizzando prodotti eco-compatibili, durevoli e riutilizzabili. Con queste misure l’Italia rimarrà un leader europeo nel campo dell’economia circolare.

Intervista pubblicata sul numero di Rifiuti Oggi 2020

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