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Grandi carnivori, piccoli rischi

Dalle Alpi agli Appennini, lupi e orsi dividono l’opinione pubblica, influenzata dall’eco
di alcuni casi di cattiva coesistenza con l’uomo. Ma la loro presenza ha impatti positivi
sulle altre specie e sugli habitat coinvolti

Dal mensile di febbraio. Lo testimonia la cronaca degli ultimi mesi, accompagnata da una forte eco mediatica. I grandi carnivori continuano a dividere l’opinione pubblica del nostro Paese, generando sentimenti contrastanti. Solo l’8 gennaio scorso, a inaugurare il nuovo anno, la notizia dello scellerato inseguimento di un branco di lupi da parte di un suv sulla strada del Passo Tre Croci, in provincia di Belluno, che ha riempito le pagine dei giornali. A luglio, invece, una sentenza storica della corte d’appello dell’Aquila aveva sancito l’obbligatorietà di un cospicuo risarcimento al Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise da parte di un uomo che aveva ucciso un orso marsicano nel 2014. Eppure la conservazione delle popolazioni di orso e lupo, animali caratteristici del territorio italiano, costituisce un contributo importante al mantenimento della biodiversità, anche per l’effetto “ombrello” che comporta, cioè l’impatto positivo che genera su altre specie e sugli habitat coinvolti. «Spesso però – spiega Antonio Nicoletti, responsabile Aree protette e biodiversità di Legambiente – miti e false credenze gli attribuiscono dei marchi indelebili, con una connotazione negativa a volte esagerata, se non del tutto infondata».

Bruni d’Italia

Nonostante sia considerato un grande carnivoro, l’orso bruno è a tutti gli effetti un onnivoro opportunista, e la nostra penisola ne ospita due sottospecie, inserite in contesti differenti: l’orso bruno eurasiatico (detto “comune”, Ursus arctos arctos) sulle Alpi e l’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), endemico della regione storico-geografica della Marsica e icona di alcune regioni del Centro Sud.
Sull’arco alpino, alla fine del secolo scorso, l’orso bruno era stato considerato quasi estinto localmente, ne rimanevano solo tre esemplari di sesso maschile. Nel 1999 il Parco Adamello Brenta, con la Provincia autonoma di Trento e il supporto dell’ex Istituto nazionale della fauna selvatica (ora Ispra), ha avviato il progetto di reintroduzione “Life Ursus”, finanziato dall’Unione Europea per ricostituire un nucleo vitale di orsi nelle Alpi centrali tramite il rilascio di nove individui provenienti dalla Slovenia.
«Il progetto è andato molto bene – racconta a Nuova Ecologia Piero Genovesi, responsabile del coordinamento della fauna selvatica per Ispra – Oggi nell’area sono presenti più di cento individui, con una buona dinamica di popolazione». Il principale elemento che però determina la sopravvivenza dei grandi carnivori in un territorio è la coesistenza armonica con gli abitanti, resa difficile per l’orso da un dibattito acceso fra posizioni opposte e spesso estremizzate. Nell’area coinvolta, prima della reintroduzione, era stato condotto un sondaggio d’opinione con risultati positivi.
Circa il 73% della popolazione si era dichiarato favorevole al ritorno degli animali, purché si adottassero adeguate misure di mitigazione dei conflitti. Ma negli anni, a causa di alcuni casi critici, il livello di sopportazione dei residenti è calato fortemente. D’altronde, quando si ha a che fare con animali selvatici, i rischi non possono essere azzerati. «Una percentuale di pericolosità per l’uomo, seppur limitata, esiste, ma può e deve essere gestita – riprende il ricercatore – anche assumendo comportamenti corretti. Gli italiani hanno dimostrato un maggior livello di tolleranza rispetto ad altri Paesi (Austria in primis) e in effetti i casi critici sono stati contenuti, vista la numerosità degli individui e l’alta densità abitativa e turistica delle zone interessate». I casi di rischio più frequenti sono rappresentati soprattutto da esemplari che assumono comportamenti confidenti verso l’uomo e imparano a mangiare nei centri abitati o tra i rifiuti abbandonati. A volte, però, anche le femmine con cuccioli, per difenderli, possono diventare più aggressive.

Coesistenza secolare

La situazione è diversa nell’Italia centrale, dove l’orso bruno marsicano trova da sempre un ambiente ottimale. Attualmente la popolazione conta circa cinquanta individui, quasi tutti concentrati all’interno del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, con uno stato di conservazione allarmante a causa dell’esigua numerosità. «Un evento catastrofico – avverte Genovesi – potrebbe bastare per mettere in pericolo la popolazione». L’atteggiamento dei residenti sembra essere più positivo rispetto all’area alpina, perché plasmato da una coesistenza storica spesso valorizzata anche come volano economico. «I locali sono abituati alla presenza dell’orso, un po’ come i romani all’ingombro del Colosseo – spiega Paolo Ciucci, professore di Ecologia e gestione della fauna presso “La Sapienza” di Roma – L’orso bruno marsicano è il risultato di almeno due millenni di isolamento dalle altre popolazioni europee, quindi il suo assetto genetico è diverso. Uno degli aspetti che lo caratterizzano è la minore aggressività nei confronti degli esseri umani, fattore che determina una percezione di pericolo più lieve rispetto agli orsi delle zone settentrionali». Anche il bracconaggio assume dimensioni meno preoccupanti. A ogni modo, che si tratti di Alpi o aree appenniniche, alcuni sporadici attacchi possono avvenire. «Anche se il danno economico è contenuto – aggiunge Genovesi – un attacco all’apiario o la predazione sul bestiame, per chi ne viene colpito, è un evento molto traumatico». Per questo la compensazione dei danni è ormai una pratica di gestione ordinaria, che ha migliorato i rapporti con gli allevatori. Una soluzione comunque insufficiente, perché non rimedia a carenze strutturali ed emotive che non possono essere minimizzate.

Un Paese nel branco

La stessa considerazione vale anche per gli attacchi da parte dei lupi, sebbene il contesto generale sia molto diverso e questi non rappresentino un rischio per l’incolumità degli esseri umani. «Gli indennizzi ricevuti passivamente non bastano. Anzi, possono creare effetti negativi – riprende Ciucci – perché gli allevatori possono percepire la distanza delle istituzioni e continuare a preferire le pratiche tradizionali senza riconoscerne i limiti, soprattutto se non vedono una guida solida in ambito amministrativo». Da quando sono state adottate in Italia norme più stringenti per salvare il lupo da un’estinzione praticamente certa, la specie (Canis lupus italicus) ha colonizzato ogni tipo di habitat, anche quelli che gli esperti ritenevano non idonei. Oggi il Paese ospita un patrimonio di lupi ragguardevole, circa il 17-18% a livello comunitario. La popolazione si è allargata a tutto il territorio nazionale, dall’Aspromonte fino alle Alpi orientali, e conta oltre duemila individui, suddivisi in due blocchi principali: la popolazione appenninica e quella alpina, originata da esemplari di provenienza appenninica ma poi rinforzata grazie all’arrivo spontaneo di lupi europei da Est. Una grande espansione, risultato positivo delle politiche di conservazione fatte negli anni, ma anche motivo di conflitti radicati e difficili da risolvere. Le criticità più aspre si incontrano nelle zone dove il lupo è tornato recentemente, dopo essere scomparso per decine di anni, come nell’area della Lessinia, a nord di Verona. Dal 2012, quando si sono insediati i primi individui, si sono registrati diversi attacchi al bestiame con la perdita di centinaia di capi. Non sempre, però, le parti sociali interessate hanno dialogato in maniera costruttiva per risolvere i problemi locali con il supporto di dati tecnico–scientifici.
Intanto, in alcune zone rurali del Paese, da anni si susseguono avvelenamenti, impiccagioni, bracconaggio e abbattimenti illegali che sono causa di morte, ad esempio, del 20% degli esemplari in Calabria. «Non abbiamo dati certi per quantificare questi episodi, molto frequenti – afferma l’esperto – ma sono espressione di un malcontento popolare importante, che non rappresenta la soluzione ai problemi».

Strategia per il futuro

Con l’espansione del lupo, poi, è aumentata anche l’ibridazione con i cani domestici. Un fenomeno pericoloso, da valutare e monitorare attentamente, generato dalla rottura della coesione sociale del branco a causa delle continue uccisioni, che mette a rischio l’integrità del patrimonio genetico della specie. Al momento è attivo un monitoraggio nazionale, guidato da Ispra, che mira a stimare la distribuzione e la consistenza del lupo in Italia.
«Il piano d’azione per la conservazione del lupo è scaduto nel 2007 – incalza Ciucci – e non è più stato aggiornato nonostante la notevole espansione del lupo registrata in questi anni. La complessità sociale generata è imponente e ora manca una strategia coordinata che dia strumenti e linee guida per la corretta gestione dei territori. La fauna selvatica, ancora oggi, è sotto la responsabilità delle Regioni. Ma su specie come il lupo, che superano i confini regionali, è necessario avere un piano nazionale chiaro, con obiettivi di conservazione aggiornati e stabiliti con processi decisionali condivisi».

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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