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Grandi carnivori e esseri umani: coesistenza possibile

Dal mensile. Competizione con i cacciatori per la fauna selvatica, allevamenti mal custoditi, eccesiva confidenza della popolazione e dei turisti. Fattori da analizzare per risolvere i conflitti, senza ricette dall’alto

Ogni evento critico dipende da molti fattori: le specie interessate, il comportamento degli animali, quello dei cittadini, le risorse disponibili e il contesto sociologico dell’area. Per affrontare in modo adeguato le controverse questioni sollevate dalla coesistenza fra umani e grandi carnivori, è necessario adottare un approccio dal basso, che analizzi capillarmente caso per caso e trovi la soluzione più adatta per le diverse situazioni.
Nel caso del lupo, per esempio, il conflitto diretto è più forte in alcune zone pedemontane e collinari, dove i cacciatori sono una presenza radicata e c’è il timore che il lupo possa diminuire il carniere delle battute di caccia. O nelle zone in cui si è avuto un intenso sviluppo zootecnico quando il lupo non era presente, e dove quindi mancano strategie adatte di tutela e prevenzione dei rischi. «Le ricette generali, calate dall’alto, sono inutili e controproducenti – commenta Simone Angelucci, responsabile veterinario del Parco nazionale della Maiella – Ci vuole una vera vicinanza istituzionale, fatta anche da tecnici che comprendano le dinamiche di gestione, superando la frammentazione amministrativa». Nel Parco della Maiella ci sono oltre cento lupi in 75 chilometri quadrati. Una densità molto elevata, sostenuta dalla grande abbondanza di prede selvatiche rinvenibili sul territorio, che compongono circa il 90% della totalità della loro dieta.

Istituzioni necessarie

«Il nostro lavoro ventennale – continua il veterinario – ci ha permesso di capire che gli episodi di predazione su allevamenti domestici avvengono spesso da parte di giovani in dispersione, che non hanno il supporto del branco, spesso in casi in cui ci sono fragilità nel sistema di allevamento, come capi al pascolo non custoditi o recinzioni non funzionali. Difetti che vanno valutati e risolti». Molti allevatori che applicano un’opportuna custodia e che lavorano mantenendo valori tradizionali dell’allevamento di montagna non sono stati interessati per anni da danni al bestiame, pur vivendo in zone densamente popolate da lupi. Nella maggioranza dei casi, però, le aziende di montagna identificano i loro problemi principali con altre difficoltà (la gestione zootecnica, la difficoltà di ricevere finanziamenti, la lontananza delle istituzioni). Il passaggio di lupi e orsi diventa spesso un punto di convergenza, il simbolo di una situazione esasperata, in cui si manifesta la percezione di uno Stato troppo concentrato sulla grande distribuzione organizzata e poco vicino alle comunità che inseguono una difficile resilienza.
«Nel territorio del nostro Parco – aggiunge Angelucci – l’indennizzo economico dei danni è rapido e agevolato da una procedura standardizzata che mette in comunicazione i tecnici e i carabinieri forestali. In più, abbiamo organizzato una modalità di restituzione degli animali predati, le pecore per esempio, per quegli allevatori che preferiscono recuperare la vita produttiva dell’animale perso più che il valore economico corrispondente». Eppure, questa e altre soluzioni ottimali non possono essere applicate in aree esterne al Parco. «Servono tavoli istituzionali che siano disposti a creare le sinergie giuste fra enti, affinché tutti i casi abbiano una risposta unica, utile e tempestiva».
Anche nei casi di attacco da parte dell’orso, che provoca meno danni economici ma un maggiore impatto emotivo, gli indennizzi in molte aree sono destinati solo a professionisti o a operatori zootecnici. «C’è una grande confusione sulla situazione dell’orso – spiega Roberta Latini, responsabile Ufficio ricerche faunistiche del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise – Circolano sempre più spesso notizie da fonti non verificate e si è perso il valore della fauna selvatica». Un panorama complesso, in cui bisogna trovare amministrazioni collaborative e verificare l’effettiva qualità dell’interesse verso gli animali. «Nelle aree settentrionali, per motivi storici – riprende Latini – la diffidenza verso gli orsi potrebbe essere più marcata. In Centro Italia invece abbiamo il problema opposto, cioè un’eccessiva vicinanza degli abitanti, che poi si scontra con eventi critici difficilmente gestibili. E a ciò si somma la difficoltà di far adottare adeguate misure di prevenzione». È un’area in cui la fauna è sempre stata un attrattore turistico, ma negli ultimi anni l’offerta è cambiata per rispondere a una cultura metropolitana che vede il lupo e l’orso come animali da visitare nei giorni di festa. «C’è una ricerca smodata – continua la biologa – che a volte travalica il rispetto dei comportamenti corretti. Anche se gli animali non rispondono con la fuga, alcuni fattori stressogeni hanno risposte non visibili all’esterno, come alti livelli di cortisolo o un dimagrimento eccessivo». Inoltre, ci sono stati diversi casi di orsi confidenti nei centri abitati, che hanno più probabilità di morire e di diventare pericolosi per gli umani. «Non si avvicinano sempre in cerca di cibo, però sono molto intelligenti e se trovano da mangiare ci tornano». Una coesistenza è possibile, ma dipende dal comportamento di tutti noi.

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Giulia Assogna
Biologa specializzata in Biodiversità e Gestione degli ecosistemi. Dopo lo studio in Spagna, un periodo di ricerca sul campo nella foresta brasiliana (Bahia) e un Master in Comunicazione della scienza, ora si occupa di giornalismo ambientale, ecologia, evoluzione e progressi biotecnologici. Collabora con La Nuova Ecologia, Le Scienze e Mind.

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