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Antonio Gramsci: tra resistenza sociale e resilienza ambientale

Nel 130esimo anniversario della nascita dell’uomo politico, viaggio alla riscoperta del suo pensiero e delle sue “intuizioni” ecologiste. Per comprendere come affrontare le sfide del presente 

Da un parte il Covid ha diminuito inquinamento atmosferico, salvando in certe zone più vittime di quelle causate dal virus. Dall’altra la pandemia ha esacerbato il declino socio-ambientale, non solo per via dei miliardi di Dpi usa e getta immessi nel mercato o per l’influenza crescente di autoritarismi e negazionismi, ma soprattutto, perché storicamente i livelli di inquinamento registrati durante le riprese economiche, sono decisamente maggiori dei livelli pre-crisi. Non a caso, diversi Paesi stanno già posticipando i propri piani di de-carbonizzazione per dare priorità alla ripartenza commerciale.

Questo nonostante la pessima qualità dell’aria rimanga cause di morte prematura per circa 5 milioni di persone ogni anno. Tra le poche certezze, dunque, la consapevolezza che la normalità a cui desideriamo ritornare, debba essere necessariamente ripensata, partendo proprio dal nostro modello di sviluppo. Sempre più studi mostrano, infatti, come l’impatto umano sugli ecosistemi sia alla base dei cataclismi socio-sanitari attuali: dalla crescente diffusione di patologie letali e nuove pandemie zoonotiche fino all’aumento delle diseguaglianze, la depressione e il rischio suicidio. Questioni che rendono l’obiettivo di ”non superamento della soglia di non ritorno di 2°C”  previsto dagli accordi di Parigi, ancora più complesso.

Cento anni fa il PCdI, Gramsci e la questione meridionale

Per tale ragione, oggi è più che mai necessaria la riscoperta del pensiero di coloro che nell’affrontare crisi altrettanto imponenti, creavano le condizioni per la rinascita sociale. Esattamente un secolo fa, all’indomani della Prima Guerra Mondiale e dell’ultima pandemia, nasceva il PCdI e tra i suoi fondatori, Antonio Gramsci, appena trentenne, sottoponeva al centro del grande nord industriale la “questione meridionale”. Un fenomeno caratterizzato dall’ingente sfruttamento di risorse nel sud e nelle isole, causa primaria di disboscamento, mutamenti climatici, migrazioni e stravolgimento di vite e comunità prede di coloro che Gramsci definì “spogliatori di cadaveri”:

“Gli industriali del carbone. Il cui lascito per la Sardegna è la degradazione catastrofica del suo territorio. L’Isola è ancora tutta boschi. Gli industriali ne ottengono lo sfruttamento per pochi soldi… A un popolo in ginocchio anche questi pochi soldi paiono la salvezza… L’Isola fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche… La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionati, l’abbiamo ereditata allora”. (L’Avanti, 1919).

Gramsci precursore del sistema socio-ambientale

Riflessioni oggi molto dure, se ripensiamo alla Carbon-Sulcis (attiva fino al 2019) o alle drammatiche alluvioni che investono l’isola (l’ultima a Bitti, due mesi fa). Riflessioni non così scontate neanche per il 1921, a tal punto, dall’essere riscoperte dai partiti della sinistra europea circa mezzo secolo dopo, con la nascita delle prime correnti scientifiche ecologiste, come il Club di Roma (1968). In controtendenza al pensiero marxista che concepiva l’uomo come “frutto delle relazioni sociali”, Gramsci concedeva stessa importanza a un ulteriore elemento dell’equazione, il mondo naturale, arrivando a delineare quello che Holling (“padre della resilienza”) definirà negli anni ’70 come “sistema socio-ambientale”.

Il giusto equilibrio tra ecologia moderna e umanesimo storico

Dagli scritti dell’autore sembra emergere il giusto equilibrio tra resilienza e resistenza, tra l’ecologia moderna e l’“umanesimo storico” del pensatore sardo, rivelando come la sua “filosofia della prassi” continui a essere fonte di ispirazione per le politiche verdi, in particolare nei processi di secolarizzazione dei nuovi costrutti sociali – come l’ambientalismo – centrali per le nuove generazioni, a tal punto da divenire tratto distintivo del gap intergenerazionale.

Nel Neo-Gramscismo, la dialettica pedagogica dell’autore eleva la critica del plusvalore oltre l’uomo e la società, per estenderla all’ecosistema nel quale essi si sviluppano, concentrandosi sul legame tra lotte ambientali e socio-economiche. Tale idea emerge per esempio tra le Lettere dal Carcere, nella novella del “Topo e la Montagna”: per recuperare del latte sottratto a una bambina affamata, un piccolo roditore arriva a concepire “un vero e proprio piano di lavoro, organico e adatto a un paese rovinato dal disboscamento.” L’aggettivo “organico” non è casuale, è utilizzato per definire l’intellettuale gramsciano impegnato a costruire “una nuova cultura per un nuovo mondo”, una figura capace di riunire: homo faber e homo sapiens, prassi e teoria, città e campagna, élite e popolo, nord e sud, all’interno di un processo “pedagogico-culturale” volto a superare le subalternità.

L’iniziativa “130 Gramsci”

Si tratta di tematiche che rientrano a pieno nel sempre più dibattuto tema del “nuovo socialismo” in opposizione alla crescita delle diseguaglianze, alle degenerazioni sovran-populiste e alle bufale anti-scientifiche (alt-right, QAnon). In quest’ottica ritorna fondamentale il ruolo degli “intellettuali organici” e del loro “giornalismo integrale”, come approccio informativo, scientifico e formativo, radicato nei territori. Un modello funzionale al progresso democratico e alla maturazione di una coscienza critica e civica su scala glocale. Obiettivo in cui si inserisce l’iniziativa “130 Gramsci” (di cui questo articolo è parte), promossa insieme alla Fondazione Casa Gramsci, La Nuova Ecologia e una rete di partner per dare linfa alla riflessione nazionale sulle sfide democratiche, geopolitiche, economiche e culturali che l’era post-covid ci sta ponendo di fronte.

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