giovedì 21 Gennaio 2021

Global warming, come gestire l’inevitabile

Filippo Giorgi nel suo studio

È possibile che sia stato l’uomo a modificare il clima del pianeta? A questa domanda la comunità scientifica ha già risposto, eppure l’opinione pubblica sembra avere ancora molti dubbi. Per fare chiarezza sul surriscaldamento globale, le sue cause, gli impatti e soprattutto le vie d’uscita, il climatologo Filippo Giorgi, del Centro internazionale di fisica teorica “Abdus Salam” di Trieste e membro dell’Ipcc sin dai suoi inizi negli anni Novanta, ha deciso di scrivere un libro: “L’uomo e la farfalla. 6 domande su cui riflettere per comprendere i cambiamenti climatici”, appena uscito per Franco Angeli.

Professor Giorgi, come mai si fa ancora così tanta fatica a credere che il surriscaldamento globale abbia origine antropica e quindi si tarda a passare all’azione?

Il mondo scientifico ci ha messo molto tempo prima di affermare, nel 2013, che ci sono più del 95% di probabilità che il contributo dei gas serra di origine antropica sia la causa dominante del riscaldamento, almeno dalla metà del XX secolo. Negli anni Novanta non era scontato che si arrivasse a questa conclusione. Abbiamo raggiunto un accordo solo dopo decadi di ricerca e di miglioramenti di dati e modelli. Trent’anni fa nessuno si sarebbe sognato di affermare che il clima è influenzato dall’uomo perché non si era fatta abbastanza ricerca, ma piano piano le evidenze si sono sommate, fino a dare una visione consolidata. Ecco perché mi dà molto fastidio quando mi chiedono se credo ai cambiamenti climatici, come se fosse una questione di fede. È invece questione di vedere quello che sta succedendo. Il mio libro è proprio un tentativo di raccontare in modo semplice come l’uomo sta influenzando il clima globale e come, di conseguenza, potremmo agire per gestire l’inevitabile ed evitare l’ingestibile.

Fra gli impatti, quello sulle risorse idriche sarà forse il più rilevante. Lei afferma che siamo entrati in un’era in cui i grandi acquedotti sostituiranno in importanza quelli che sono ora i grandi oleodotti o i gasdotti intercontinentali…

Sì, ci sono Paesi, come la Russia, che si stanno già attrezzando per vendere l’acqua. Sappiamo che il controllo sulla risorsa idrica è uno degli elementi capaci di generare conflittualità, di fronte all’aumento della popolazione e della richiesta di acqua per moltissimi usi, compreso quello energetico. Una delle conseguenze principali del cambiamento climatico è l’intensificazione del ciclo idrologico, con l’aumento di eventi estremi di carattere siccitoso e alluvionale: ciò porterà in generale a una minore disponibilità di acqua.

L’anno scorso abbiamo vissuto anche in Italia lunghi mesi di siccità, eppure sembra che non si sia preso troppo coscienza del problema. Come mai?

Ciò che ancora si fa fatica a comprendere è la variabilità climatica: se a un anno siccitoso ne segue uno piovoso, non significa che non ci si debba preoccupare. È importante capire che, quando si parla di clima, bisogna ragionare su un orizzonte temporale lungo, di almeno decine di anni, mentre la nostra memoria è corta. Soprattutto le giovani generazioni faticano a rendersi conto del cambiamento. E così, siccome quest’anno c’è stata tanta neve, ci scordiamo di quanto è successo due anni fa. Ma l’evidenza scientifica è chiara.

Nel suo libro punta il dito anche sul sistema di informazione, che contribuisce a creare confusione, a diffondere l’idea che il surriscaldamento globale di origine antropica sia un tema su cui dibattere e non un fenomeno accertato dalla scienza. Non le sembra che in realtà in Italia l’argomento sia praticamente ignorato dai media?

È vero, ma in effetti da noi non si parla proprio di ambiente. Io sono stato fra i primi ambientalisti, negli anni Ottanta, e mi pare che le cose da allora non siano molto cambiate. Continuiamo a non ritenere la natura una risorsa, ma piuttosto qualcosa da usare, che a volte dà fastidio perché magari non ci permette di costruire una villetta in riva al mare. Anche a scuola se ne parla ancora pochissimo ed è un argomento totalmente assente nel dibattito politico. Nei Paesi del Nord Europa è molto diverso e fra l’altro l’attenzione all’ambiente non ha una connotazione politica, non è di sinistra né di destra. Ma forse è una caratteristica italiana quella di non valorizzare le risorse che abbiamo: ambiente, paesaggio, cultura, non sono percepiti come qualcosa che ci migliora la vita. E forse per questo non se ne parla. Inoltre, siamo abituati a mettere in relazione lo sviluppo con l’uso di combustibili fossili, come se quanto più si usa il petrolio, meglio va l’economia. Ma non è più così: l’era dei fossili è finita e la strada da imboccare è quella della green economy.

Questa svolta, per lei, arriverà principalmente sulla spinta della società civile: davvero l’azione dal basso potrà essere così determinante?

Nessun negoziato fra gli Stati ha portato a risultati evidenti: il protocollo di Kyoto è entrato in vigore un anno prima della sua scadenza e prevedeva un taglio delle emissioni appena del 5%. Gli accordi di Parigi non sono vincolanti, gli impegni sono stati presi su base volontaria. Hanno un peso, certo, ma credo che la spinta verso un sistema energetico a zero emissioni debba venire dalla società civile e dall’economia. D’altra parte, le conclusioni degli ultimi due rapporti dell’Ipcc sono abbastanza simili: a questo punto deve seguire l’azione a livello politico.

Perché si fatica a fare questo passo?

L’obiettivo di Parigi è raggiungibile, ma bisogna fare delle scelte e non è semplice. Oggi, nelle fasi di produzione e di trasporto, sprechiamo il 60% dell’energia, già adottare politiche di efficienza energetica sarebbe un grande balzo in avanti. Ma dobbiamo puntare anche sulle rinnovabili, che sono già competitive anche dal punto di vista economico. Invece, in questo momento, mi sembra quasi che ci siamo rassegnati all’inevitabilità del surriscaldamento globale, per questo ci concentriamo sulle misure di adattamento e non sulla mitigazione, cioè sul taglio delle emissioni di gas serra.

Uno degli obiettivi del suo libro è proprio far comprendere che le politiche di adattamento non saranno comunque sufficienti, in uno scenario di “business as usual”, se cioè non facciamo niente per eliminare le fonti fossili.

I nostri modelli prevedono un innalzamento della temperatura di 4 o 5° C alla fine del secolo, se non si adotteranno politiche di mitigazione: è qualcosa che cambierà completamente il volto del pianeta, sarà come vivere in un mondo diverso. Noi non lo vedremo, ma lo vedranno i nostri nipoti. E non è fantascienza – lo dico ancora una volta – perché mi sto basando su dati scientifici. Una variazione di 4 o 5° C nella temperatura globale media è ciò che fa la differenza fra un’era glaciale e una interglaciale. Un tale surriscaldamento sarebbe qualcosa che la Terra non ha mai visto, se non all’epoca dei dinosauri, ed è molto difficile prevedere cosa potrebbe succedere. Spero che il mio libro possa contribuire a far prendere coscienza del rischio che corriamo, ma anche che le soluzioni ci sono.

Elisa Cozzarini
Laureata in Scienze Politiche all’Università di Trieste. con una tesi sull’Islam nell’isola di Mauritius. Scrive di immigrazione e ambiente dal 2006. collaborando con Vita non profit. La Nuova Ecologia. Repubblica.it. Nel 2010 ha curato "G2 e giovani stranieri in Italia. Politiche di inclusione e racconti". edito da Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e Vita non profit. Come fotografa. nel 2009 ha partecipato alla mostra intitolata “They won’t budge” (“Non si muoveranno”. da una canzone del cantante maliano albino Salif Keita). sugli immigrati africani in Europa. presso la New York University.

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